Il più grande reporter del futuro

di Alessandro Bernardini (da Laspro 27, febbraio 2014)

Facciamo un passo indietro. A me la penombra del balcone mi dava sempre quella sensazione di vuoto interiore che riuscivo a colmare solo con tre coppie di Gentilini e Nutella imbevute nel tè al limone che faceva nonna.
A Centocelle all’epoca non c’era la mela monca del Mac che oggi garantisce la scrittura lesta. Non c’era nemmeno l’orgasmo regalato dai polpastrelli sulla superficie argentata e ruvida trionfante di design che ogni mattina sfioro appena sveglio, prima ancora di andare a pisciare.
A Centocelle c’era nonna che faceva il tè e io me la guardavo, mentre il suo girovita da pallone aerostatico danzava come un derviscio tra le piastrelle celesti della cucina lunga e stretta tutta in formica.
Fu in uno di quei pomeriggi di sabato che chiusi Omaggio alla Catalogna e decisi di diventare il più grande reporter del futuro.
Ero pronto: pronto per un bombardamento a Beirut, pronto per lavarmi la faccia nel Gange, pronto per schivare le pallottole in un villaggio boliviano sperduto, pronto per intervistare il Subcomandante Marcos e, una volta finita l’intervista, prendere il fucile e buttarmi nella mischia con lui.

Illustrazione di Lisa Lau

Illustrazione di Lisa Lau

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Casanza

di Alessandro Pera (da In tempo di guerra e altri racconti, Lorusso editore, 2014)

Franco corre da solo, con quei suoi passetti sbilenchi, l’aria afflitta e il sudore che ormai dilaga sulla maglietta grigia. Nel piccolo, affollato cortile si mescolano lingue, grida, risate; i cinesi parlano fitto nell’angolo a destra, vicino all’entrata, ma non danno mai troppa confidenza agli altri, sempre chiusi nel loro universo. Passeggiano in silenzio, invece, i polacchi, a passo svelto, immersi in un’inguaribile malinconia, che il sole non riesce a dissipare. Peruviani e argentini gridano di calcio in uno spicchio di sole e giurano che Maradona era un’altra cosa. Su questo trovano facili alleati in Giovanni e negli altri; anzi, a Ciro quasi vengono le lacrime agli occhi, rievocando quel campionato e poi Ferrara e Careca, altri tempi, adesso pensano soltanto ai soldi.
«Era un ragazzo d’oro, i falsi amici l’hanno rovinato, un cuore così, da napoletano, ma troppa gente gli ronzava intorno, femmine, ladri…».
Così sentenzia Antonio, appoggiato alla recinzione, come morale del discorso forzatamente interrotto. L’aria è finita e la guardia batte le chiavi sul cancello senza troppa convinzione, incitando anche i ritardatari a risalire. Con lo sguardo annoiato, il giovane brigadiere sorveglia le operazioni, ma vorrebbe invece proprio indovinare cosa confabulano a bisbigli Salvatore e Marco rientrando rapidi verso le scale: Martino è diventato maresciallo origliando.

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Illustrazione di Alex Lupei

 

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Decostruire stereotipi, esperire libertà

Pratiche di relazione nella vita di classe

di Pina Caporaso (insegnante elementare, coautrice del documentario Bomba libera tutti: stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari) – da Laspro n. 28 – maggio/giugno 2014

Me lo sono chiesto più d’una volta, da dove potevo prenderlo questo complicato rapporto tra l’educazione – e tutto quello che questa parola porta con sé – e le differenze di genere. L’identità maschile e femminile pare un prisma che tutto illumina certe volte nel complesso mondo di quella fascia d’età che va dai 6 agli 11 anni. E io so di non essere asessuata di fronte alla classe, so di essere una donna adulta che si mette in relazione con corpo, vissuto ed esperienza: so di essere un fare concreto che sbugiarda anche la più nobile intenzione se non è coerente con ciò che dice di essere.
Il bandolo della matassa, infatti, parte da qui: non si può affrontare la differenza di genere con i bambini e le bambine se non è qualcosa che appartiene profondamente al proprio interrogarsi sul mondo e sulle nostre vite. Non la differenza in sé, ma sapere che esistono modi in cui maschile e femminile sono stati storicamente, socialmente, culturalmente, politicamente definiti e da queste gabbie pare non si possa uscire, pena la divergenza da un modello rassicurante ben contemplato dalla parola “stereotipo”. Però, poi, a uno sguardo più profondo sulla classe e su di sé, ci si accorge che quel rassicurante confine che il ruolo sociale approvato ci ha assegnato finisce per non essere affatto rispondente ai nostri desideri e a ciò che ci piace veramente. Perciò mi viene in aiuto un’immagine circolata molto, in questi mesi, di una pubblicità Lego degli anni Ottanta.

legoI Lego, con cui tutti e tutte abbiamo spinto l’immaginazione e l’ingegneria molto più in là delle nostre possibilità, presentavano in quegli anni una bambina chiaramente nordeuropea, treccine rosse, salopette e maglietta a righe, felice, che mostrava fiera una sua personale costruzione. La scritta recitava: «What it is is beautiful». Com’è orgogliosa, dice la didascalia accanto alla foto, LEI; è uno sguardo che vedrete ogni volta che un bambino costruisce qualcosa da sé, non importa cosa sia. E si spiega come la Lego abbia set di costruzioni differenti per età, per intercettare il passaggio da un gioco puramente fantastico e finalizzato al divertimento a uno più realistico che si evidenzia man mano che l’età avanza. Ora confronto quella pubblicità con qualcosa che mi ha dato i brividi. La Lego oggi produce un’intera linea di costruzioni differenziate per genere. Via la bambina treccine e salopette, avanti il salone di bellezza o la sala da tè o la carrozza di Cenerentola per le bambine e il galeone dei pirati per i bambini. Non solo. I pezzi in scatola sono quelli strettamente necessari a realizzare il modello così com’è: niente possibilità di fuoriuscita, nessuna divergenza tollerata. O ti adegui al modello, oppure la tua costruzione non riesce. Continua a leggere

Dietro denti ben curati, la carie delle svastiche

di Giusi Palomba (da Laspro 30 – novembre/dicembre 2014)

Lontano dal considerare la complessità di ogni contesto, le ultime manifestazioni di odio nei territori, nelle periferie, che puntano su stranieri, rom, minoranze in genere, si riproducono ormai simili anche in luoghi molto diversi. Non perché le periferie siano tutte uguali, ma più probabilmente perché stiamo cedendo all’omologazione anche nelle forme della rabbia, quella funzionale al potere, quella che galleggia in un maleodorante brodo primordiale, e che rende troppo facile rinunciare a dotarsi di strumenti di lettura adeguati. Queste esplosioni di orrore quando avvengono nella realtà sono poi costrette a fronteggiarla fisicamente la realtà, a fare i conti con essa, vivendosi anche la possibilità che si riveli, fluorescente, il meccanismo perverso della guerra tra poveri.

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Foto di Giordano Pennisi

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Boxe e materialismo storico

Del come e del perché il pugilato è uno sport laico.

di Alessandro Bernardini (da Laspro numero 29, settembre-ottobre 2014)

Joyce Carol Oates, brillante autrice statunitense, scriveva: «Non è la boxe a essere specchio della vita, ma la vita a essere specchio della boxe». Aveva ragione.
Jack London, Hemingway, Sepulveda, Soriano e molti altri hanno scritto pagine memorabili sulla noble art, ma lei, frantumando lo specchio, ci dice l’essenziale: la vita è racchiusa lì, tra le corde e non è altro (e quindi tutto).
La boxe è la vita, perché la vita non è nient’altro che la boxe.

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Illustrazione di Alex Lupei

 

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La psiche ci sa fare [PornoGraffi #6]

Di Sabrina Ramacci

tumblr_msa5d9Rgzw1ruu90ro1_1280La memoria è una funzione psichica e fisiologica, una super funzione, tra le migliori. Soprattutto quando rimuove i ricordi. Ognuno di noi si sarà prostrato più e più volte di fronte alle sbadataggini di tale funzione, meno male, meno male avrà esultato… meno male che non ricordo, che sono così stordito da dimenticare. Personalmente, lavoro di rimozioni a raffica. Grazie, memoria fasulla, mi viene da pensare, perché in fatto di sesso non è poi sempre così piacevole ricordare proprio tutto.

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La linea – viaggio sul confine turco/siriano

di Serena Tarabini

Viaggio nella frontiera turco–siriana dove si incontrano la resistenza militare, la mobilitazione umanitaria e l’immaginario politico del popolo curdo. E dove l’unica linea di separazione è quella del confine.

“La linea” si compone tutte le mattine a Mesher, villaggio collocato fra la cittadina di Suruç, ultima enclave urbana turca prima della frontiera, e la Siria. Un aggregato di poche case che lambisce il confine, dalla quale ciò che succede a Kobane si vede e si sente. Uno in mezzo a tanti altri, ma che si distingue. Le sue poche centinaia di abitanti, a cui si sono aggiunte una quarantina di famiglie fuggite da Kobane, assieme a ex combattenti, volontari, simpatizzanti, visitatori internazionali che vi transitano, ogni mattina formano una lunga linea rivolta verso una Kobane dalla quale si alzano colonne di fumo e provengono i suoni delle mitragliatrici e delle granate, mentre il ronzio degli aerei della coalizione si avvicina o si allontana.lalinea3 (2) Continua a leggere