Viaggio nel limbo ateniese (III parte)

Qui la prima e la seconda parte

di Patrizia Fiocchetti

Impossibile non imbattersi nei profughi ad Atene. A piazza Monastiraki dove inizia la salita per il Partenone, ho visto una famiglia di siriani con tanto di valige sedere accanto ai turisti che riposavano dopo la visita al sito archeologico. A piazza Syntagma, davanti alle guardie dove ha sede il parlamento greco, un uomo e i suoi bambini davano da mangiare

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Tutte le foto sono di Patrizia Fiocchetti

briciole ai piccioni. A piazza Omonia, dove troneggia il manifesto Welcome to Greece, drappelli di giovani cercavano riparo sotto radi arbusti dal sole cocente. Grazie alla funzionale rete delle quattro linee metro realizzate per i giochi olimpici del 2004, nonché alla totale assenza di tornelli d’ingresso e di relativi controlli, raggiungere questi luoghi è decisamente semplice.
Piazza della Vittoria è stato scelto dagli afghani quale punto di aggregazione. Da qui è partita una manifestazione che si snodava lungo via 28 Ottobre un pomeriggio in cui mi recavo a un incontro con un comitato di giuriste greche che si battono contro la svendita di proprietà pubbliche da parte del governo Tsipras.
Alla testa del corteo c’erano i profughi, tutti afghani di etnia hazara che scandivano slogan in farsi, inglese e greco. A seguire gruppi di attivisti dei centri sociali. Avevo fermato un terzetto di greci chiedendogli da chi fosse stata organizzata. «Dal Comitato di solidarietà con i rifugiati». Sapete che i profughi presenti sono solo afghani? Si erano guardati l’un l’altro ma nessuno di loro aveva risposto.20160409_143831
Dal mio arrivo più volte e in varie ore del giorno mi ero recata a piazza della Vittoria. La mattina non vi avevo trovato quasi nessuno, tranne una famiglia iraniana e qualche ragazzo che vi aveva passato la notte. Nel pomeriggio inoltrato nel parco situato al centro della piazza, si radunavano invece i nuclei famigliari e si potevano osservare capannelli di giovani uomini fumare e chiacchierare intorno alle aiuole. Pochi i greci che sedevano sulle panchine, per lo più transitavano nei vialetti senza mostrare alcuna curiosità, quasi indifferenti. La sera, su un lato della piazza parcheggiava un furgone privo di qualsiasi effige, a distribuire pane e minestra calda in grandi bicchieri di plastica. Continua a leggere

Viaggio nel limbo ateniese (II parte)

Qui la prima parte

di Patrizia Fiocchetti

Ritorno al Pireo, questa volta da sola, dopo due giorni. Cammino e avvicinandomi al Gate 3, mi avvedo del parcheggio vuoto. Scomparse le tende e un uomo con un gilet arancione sta lavando l’area. Dall’interno della palazzina escono operai che trasportano sacchi pieni di rifiuti mentre un altro è alla guida di un’auto pulente.
«Non può entrare». La biondina greca della sicurezza mi lancia il monito senza alzare lo sguardo dal cellulare. Non ne ho intenzione, la rassicuro. Li hanno trasferiti, quindi. «Sì, ieri mattina. Alla fine hanno ceduto» e mi volta le spalle per rispondere a una chiamata.
Proseguo lungo l’ampia banchina a cui sono attraccate le navi traghetto che portano a Creta. Incrocio gruppetti di ragazzi che si dirigono verso l’uscita, camminano in silenzio, il sole è impietoso. All’ombra di una tettoia che protegge una fermata d’autobus, incontro due uomini iraniani che parlano con una ragazza greca, una volontaria che prima di allontanarsi li abbraccia.

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Tutte le foto sono di Patrizia Fiocchetti

Ali Reza ha 25 anni e viene da Teheran. «Sono fuggito perché non volevo andare a farmi ammazzare in Siria. Dopo una sessione di tiro nel mio addestramento come militare di leva, fui chiamato dal comandante che mi diede la notizia: vista la mia bravura sarei stato inviato in guerra. Non ne volevo sapere. Sono fuggito dalla caserma ma quelli della Sepah pasdaran (corpo dei guardiani della rivoluzione, nda) mi hanno trovato e arrestato. Ho trascorso diversi giorni nella prigione della 66° Sepah, picchiato con bastoni, guarda» e mi mostra le mani. «Mi hanno spezzato le dita. Alla fine ho ceduto, e nelle 24 ore che mi hanno concesso per preparare i miei effetti personali, sono scappato fuori città, nei villaggi. Lì ho contattato dei passeur che mi hanno aiutato ad attraversare le montagne. E poi la Turchia, il mare e ora qui, intrappolato in Grecia». Continua a leggere

Viaggio nel limbo ateniese (I parte)

di Patrizia Fiocchetti

Elaborare il dolore è diventato esercizio sempre più lungo e complesso. Passare al setaccio della mia anima immagini strazianti e parole di rabbia e disperazione per trasformarle in scrittura, richiede uno sforzo che mi priva di energie. Per questo, faccio trascorrere i giorni, prendo un distacco, provo a riempirmi gli occhi di altri orizzonti, le orecchie di altri suoni e poi, solo allora mi sento pronta a testimoniare.

Atene 4 – 12 aprile 2016

«Quando apriranno i confini?» «L’Europa riaprirà i confini?» «Che fine faremo qui in Grecia?». Li osservo, ragazzine con al collo bambini di pochi mesi, giovani uomini accanto, gli occhi a mandorla che tradiscono la loro appartenenza all’etnia hazara.
Mi hanno circondata appena hanno sentito che parlavo farsi. Avevo provato ad approcciare alcune giovani donne, una di nome Fereshteh, diciottenne di Kabul. Ma subito, a interromperci erano arrivati gli uomini e la parola era passata a loro.

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Tutte le foto sono di Patrizia Fiocchetti

Siamo fermi davanti al Gate 3, porto del Pireo più di un chilometro dal cancello d’ingresso che si percorre, privo di ripari, sotto l’inconsueto sole di quest’inizio aprile.
Mentre mi avvicinavo a quel primo blocco accompagnata da Lila, una conoscente greca che di mestiere fa la guida turistica, avevo incrociato profughi che a gruppetti sparsi si recavano alla fermata della metro Piraeus che collega al centro di Atene: piazza Omonia e piazza Vittoria i luoghi di ritrovo per quelli che vogliono organizzare il prosieguo della fuga verso Idomeni. Verso l’inferno delle barriere e degli scontri, rifiutando quell’incertezza che nel limbo ateniese si è impadronita delle loro esistenze.
Nei posteggi che come ali si aprono a destra e sinistra del Gate 3 ci sono file di tende canadesi di vari colori da dove si vedono emergere donne e bambini, questi ultimi sporchi ma giocosi, le madri o sorelle stanche, lo sguardo vuoto. Nessun sorriso. Continua a leggere

«Gli occupanti lascino il suolo afgano»: intervista a Selay Ghaffar (Hambastagi)

di Patrizia Fiocchetti

L’altra via. Voci di donne che resistono è il titolo del convegno organizzato dalla rivista Confronti a coronazione del progetto che la vede impegnata dal 2012, finanziato dai fondi dell’8 per mille della Tavola Valdese. L’obiettivo, il sostegno alla costruzione di un’alternativa sociale ed economica in zone che sono state, o tutt’ora sono segnate da conflitti sanguinosi, e che vede proprio nelle donne le protagoniste della ricostituzione del tessuto sociale del proprio paese.
In qualità di testimoni sono state invitate a Roma nella settimana dal 11 al 16 ottobre, tre donne provenienti da diverse aree del mondo. Portatrici di una storia d’impegno condivisa tra loro e con il pubblico intervenuto ai vari eventi che hanno scandito il convegno, le loro parole hanno sottolineato come il reale cambiamento e la soluzione dei conflitti passi attraverso l’impegno in prima persona delle donne.

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Selay Ghaffar – foto di Elena Cardinali

Le voci che si sono confrontate sono quelle di Radmila (Rada) Zarkovix, presidente della cooperativa bosniaca Insieme con sede a Bratunac vicino Srebrenica, dove sta portando avanti il suo ideale pacifista facendo lavorare fianco a fianco donne vittime della guerra etnica del 1992, Ozlem Tanrikulu (intervistata da Laspro nello scorso febbraio), membro del Congresso Nazionale del Kurdistan e presidente dell’Ufficio di informazione sul Kurdistan in Italia (UIKI), e infine Selay Ghaffar, già presidente dell’Associazione umanitaria di assistenza alle donne e ai bambini in Afghanistan (HAWCA) e dal 2014 portavoce ufficiale del Partito Hambastaghi (Solidarietà) unica formazione politica democratica e indipendente. Di seguito l’intervista a Selay Ghaffar.
Selay, inizierei chiedendoti un bilancio di questi 14 anni di occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e dei contingenti militari occidentali.
Per capire il peggioramento della situazione nel paese è utile guardare a questo ultimo anno che si è aperto con l’imposizione di un governo cosiddetto di “unità nazionale” da parte del segretario di stato americano John Kerry e che, pertanto non è riconosciuto dal popolo afgano. Continua a leggere

Afghanistan. Maryam Rawi (RAWA): «Impossibile la democrazia senza indipendenza e giustizia»

di Patrizia Fiocchetti

La voce di Maryam al telefono è afona causa gli innumerevoli incontri che in questi giorni la vedono impegnata in molte città italiane, a illustrare la condizione dell’Afghanistan e del suo popolo. Maryam Rawi, 39 anni e due figli è membro dell’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA), la più antica formazione politica del paese, da anni attiva in regime di clandestinità.

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Foto di Carla Dazzi

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Donne afghane tra violenza e resistenza, una questione politica

Intervista a Patrizia Fiocchetti
di Luca Palumbo (da Laspro numero 28, maggio-giugno 2014)

Afghanistan_fuor_-325x525Patrizia Fiocchetti è autrice, insieme al giornalista Enrico Campofreda, del libro Afghanistan fuori dall’Afghanistan – voci da un paese che resiste e cerca la sua storia (Poiesis editrice, 2013). Abbiamo incontrato Patrizia per parlare delle violenze sulle donne afghane, dei diritti violati e delle lotte delle donne stesse.

Nel libro raccontate e analizzate la drammatica situazione delle donne afghane e della società afghana, considerata la meno pacifica al mondo. Qual è stato lo scopo di questo progetto-inchiesta?
Lo scopo principale del libro, almeno per quanto mi riguarda, era quello di far conoscere l’Afghanistan nella sua complessità e nella sua veridicità, far sapere che è molto più grave e drammatico di quello che si immagina, di quello che viene descritto e rappresentato generalmente. Parliamo di una situazione contingente che riguarda diversi settori della quotidianità afghana, economica, sociale, culturale e inerente alla sicurezza, molto più drammatica di quello che si pensa, e questo considerando tutto il periodo dell’occupazione in atto nel paese, una situazione che tocca principalmente le donne. Un altro obiettivo del libro era quello di raccontare il fermento presente in Afghanistan, che per quanto non rappresentato a un livello molto alto è vivo, anche perché parte dalla base della società, grazie a movimenti, associazioni, organizzazioni democratiche le cui responsabili sono soprattutto donne, giovani donne, basti pensare che la più grande, Malalai Joya, ha solamente 35 anni. Donne che si fanno non solo portavoce del disagio del mondo femminile ma che sono estremamente attive e pioniere di cambiamento, soprattutto per poter dare alle donne afghane la possibilità di accedere a dei servizi e a delle situazioni educative e formative. Continua a leggere