Indifferente mai – Salvare le vite prima di tutto

di Patrizia Fiocchetti

Non c’è scelta. Mi ripeto. Indifferente mai. Dura, forse, spietata anche. Ma girare la testa dall’altra parte, no.
Ho percorso vie e mi sono contrapposta al fato. Ho cercato risposte e tentato alleanze, per un periodo tanto lungo che, mi ripeto, è sufficiente per dirmi “ho vissuto”. Anche se ora, in questo preciso momento, un fulmine dovesse colpirmi rubandomi il respiro.
Per questo non ho mai tradito i valori in cui sono cresciuta, l’eredità dei miei nonni antifascisti che mai scesero a compromessodi fronte al braccio granitico della repressione, anche a costo di nascondersi, o a ridursi in ginocchio a pulire le scale di condomini signorili per poter nutrire mia madre e le sue sorelle.
I comandamenti in cui credo sono meno dei biblici dieci: solidarietà, accoglienza, giustizia, diritti. Strumenti di comprensione del mondo, e di amore per l’altro umano come me, pur se diverso e lontano. Nessun muro, filo spinato di separazione dove i mattoni portano nomi pesanti “credo”, “razza”, “nazionalità”. Nessun confine, e il senso di appartenenza legato a un mondo senza frontiera. Lo dovevo – e lo devo ancora – a chi ha combattuto, creduto e pagato per quel futuro non plasmato di razzismo, guerra, violenza, supremazia consegnato alla mia di generazione. Continua a leggere

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Serbia: migranti prigionieri nella terra di mezzo

Ignorati dall’Europa dell’accoglienza, aggrappati al proprio progetto di salvezza

Resoconto di una missione umanitaria e conoscitiva, organizzata dalla Cooperativa Coop Noncello di Pordenone. 5 – 8 maggio 2017

di Patrizia Fiocchetti

Se i volti sono stanchi, gli occhi sono illuminati dalla luce della determinazione. La luce che viene da una speranza salda e irriducibile, quella di voler andare avanti, contro tutte le ragioni della realpolitik, e a dispetto della paura che altri gli hanno disegnato addosso e che si portano cucita come un’ombra fastidiosa ma ineluttabile.
«Perché dovrei entrare in un campo statale qui a Belgrado? Perché dovrei denunciarmi per poi essere obbligato a presentare domanda di asilo a un paese che non mi vuole?». L’uomo pachistano, che non mi dice il nome, parla sorridendo schiettamente tenendo con una mano il piatto di minestra e nell’altra una mela, il pasto appena datogli dall’associazione di volontari BelgrAid.

Belgrado, stazione vecchia. Foto di Cristina Campanerut

Ci troviamo nella stazione vecchia della capitale serba, davanti a una serie di edifici abbandonati in cui sono accampati ormai da tempo un migliaio di profughi in attesa di poter proseguire il viaggio intrapreso da mesi, verso l’Europa centrale.
«Quando ho provato a passare la frontiera con l’Ungheria, la polizia mi ha accolto con manganelli e cani». Continua a leggere

Ritorno da Kobane, cuore della rivoluzione femminista – intervista a Carla Centioni

di Patrizia Fiocchetti

«Da dove posso iniziare a raccontare? Le sensazioni sono talmente tante che ho quasi difficoltà a restituirle. È come se volessi trattenerle per riuscire ad elaborarle dandogli il giusto tempo. Essermi trovata nel luogo dove si sta compiendo la prima rivoluzione femminista è di forte emozione».
Le parole descrivono benissimo quanto colgo dal volto e dai gesti di Carla Centioni, rientrata da un mese dalla sua missione a Kobane, capoluogo del Rojava, nel Kurdistan siriano, città simbolo della lotta contro il Daesh. Ci incontriamo nell’appartamento di un caro amico, Giancarlo Scotoni che l’ha accompagnata e ne ha atteso il ritorno a Erbil, in Iraq.
Carla Centioni è la presidente dell’associazione PonteDonna che si occupa di progetti rivolti alle donne vittime della violenza maschile. Ma Carla è anche un’attivista che porta la propria esperienza e sensibilità all’interno del movimento #Nonunadimeno. E anche una mia cara amica.13901440_598584550315455_4511675929860650029_nÈ un piacere parlare di questo tuo viaggio, finalmente. Un viaggio che ci ha colti un po’ tutti di sorpresa. Nel 2015 siamo partite insieme per Kobane ed è proprio in quell’occasione che ci siamo conosciute. Partivamo alla volta di questa città appena liberata. Credo per te sia stata una emozione forte tornarci a distanza di due anni esatti. Ritrovare una Kobane trasformata. Io ne conservo le immagini di distruzione e mi interessa chiederti prima di tutto, come hai ritrovato la città.
«Quando entrammo a Kobane agli inizi di marzo 2015, era passato appena un mese dalla liberazione dal Daesh. Circolavano solo i componenti dell’Unità di difesa popolare (Ypg) e di difesa delle donne (Ypj). Ricorderai le nostre camminate sui mucchi di macerie. Ho trovato una città trasformata e sì, ho provato una profonda emozione. Kobane si è ripopolata, quasi tutti gli abitanti sono rientrati, attualmente ci vivono 40.000 persone. A parte la zona scelta per un museo a cielo aperto a testimonianza della vittoria contro il Daesh, vicino la porta che segna il confine con la Turchia, il resto della città è un cantiere. Nel corso dell’incontro avuto con il sindaco di Kobane, Muro Huseyn, ho preso visione del progetto di ricostruzione della città. Lo ho accompagnato in una visita ad un quartiere di edilizia popolare di nuova costruzione: il 21 marzo in occasione del Nowruz (Capodanno per i popoli di alcune zone e paesi del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, che coincide con l’equinozio di primavera, nda) verrà consegnato ai figli dei combattenti uccisi». Continua a leggere

Il velo della discordia

di Patrizia Fiocchetti

Le immagini sanno emozionarti, coglierti di sorpresa, offenderti. Le immagini arrivano dritte a colpire un punto dolente dello spirito, andando a sollecitare moti che spesso lasciamo impigrire in qualche angolo di noi stessi. Le immagini, le foto parlano. Ma la loro lingua va poi decodificata, in qualche modo contestualizzata.

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Non ho potuto fare a meno di passare interi minuti ad osservare la fotografia scattata l’11 febbraio scorso a Teheran, dove sono ritratte alcune ministre svedesi in hijab (coperte sia il capo che le forme del corpo) sfilare, con una postura alcune quasi ripiegata su se stessa, di fronte ad un sorridente e, perché no, anche soddisfatto Hassan Rouhani, presidente di quel regime teocratico che dal 1979 stringe in una morsa l’Iran e il suo popolo.

Non mi soffermo sui sentimenti provati, ne citerò uno solo, la vergogna, per me rappresentativo in quanto donna che guarda altre del suo genere rinnegare se stesse nello spregio delle proprie sorelle. Continua a leggere

Di nausee, razzismi e paura: perché occorre agire

di Patrizia Fiocchetti

Cammino per le strade di questa città. E non ha importanza quale sia, potrebbe essere Roma dove vivo, Pordenone o Udine dove lavoro, o qualsiasi altra che mi capita di attraversare. E mentre ne solco gli spazi i miei sensi sono sempre all’erta a catturare gli stimoli, sguardi fugaci, saluti frettolosi, odori acri o gradevoli, scambi di battute e gesti.

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Illustrazione di Lisa Lau

Mi è sempre piaciuto studiare gli altri, le donne e gli uomini nella loro quotidianità costituita da frammenti di stati d’animo e millimetriche espressioni. L’ho fatto fin da giovanissima, semplicemente perché l’essere umano per me ha sempre rappresentato la precipua forma vitale degna d’interesse, da cui imparare, da difendere e proteggere.

Tutte le scelte essenziali della mia vita sono state segnate da questa passione.
Ma ora avrei solo voglia di non sentire e non vedere. Oggi ho la nausea. Da giorni ormai ci convivo. Bloccata lì nello stomaco dove si è ricavata un rifugio, non si trasforma in liberatorio sfogo fisiologico.
Lo ammetto subito: non ho nulla di fisico, sono più di dieci anni che non vengo colpita da alcuna forma di virus influenzale. La radice del malore è chiara: si è sviluppato piano piano, sotto i colpi di un quotidiano e di un contesto politico che inesorabilmente è andato degenerando in modelli di disumanizzazione che non pensavo mai di poter conoscere.  Continua a leggere

[Laspro 38]#NonUnaDiMeno. Editoriale

È uscito il numero 38 di Laspro (gennaio / febbraio 2017), in distribuzione nei consueti spazi e su abbonamento (leggi qui per sapere come abbonarsi e sostenere la rivista con 10 euro l’anno). Questo numero prende spunto dalla manifestazione #NonUnaDiMeno contro la violenza sulle donne del 26 novembre, con articoli e interventi della cooperativa Be Free, del collettivo Cattive Maestre, interviste a Patrizia Fiocchetti e Paola Staccioli e altro.
Qui l’editoriale.

di Patrizia Fiocchetti

Non mi sono mai fermata. A un certo punto della mia vita ho iniziato a camminare e non ho più voltato la testa indietro. Ho percorso migliaia di chilometri, muovendomi verso oriente, verso il sud del mondo in direzione opposta al mio percorso di appartenenza, alla mia cultura, alle mie radici, alla mia educazione per ritrovare quanto di me avevo perduto.
E quella decisione dolorosa ha rappresentato la mia salvezza. La necessità di conoscenza, la curiosità unita al senso di perdita, pezzo dopo pezzo, delle certezze in cui si cresce, è il fuoco che inizia il moto perenne dei passi di una donna, e di un uomo. È il viaggio migliore, l’unico sano nell’avventura dell’esistenza.
In questo camminare ho incrociato la mia storia a quella personale di tante altre donne, e mi sono riflessa nelle loro ragioni, nella loro scelta di essere protagoniste di un cambiamento radicale di loro stesse e della società in cui erano cresciute. Parlavano di repressione, tortura, prigione ma anche delle incomprensioni all’interno della famiglia di appartenenza, la lotta con padri e fratelli ma anche con madri a difesa di un ordine costituito e quindi sicuro per quanto ingiusto; e poi di amiche, sorelle con cui avevano condiviso il battito d’ali della ribellione e l’ebrezza della libertà di azione.

«Ma il nemico più duro da battere» mi dicevano «lo portiamo inciso dentro. È quell’idea di patriarcato in cui hanno plasmato la nostra mente, la nostra anima e gli stessi nostri desideri. Contro di essa c’è un’intera vita di lotta».

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Mi sono nutrita dei racconti di stralci delle loro vite, intercalati da parole di dolore o da risate per improvvisi aneddoti ricordati. E anche quando non ne avevo piena consapevolezza, mi hanno insegnato a credere come si può essere protagoniste della Storia, sì quella con la S maiuscola. Anzi, come finalmente siamo noi donne a scriverla la Storia dell’umanità. Continua a leggere

«La mia Roma distopica nelle mani di un potere oscuro e devastante»: incontro con Luca Palumbo autore di “Fango”

 

di Patrizia Fiocchetti

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Un romanzo fin dalle prime battute può colpire come un pugno allo stomaco, oppure con studiata lentezza pagina dopo pagina farti trovare immerso nell’inquietudine. Fango – Distopia in pochi atti il nuovo libro di Luca Palumbo (Lorusso Editore, 370 pagine, 14 euro), risponde decisamente alla seconda categoria dove il fango, appunto, è reale e palpabile ma anche metaforico dell’impoverimento morale e concreto degli uomini.
Roma è la protagonista. Precisamente Roma est e ancora più precisamente Torpignattara che funge anche da palcoscenico, sulle cui strade coperte di fango, appunto, agiscono i personaggi mai del tutto buoni o cattivi, persi in loro stessi, immersi in una precarietà senza via di scampo e in un tempo storico e fisiologico sospeso che per l’autore sembra non avere alcuna importanza.
L’Italia non esiste né come stato di diritto, né come riferimento istituzionale. Roma si è staccata da tutto, è nelle mani di un sindaco fantasma che esercita un potere violento e definitivo, direi osceno per quanto crudo e il cui fine ultimo mira all’annullamento di tutte le forme di dissenso, confronto e contrasto a un progetto più ampio. E Roma est diventa il ghetto ove racchiudere gli sconfitti, sempre più numerosi, i diseredati, i paria di questa nuova società oligarchica, per poi annientarli.
«Ho immaginato una Roma bagnata da una pioggia incessante con il fango che inizia a coprire e poi imbrattarne le strade, i quartieri mano a mano che la macchina violenta del potere che la governa si fa più brutale». Con Luca Palumbo siamo seduti su una panchina del parco che circonda il lago Viscosa vicino l’ex Snia. «Il fango è per me simbolico della decadenza di questa città. Nella mia idea di romanzo distopico, l’atmosfera apocalittica ha nell’elemento naturale e climatico una valenza immediata, quasi figurativa».
E perché Roma Est?
«Be’, sono napoletano e cresciuto in Molise. A Roma est ho vissuto fin dal mio arrivo nella capitale». Ride. «E ci vivo tuttora. È la zona di Roma che conosco meglio, dove mi sono interessato a battaglie popolari come quella che ha portato a salvare il lago Viscosa, img_2040-come-oggetto-avanzato-1-1024x768appunto. Nel romanzo, invece, immagino che quest’area venga strappata con la forza ai movimenti di quartiere e si arrivi alla realizzazione di quel progetto di speculazione edilizia ideato nei primi anni ‘90: la costruzione di una città-gioiello, accessibile solo ai ricchi e ai nuovi padroni di Roma. Inoltre, per me questa città è anche simbolo di una crisi generale, sociale ed economica, non solo a livello nazionale ma anche europeo: qui si sono consumati conflitti sociali estremi però sconfitti. Questa Roma distopica è una zattera di pietra (titolo di un capitolo, omaggio all’omonimo libro di José Saramago, nda), che vaga in un mare sconosciuto, trasformata in una Città Stato».
Nel libro parli di un progetto perseguito da questo sindaco che non ha né un nome né un volto, che si muove su linee marcatamente razziste e xenofobe. Eppure, leggendolo, non ho avvertito dietro tutto questo una, passamela, ideologia o condotta politica quanto piuttosto un mero esercizio che risponde alle logiche di mercato.
«È vero, ho rappresentato una Roma dove il senso politico dell’atto istituzionale è azzerato sfociando in un confronto sempre più aspro e primitivo, verso l’annullamento dei deboli e delle loro rivendicazioni. Il potere nel libro agisce per annientare, non più per sottomettere, cancellare tutte le realtà e gli individui che si oppongono alla sua intenzione di speculazione edilizia e territoriale». Fa una pausa. «Ho messo su carta le mie paure di fronte alla realtà di un sempre crescente numero di persone che perdono la casa e si trovano ad affrontare una realtà alloggiativa drammatica di cui, però, l’altra faccia della medaglia mostra un sistema di potere economico forte nelle mani della cosiddetta imprenditoria sociale che specula attraverso la rete dei residence di emergenza abitativa sulla disgrazia di chi viene sfrattato».
Nel libro parli molto dei movimenti di lotta sociali e per la casa, appunto, ma le tue parole per quanto non aspre, sottendono una chiara critica che rendi attraverso i dialoghi dei protagonisti. Vorrei citare una frase, a pagina 37: “Ognuno di noi è rimasto isolato” quasi a sancire una sorta di fallimento nell’esperienza aggregativa dei movimenti.
wp_20141122_031«Obiettivo del libro è sempre stato mettere in risalto le contraddizioni che ho visto, e vissuto, all’interno dei movimenti di lotta in generale, con attenzione particolare ai centri sociali. Un fallimento? Forse, sicuramente la mia delusione di fronte a quella volontà di isolamento che li ha resi una sorta di circolo esclusivo, settario, privo di apertura mentale al confronto con realtà alternative. Dinamiche che mi lasciano perplesso e mi hanno allontanato poiché ho assistito alla trasformazione dei movimenti in una sorta di gruppi che agiscono per il mantenimento di una sorta di fittizia supremazia. Pertanto frammentazione e confusione ne sono i prodotti sul piano dell’azione sociale. Questa condizione nel libro l’ho portata alla sua conseguenza estrema: gli individui di fronte alla propria coscienza decidono di battersi fino alla fine. Ma sono consapevoli della doppia sconfitta che stanno subendo».
Quindi la resistenza al potere diviene in Fango moto e azione individuale?
«È esatto dire che, pur parlando in diverse parti del libro di resistenza al potere oscuro e indefinito, questa non esiste, è solo accennata. Una resistenza non organizzata, confusa, conseguenza del fallimento della lotta dei movimenti. Vuole essere un messaggio provocatorio, perché lo spiraglio che lascio aperto, il mio desiderio vero, è che le singole scelte di opposizione confluiscano in una azione corale e condivisa».
Vorrei ritornare al tema a mio avviso centrale del libro: il potere, o meglio un certo tipo di agire del potere. Un’altra frase che mi ha colpito è: “L’ideale collettivo contemporaneo è il potere”. Il potere che rappresenti vive di vita propria e non sembra importante chi lo incarna.
«È senza volto perché in realtà dietro ha sempre le stesse facce. È un potere che si autoalimenta ma con quella frase è come se proponesse di appropriarsi dei valori della parte che sta combattendo per poterla annientare in maniera più rapida ed efficace. L’esercizio del potere nel corso del libro va crescendo e si esprime con modalità sempre più barbare e feroci: deve stringere i tempi della pulizia sociale».
I personaggi maschili sono interessanti e quelli cattivi tratteggiati con dei chiaroscuri che li rendono estremamente umani per quanto alla fine tutti perdenti. Spiccano le donne, tre, così nettamente differenti tra loro. Qual è quello in cui ti riconosci e quello a cui affidi le tue speranze?
«Decisamente Matteo Furst è il carattere che mi rappresenta. Protagonista del mio primo romanzo Un maledetto freddo cane, in Fango è una figura di secondo piano ma è maturato e copertina-fbpur sempre visionario e pessimista, nel corso della storia acquista consapevolezza di quanto gli accade intorno e prende posizione. Quello, invece, a cui affido la mia speranza è Dago (omaggio a John Fante e al suo romanzo Dago Red, nda), il ragazzo che subisce il tradimento di chi credeva un amico, e le percosse, ma che fa suo un determinato spirito di riscatto. Per quanto riguarda i personaggi negativi, Molise il traditore-infiltrato e Castracane l’ex poliziotto mi sono ispirato al lavoro di Valerio Evangelisti, che proprio nella creazione dei ‘cattivi’ è un maestro. Li rende talmente umani da spiazzare il lettore».
E le donne?
«Nanà è una solitaria, con un carattere lineare e un passato che ritornerà a incrociare la sua strada. Ha fatto parte di un gruppo anarchico insieme al suo amico Gino Pilàr, e ha condotto operazioni di sabotaggio. Poi c’è Sakine, una rifugiata politica curda che fugge dal centro d’accoglienza in cui è ospite prima che venga trasformato in una prigione. Per lei mi sono ispirato a una profuga conosciuta nel centro in cui ho lavorato e di cui non conosco la storia. Sakine è forte, reduce da tante battaglie, e un sostegno per i personaggi con cui si trova a scappare per le strade di Roma est. Intorno a lei si realizza l’unico momento collettivo del libro. E infine la centaura dal mantello nero, androgina e spietata, l’unica che non ha sfaccettature caratteriali e priva di alcun messaggio. È l’incarnazione del nichilismo puro».
In conclusione, Roma Città Stato dove, dici, non dovranno più esistere scontri o contrasti sociali. Pertanto repressione, uccisioni e arresti di massa, e quindi la ghettizzazione. Questo il ruolo di chi per conto del potere ne gestisce la macchina di violenza. Si cancella l’idea o anche la sola intenzione di confronto perché non ci può essere nulla di alternativo a quello che è il desiderata del potere. Tutto ciò avviene a Roma est, invasa dal fango che nasconde molte altre nefandezze. Nessuna speranza, quindi?
«È un romanzo distopico, ma ho scelto un finale che lascia aperto uno spiraglio di speranza e non si concluda con l’immagine della vittoria del potere nella beffarda manifestazione della propria crudeltà proprio qui, davanti al lago Viscosa dove tanto tempo prima la gente aveva vinto. Fango è il primo romanzo di una trilogia. E non so ancora se il clima nella Roma Città Stato migliorerà».

Le prossime presentazioni di Fango saranno:
venerdì 16 settembre ore 19.30 a Farfa (RI) nel corso di Liberi sulla Carta – Fiera dell’editoria indipendente;
venerdì 23 settembre ore 19.30 da Chourmo in via Galeazzo Alessi 122 a Roma (zona Certosa);
sabato 22 ottobre (ora da definire) all’Hula-Hoop Club, via De Magistris a Roma (zona Pigneto);
domenica 27 novembre (ora da definire) da Kur a Chia (VT).