Alfabeto palestinese

Scrissi questo testo nel 2011, al ritorno da un workcamp di lavoro e solidarietà in Palestina, principalmente a Nablus, organizzato dall’associazione Zaatar di Genova nel corso dell’estate. Da allora, le cose sembrano sempre uguali ma in realtà peggiorano, giorno dopo giorno: nuove colonie, nuove forme di oppressione e di apartheid israeliano, nuovi prigionieri, nuovi feriti, nuovi morti. Periodicamente, qualche operazione di sfoltimento demografico della popolazione palestinese, come quella in corso a Gaza a partire dal 6 luglio (bilancio a oggi: 1156 morti, 6700 feriti, 200.000 sfollati su una popolazione di 1,8 milioni di abitanti). I palestinesi però continuano a esistere e a resistere. Allora come oggi, nessuna equidistanza: non c’è una guerra tra due parti in corso. C’è un oppresso e un oppressore. Palestina libera, boicotta Israele. (L.L.)

Arabi
Il primo arabo che incontro è appena dentro la porta di Jaffa, a Gerusalemme, gli chiedo la via del mio ostello e mi ci accompagna. «Sei cattolico?» mi chiede e non so cosa rispondere. «Sì» dico «sono italiano». «Io sono cristiano» dice lui, troviamo l’ostello e mi saluta, «you’re welcome» risponde al mio «thank you». Ho imparato, al prossimo dirò shukran. L’ultimo lo incontro appena fuori dalla porta di Jaffa, è un tassista che mi dice di stare attento agli autisti dell’autobus per il Ben Gurion, l’aeroporto di Tel Aviv, perché «sometimes they are police». In mezzo, un mare di inviti, incontri, mani strette, tè, ringraziamenti e quelli che da noi chiamiamo dispregiativamente salamelecchi. Al-aikum salaam, gente.

Bambini
I bambini di Nablus quando colorano escono dai contorni, quelli di Hebron scappano tra le gambe dei soldati, a Gerusalemme manovrano carri al mercato e hanno la faccia seria. A Qalandia i bambini chiedono shekel ma sono contenti se gli regali un cappellino, a Qalquilya stanno seduti composti e fanno disegni bellissimi. Ad Askar ti fanno gli scherzi ma poi gli dispiace che ti sporchi il vestito, i bambini a Balata non vogliono essere fotografati, le bambine invece sì e si mettono in posa. Ai bambini di Palestina piace il wrestling, soprattutto John Cena, dicono hello, what’s your name e how are you, disegnano il cielo con gli F16 e amano la loro bandiera ma soprattutto ti chiedono «Barcelona o Real?». I bambini palestinesi vogliono il mondo e gliene danno uno spicchio, ma sono tanti e non si danno per vinti.

disegno

Disegno di Raheel, 13 anni, scuola femminile Unrwa di Nablus

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Let’s Make a Movie [PornoGraffi#4]

Di Sabrina Ramacci idiots-1998-02-g

[Foto da: Idioti – Idioterne, 1998 – di Lars von Trier]

Quando ero ragazzina, da grande, avrei voluto fare il meccanico. Sì, proprio il meccanico. Perché secondo me far funzionare un motore equivale a dar vita a qualcosa, a generare un’energia che prima non c’era. Poi mi sono resa conto che ci volevano i muscoli e io non ne ho mai avuti tanti, anzi. Quindi sapevo tutto di come si cambia una ruota o si smonta una marmitta, ma questa cosa dei muscoletti da femmina mi fece desistere. Allora mi decisi per una cosa più consona al mio genere e m’iscrissi a Storia e critica del cinema. Continua a leggere

I Mondiali più osceni della storia. Anzi no.

“Si gioca il mondiale più osceno della storia del calcio” secondo il Duka. “A me, tutto sommato, è piaciuto” dice Renato Berretta. Anticipo del prossimo PopCorner.

Un colpo di tacco contro il calcio moderno

di Duka.

«Ora passiamo a una cosa importantissima, ossia il Tacco del Duka è in lacrime perché è morto il Tacco di Dio. La settimana scorsa si è spento il grande compagno e campione di football, nonché grande bevitore e fumatore, il dottor Sócrates. È una grande perdita e qui lo ringrazio per averci regalato con i suoi colpi di tacco dei momenti magici. Il dottor Sócrates è stato un eroe popolare, non uno stronzo come Pelè».
(da Il Tacco del Duka di Duka, edizioni Agenzia X)

215672 il calciatore Brasiliano Socrates

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