[Tiratura limitata] Millemari – Il sole dell’avvenire

tl364Vincenzo Libonati
MILLEMARI – LE SOMIGLIANZE PARTICOLARI

Lepisma Edizioni, 2015
139 pagine, 14 euro

Millemari – Le somiglianze particolari è il romanzo d’esordio di Vincenzo Libonati, pubblicato da Lepisma Edizioni nella collana di narrativa curata da Andrea Gareffi. Vincenzo, lucano di nascita e romano d’adozione, autore e compositore, scrive di letteratura e cinema per diverse riviste e teme di fare la fine di Salinger. Prima di darsi alla macchia, questione che, senza dubbio, i clienti del suo locale alla Certosa (la collinetta che sta sopra Torpignattara) troverebbero di cattivo gusto, Vincenzo ci ha consegnato il suo romanzo: «A Vince’ se non ci piace però famo i vaghi e, niente, la recensione salta… Daje, versa un bianco!». Poi il libro lo abbiamo letto e sì, ci è piaciuto perché è la storia di una vita che si adatta a mille esistenze i cui temi sembrano quelli comuni a molte narrazioni: odio e amore in primo piano. È la storia di una famiglia raccontata con lo sguardo di un bambino, Nino, che si fa uomo attraverso piccole storie di tutti i giorni o storie eccezionali ma soprattutto è un viaggio al Sud, a Camarda, un nome di fantasia, una città qualunque del Sud Italia che sembra essere ovunque e in nessun luogo della cartina geografica. È un Sud che evoca alla nostra memoria Armando Gnisci, studioso di letteratura comparata, che così scrive in Il rovescio del gioco parlando di Salah Methnani, autore tunisino: «Alla fine, con lucidità, ho pensato che risalire l’Italia corrispondeva, nella mia personale geografia, a una discesa nel Sud di me stesso». Millemari è il nostro Sud, quello che respiriamo ovunque, anche a Nord di ogni Sud che si fa per questo eterno Sud. È quindi un viaggio etnoantropologico, nelle tradizioni e nei territori comuni a ciascuno di noi, per alcuni cari, per altri da fuggire ma, in ogni caso, impossibili da dimenticare e Libonati è bravo ad aiutarci a elaborarli e ad accoglierli con leggerezza, poiché in questo romanzo, dove la storia principale è scandita da storie autonome, ogni viaggio è affrontato con accurata e precisa ironia che piacevolmente ti spiazza, pagina dopo pagina. E il mare? Il mare c’è e non è mai un solo mare… Ci versiamo un altro bicchiere?

Sabrina Ramacci

Valerio Evangelisti
IL SOLE DELL’AVVENIRE

Vol. I – Vivere lavorando o morire combattendo
2013 – 530 pagine, 17,50 euro
Vol. II – Chi ha del ferro ha del pane
2014 – 532 pagine, 18 euro
Vol. III – Nella notte ci guidano le stelle
2016 – 508 pagine, 22 euro
Mondadori

1500 pagine in tre anni, per una trilogia che racconta la storia di un clan familiare romagnolo tra il 1870 e il 1945: dagli ultimi epigoni delle tendenze socialiste dei garibaldini alla Resistenza tra i colli e gli Appennini tosco-emiliani, passando per le leghe di resistenza contadina, la nascita delle cooperative, alcuni socialisti che diventano amici dei padroni, quel ragazzo taciturno figlio di un bravo compagno, Alessandro Mussolini, le due guerre, la Spagna dove i figli anarchici combatteranno contro i padri stalinisti e ritratti memorabili di quanto facevano e fanno schifo i fascisti.
Valerio Evangelisti in tre anni pubblica questa trilogia che fa riemergere pezzi di storia d’Italia che non troviamo mai sui libri di storia ufficiali e neanche in altri, semplicemente perché le categorie di interpretazione marxiste non trovano più spazio. La storia, secondo Evangelisti, è storia di lotta di classi, e questo è quello che ritroviamo nella carne e nel sangue vivo delle famiglie Verardi e Minguzzi e dei loro vicini e compagni. Scopriamo episodi di solidarietà internazionalista alla fine dell’Ottocento, l’organizzazione delle squadre fasciste, la realtà consolidata delle cameracce romagnole, antesignane dei centri sociali. Come spesso gli accade, Evangelisti è maestro nel tracciare ritratti degli infami e perciò una delle figure che rimane più impressa è quella di Spartaco Tito Vezio Verardi, figlio di Canzio “mezzo socialista e mezzo anarchico”, combattente della I guerra mondiale, fascista, nazionalista, ex legionario fiumano, rinnegato da sua madre come traditore.
Un’opera che andrebbe salutata come un capolavoro nazionale, studiata nelle scuole, premiata con onoreficenze, ricordata negli anni a venire: ci piace pensare che, di queste cose, forse l’ultima avverrà davvero. Questi sono libri che dureranno da qui a cent’anni.

Luigi Lorusso

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Viaggio nel limbo ateniese (III parte)

Qui la prima e la seconda parte

di Patrizia Fiocchetti

Impossibile non imbattersi nei profughi ad Atene. A piazza Monastiraki dove inizia la salita per il Partenone, ho visto una famiglia di siriani con tanto di valige sedere accanto ai turisti che riposavano dopo la visita al sito archeologico. A piazza Syntagma, davanti alle guardie dove ha sede il parlamento greco, un uomo e i suoi bambini davano da mangiare

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Tutte le foto sono di Patrizia Fiocchetti

briciole ai piccioni. A piazza Omonia, dove troneggia il manifesto Welcome to Greece, drappelli di giovani cercavano riparo sotto radi arbusti dal sole cocente. Grazie alla funzionale rete delle quattro linee metro realizzate per i giochi olimpici del 2004, nonché alla totale assenza di tornelli d’ingresso e di relativi controlli, raggiungere questi luoghi è decisamente semplice.
Piazza della Vittoria è stato scelto dagli afghani quale punto di aggregazione. Da qui è partita una manifestazione che si snodava lungo via 28 Ottobre un pomeriggio in cui mi recavo a un incontro con un comitato di giuriste greche che si battono contro la svendita di proprietà pubbliche da parte del governo Tsipras.
Alla testa del corteo c’erano i profughi, tutti afghani di etnia hazara che scandivano slogan in farsi, inglese e greco. A seguire gruppi di attivisti dei centri sociali. Avevo fermato un terzetto di greci chiedendogli da chi fosse stata organizzata. «Dal Comitato di solidarietà con i rifugiati». Sapete che i profughi presenti sono solo afghani? Si erano guardati l’un l’altro ma nessuno di loro aveva risposto.20160409_143831
Dal mio arrivo più volte e in varie ore del giorno mi ero recata a piazza della Vittoria. La mattina non vi avevo trovato quasi nessuno, tranne una famiglia iraniana e qualche ragazzo che vi aveva passato la notte. Nel pomeriggio inoltrato nel parco situato al centro della piazza, si radunavano invece i nuclei famigliari e si potevano osservare capannelli di giovani uomini fumare e chiacchierare intorno alle aiuole. Pochi i greci che sedevano sulle panchine, per lo più transitavano nei vialetti senza mostrare alcuna curiosità, quasi indifferenti. La sera, su un lato della piazza parcheggiava un furgone privo di qualsiasi effige, a distribuire pane e minestra calda in grandi bicchieri di plastica. Continua a leggere