Palestina, obbligati a resistere – parte IV

Campo profughi di Balata, Nablus: il dovere di vivere

di Patrizia Fiocchetti

qui la prima, seconda e terza parte del reportage in Palestina

20140805_Nablus_Balata7Nablus dal 1995 città autonoma ovvero in Zona A, è completamente circondata da insediamenti israeliani. Tutte le città palestinesi sono soggette a restrizioni nel movimento ma Nablus è quella maggiormente colpita. Ribattezzata dai palestinesi “montagna di fuoco” per la sua indomita resistenza durante la seconda Intifada – per gli israeliani “capitale del terrorismo”- e paralizzata da una crisi economica che ha portato alla chiusura di molte fabbriche di sapone, per cui è famosa, di mobili e laterizi, Nablus ospita il più grande campo profughi palestinese, Balata.
Dal 1950, anno della sua costituzione, Balata occupa l’invariata area di un km quadrato alla periferia dell’antica città cananea di Shechem e accoglie le famiglie originarie di Jaffa, più del 50%, della pianura centrale della Palestina e della Galilea, vittime della Nakba. Secondo l’ultimo censimento del 2013 nel campo vivono 29 mila persone in moduli abitativi che anno dopo anno a fronte dell’aumento demografico, si sono sviluppati in senso verticale. Palazzi altissimi, divisi gli uni dagli altri da vicoletti dove la luce del giorno arriva pallida, in cui a malapena si riesce a passare e solo uno dietro l’altro dando un senso di vertigine claustrofobica che non ti abbandona. Ma è proprio a Balata che la prima e la seconda Intifada ricevettero il loro status politico di resistenza popolare. Continua a leggere

Alfabeto palestinese

Scrissi questo testo nel 2011, al ritorno da un workcamp di lavoro e solidarietà in Palestina, principalmente a Nablus, organizzato dall’associazione Zaatar di Genova nel corso dell’estate. Da allora, le cose sembrano sempre uguali ma in realtà peggiorano, giorno dopo giorno: nuove colonie, nuove forme di oppressione e di apartheid israeliano, nuovi prigionieri, nuovi feriti, nuovi morti. Periodicamente, qualche operazione di sfoltimento demografico della popolazione palestinese, come quella in corso a Gaza a partire dal 6 luglio (bilancio a oggi: 1156 morti, 6700 feriti, 200.000 sfollati su una popolazione di 1,8 milioni di abitanti). I palestinesi però continuano a esistere e a resistere. Allora come oggi, nessuna equidistanza: non c’è una guerra tra due parti in corso. C’è un oppresso e un oppressore. Palestina libera, boicotta Israele. (L.L.)

Arabi
Il primo arabo che incontro è appena dentro la porta di Jaffa, a Gerusalemme, gli chiedo la via del mio ostello e mi ci accompagna. «Sei cattolico?» mi chiede e non so cosa rispondere. «Sì» dico «sono italiano». «Io sono cristiano» dice lui, troviamo l’ostello e mi saluta, «you’re welcome» risponde al mio «thank you». Ho imparato, al prossimo dirò shukran. L’ultimo lo incontro appena fuori dalla porta di Jaffa, è un tassista che mi dice di stare attento agli autisti dell’autobus per il Ben Gurion, l’aeroporto di Tel Aviv, perché «sometimes they are police». In mezzo, un mare di inviti, incontri, mani strette, tè, ringraziamenti e quelli che da noi chiamiamo dispregiativamente salamelecchi. Al-aikum salaam, gente.

Bambini
I bambini di Nablus quando colorano escono dai contorni, quelli di Hebron scappano tra le gambe dei soldati, a Gerusalemme manovrano carri al mercato e hanno la faccia seria. A Qalandia i bambini chiedono shekel ma sono contenti se gli regali un cappellino, a Qalquilya stanno seduti composti e fanno disegni bellissimi. Ad Askar ti fanno gli scherzi ma poi gli dispiace che ti sporchi il vestito, i bambini a Balata non vogliono essere fotografati, le bambine invece sì e si mettono in posa. Ai bambini di Palestina piace il wrestling, soprattutto John Cena, dicono hello, what’s your name e how are you, disegnano il cielo con gli F16 e amano la loro bandiera ma soprattutto ti chiedono «Barcelona o Real?». I bambini palestinesi vogliono il mondo e gliene danno uno spicchio, ma sono tanti e non si danno per vinti.

disegno

Disegno di Raheel, 13 anni, scuola femminile Unrwa di Nablus

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