[Laspro 35] Il verbale d’assemblea

di Renato Berretta (da Laspro 35 marzo/aprile 2016)

Correva un lunedì come tanti, il primo lunedì che dio comandi, anzi facciamo qualcun altro che è meglio, il giorno che il vecchio Vasco ha confidato urbi et orbi di odiare in un suo celebre pezzo, il giorno detestato ben prima che il citato Vasco facesse outing da nutrite schiere di dannati della terra costretti a ricominciare la propria settimana lavorativa proprio in questa malinconica giornata. Il lunedì, insomma, che si presenta già di per sé come una delle tante iatture della società capitalistica bisognosa d’intraprendenti produttori e accaniti consumatori.
Era già di sera e non mi va d’inventarmi fantasie per descrivere le posizioni lunari, se c’era la luna piena degli innamorati, l’ambigua mezzaluna che non sai mai da che parte prenderla o quella negata al fallibile occhio umano. Tantomeno mi metto a indugiare sulla posizione delle stelle, non m’interessano gli oroscopi e non credo alla storia dei desideri che s’avverano di fronte a un astro cadente (mai ‘na gioia).
Si può dire, però, che era d’inverno, il freddo di gennaio, non troppo freddo però, eravamo dentro le medie stagionali come avrebbe sentenziato Bernacca, con una ventilazione inapprezzabile come avrebbe chiosato in una delle sue immortali radiocronache il buon Sandro Ciotti.
Da pochi minuti erano trascorse le nove della sera, nelle case normali si sparecchiava la tavola e si lavavano i piatti, dalle finestre rigorosamente chiuse provenivano fastidiosi rumori di televisioni accese all’ora di massimo ascolto (quindi la peggiore).
Tutto questo dentro una delle tante periferie romane, teatro di questo breve quanto didascalico racconto, periferia che si definirebbe senza eccessiva originalità degradata, con palazzi alti e automobili ammucchiate a casaccio che tanto che n’ce esci? Gli effluvi del fiume Tevere detto amichevolmente er biondo, profumavano l’aria, e proprio al centro di questa periferia così provata dalla dura esistenza quotidiana, s’imponeva fiera e claudicante la mole del centro sociale occupato e autogestito, unico e indissolubile baluardo di resistenza metropolitana, estremo simbolo della necessità di riscatto sociale per migliaia e migliaia di proletari.
All’interno del centro sociale una luce sufficientemente potente illuminava la sala destinata a ospitare l’assemblea di gestione, unico e autorevole consesso deputato ad assumere tutte le gravi e ultime decisioni per fornire adeguata risposta ai problemi del quartiere e affrancare milioni di proletari dall’infame giogo capitalistico.
Intorno a un tavolo ovale gli intrepidi militanti del centro sociale sfogliavano appunti e quotidiani sparsi, riflettevano confusamente mischiando personale e politico, i propri destini e quelli dell’umanità sofferente, ben poggiati su sedie arrugginite, avanzi di traslochi andati a male o di bar in liquidazione rigorosamente coatta.
A osservarli severamente da pericolosi scaffali perennemente in procinto di cadere sulle teste di qualche malcapitato frequentatore o avventore occasionale, c’erano polverose copie del Gramna, di Rosso e di altre storiche riviste, patrimonio universale, non si pretende dell’umanità ma, almeno, del movimento antagonista. Tali riviste, unitamente e in concorso a volantini, scritti e libri sacri del pensiero rivoluzionario, componevano il glorioso archivio del centro sociale, opera incompiuta da anni nell’attesa che qualche volenteroso un po’ masochista e resistente a fastidiose forme allergiche, potesse dargli definitiva sistemazione. Dalla cima di questi scaffali Kim Il Sung raccolto nella sua opera ormai introvabile, osservava accigliato, mentre le copie dei vari congressi del partito comunista albanese parevano guardarsi con sospetto e diffidenza con moli di documenti sul rifiuto del lavoro dell’autonomia romana degli anni settanta.

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La situazione non era affatto eccellente nonostante la confusione sotto il cielo quando il comandante Ramingos estrasse dal suo capiente zaino sorprendentemente trendy la sua voluminosa agenda. Un’agenda normale solo all’apparenza, con l’ordinaria indicazione dei trecentosessantacinque giorni (non era anno bisesto) e la rubrica telefonica finale sulla quale avrebbero volentieri messo le mani solerti agenti e funzionari della Digos.
L’agenda del comandante Ramingos, tuttavia, conteneva l’elenco degli argomenti che lo stesso intendeva sottoporre alla discussione assembleare, una lunga lista di questioni decisive per liberare il proletariato da secolari catene e che faceva ragionevolmente presagire una lunga durata di quella riunione. Infatti, il buon Ramingos ruppe gli indugi e diede inizio ai lavori (si fa per dire), affermando con la giusta rabbia: «A compà c’avemo un sacco de cose da discute».

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I Mondiali più osceni della storia. Anzi no.

“Si gioca il mondiale più osceno della storia del calcio” secondo il Duka. “A me, tutto sommato, è piaciuto” dice Renato Berretta. Anticipo del prossimo PopCorner.

Un colpo di tacco contro il calcio moderno

di Duka.

«Ora passiamo a una cosa importantissima, ossia il Tacco del Duka è in lacrime perché è morto il Tacco di Dio. La settimana scorsa si è spento il grande compagno e campione di football, nonché grande bevitore e fumatore, il dottor Sócrates. È una grande perdita e qui lo ringrazio per averci regalato con i suoi colpi di tacco dei momenti magici. Il dottor Sócrates è stato un eroe popolare, non uno stronzo come Pelè».
(da Il Tacco del Duka di Duka, edizioni Agenzia X)

215672 il calciatore Brasiliano Socrates

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Quando ammazzarono i precari – intervista a Cristian Giodice

di Renato Berretta (da Laspro numero 28 maggio/giugno 2014)

precarweb1scalatoQuando ammazzarono i precari – Cronache di inizio millennio, il primo libro di Cristian Giodice, è un romanzo che parla di quotidianità. Dopo le esperienze negli ambienti dell’underground letterario capitolino, tra riviste (in particolare come redattore e direttore di Laspro), racconti, reading e letteratura sociale, esce il tuo primo romanzo edito da Lorusso editore (186 pagine, 10 euro). Un lavoro che racconta, attraverso metafore e paradossi, questi primi anni del nuovo millennio. Da dove nasce l’idea di questo libro?
L’idea nasce molti anni fa, quando leggendo alcune pubblicazioni che trattavano il tema della precarietà, allora nascente, notavo come questa fosse narrata ponendo l’attenzione esclusivamente su quanto avveniva sul posto di lavoro. Erano letture che mi lasciavano un senso d’insoddisfazione, perché non era raccontato quell’aspetto emotivo che riguarda il lavoratore precario, la sua persona, ciò che avviene fuori dal luogo di lavoro, i sensi d’insicurezza, l’ansia. Insomma, la precedente letteratura sull’argomento non dava, a mio parere, il giusto risalto alle reazioni emotive indotte dalla precarietà nei soggetti coinvolti. Probabilmente, perché ancora non avevamo sbattuto completamente il muso contro questo fenomeno, o perché c’era una visione ancora immatura, insufficiente dello stesso. Io ho provato a raccontare quello che viene dopo, le conseguenze della precarietà, insomma il successivo step. Continua a leggere