I Mondiali più osceni della storia. Anzi no.

“Si gioca il mondiale più osceno della storia del calcio” secondo il Duka. “A me, tutto sommato, è piaciuto” dice Renato Berretta. Anticipo del prossimo PopCorner.

Un colpo di tacco contro il calcio moderno

di Duka.

«Ora passiamo a una cosa importantissima, ossia il Tacco del Duka è in lacrime perché è morto il Tacco di Dio. La settimana scorsa si è spento il grande compagno e campione di football, nonché grande bevitore e fumatore, il dottor Sócrates. È una grande perdita e qui lo ringrazio per averci regalato con i suoi colpi di tacco dei momenti magici. Il dottor Sócrates è stato un eroe popolare, non uno stronzo come Pelè».
(da Il Tacco del Duka di Duka, edizioni Agenzia X)

215672 il calciatore Brasiliano Socrates

Mentre scrivo questo articolo per la mia rubrica Pop Corner, di notte, ascoltando – in piena fattanza – See Me, Feel Me degli Who, si gioca il mondiale più osceno della storia del calcio. Uno spettacolo che farebbe rivoltare nella tomba il grande attore Carmelo Bene che considerava la nazionale brasiliana del mondiale del 1982 – ancora non ci spieghiamo come/perché vinto dall’Italia – di Sócrates, Falcao, Cerezo e Zico un’opera d’arte. Questi giocatori erano come artigiani dell’arte anziché starlet da cartellone pubblicitario per intimo griffato: manichini gonfiati in clinica – uniformati, geometrizzati e standardizzati –, testimonial di uno sport sempre più distante dalle strade dove i bambini rincorrono il pallone per un desiderio di fuga, un gesto di libertà irriverente e irresponsabile. Quello era un modo di giocare antagonista delle regole – e dei limiti – imposti da Charles Miller riconosciuto dai libri di storia come l’organizzatore della prima partita di calcio giocata in Brasile (15 aprile 1895). In proposito Sócrates dirà: «Ogni sport organizzato è sempre il prodotto di un’élite, come lo era nel caso del São Paulo Athletic Club frequentato da Miller e da altri esponenti dell’aristocrazia economica europea in quella città che ancora oggi è la sede del San Paolo, in una zona esclusiva della città» (da Un giorno triste così felice – Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario di Lorenzo Iervolino, 66thand2nd).
iervolino-socrates_cover-webA questa tesi elitaria – che fa del calcio brasiliano un prodotto diretto e continuativo del gioco anglosassone del football – Sócrates, da grande bevitore qual era, contrappone quella del nosso futebol – un cocktail creato shakerando etnie e culture diverse: «Il nostro futebol è creatività, allegria […]. Nei nostri passaggi, nei nostri dribbling, c’è l’istinto della danza, l’energia della capoeira, con cui, a ogni gesto, ammorbidiamo gli spigoli coi quali gli inglesi hanno pensato questo gioco». Per Sócrates, il calcio del popolo non è nato con la prima partita piena di regole e limiti, ma è nato sulle spiagge, a piedi nudi e con le catene della schiavitù alle caviglie; un atto contro ogni totalitarismo che addomestica – normalizzandolo – la spontaneità del gioco e lo sottomette alla dittatura della tattica, trasformando chi lo pratica nell’ingranaggio di un meccanismo aderente e funzionale alla riproduzione dei rapporti di potere. Il calcio è un pallone fatto di stracci, che corre su una spiaggia inseguito da una gioventù senza confini.
Sócrates: un calciatore che ha scosso il popolo – a colpi di tacco – spronandolo a sollevarsi contro la dittatura fascista e militare che governava il Brasile, e a continuare la lotta, anche dopo, all’interno del sistema “democratico”. Lavorando, dal basso, per costruire e realizzare – camminando insieme agli altri senza la pretesa della ragione assoluta – la democrazia diretta nelle sue manifestazioni radicali di emancipazione, inclusa la pratica dell’autogestione – nei quartieri dove si vive, nei luoghi di lavoro siano essi una fabbrica, un ministero, un ospedale o lo spogliatoio di uno stadio di calcio.
Alcuni dati biografici su questo campione sono necessari. Sócrates Brasileiro de Souza Veira de Oliveira nasce a Belém il 19 febbraio 1954. Il padre Raimundo proviene da una famiglia povera dell’Amazzonia e nonostante non abbia studiato è appassionato di filosofia e letteratura classica greca, da cui il nome del figlio. Per Raimundo l’istruzione è tutto – l’emancipazione delle classi subalterne passa anche attraverso la cultura – e manda il figlio a scuola fino al conseguimento della laurea in medicina. Socrates, grazie agli insegnamenti del padre, mette lo studio al primo posto, prima ancora del calcio. Nei suoi esordi da professionista, ancora studente universitario, Socrates saltava gli allenamenti per frequentare le lezioni presentandosi direttamente al campo di gioco per la partita.
«Passai tra i professionisti per pagarmi la benzina, la birra, l’università. Non pensavo mica che avrei fatto il calciatore. A me interessava diventare un medico».
Un personaggio di tale caratura non poteva essere a favore dei mondiali che oggi si disputano in Brasile. In merito a essi dirà: «Quel che si vedrà sarà un’immensità di risorse pubbliche investite in forma non trasparente, usate, nella sua maggioranza, per falsi interventi sociali, interventi provvisori e quindi inefficienti. Per avviare lavori urbani non prioritari, per costruire stadi o impianti sportivi utili solo a chi li edifica, a chi usufruirà di terreno pubblico a prezzi ridicoli o per fare opere che saranno totalmente inutili ai fini della Coppa e del dopo».

 

Ma il calcio del passato era comunque un autogol

di Renato Berretta

«Ti voglio dire questo: la cosa dannosa del fascismo è che induce gli imbecilli a credersi molto furbi. Quanto più uno è idiota, tanto più il fascismo lo fa sentire orgoglioso di sé. Ci sono iniziative da tutte le parti, inaugurazioni, bandiere, preti, fútbol e molto silenzio. Ti tranquillizza non dover pensare, e finisci schiavo di un principe fantoccio».
(Osvaldo Soriano, Futbol)

Questo è il mondiale più osceno della storia. Così dice, anzi così scrive il Duka. Verba volant, scripta manent.
Mi permetto di dissentire da un’opinione comunque rispettabile e senza dubbio autorevole, l’opinione di uno che seguiva il calcio e la Roma già nei fantastici anni ’70. Direttamente e live da uno dei muretti più storici della curva sud. Che, poi, sia detto per inciso, per la Roma, intesa come squadra di calcio oggetto e soggetto di passioni spesso incontrollate e incontrollabili, quegli anni mica erano tanto fantastici. Il Duka descrive quel periodo romanista in poche ma esaGustavo_Giagnoniustive righe tratte da Roma ko«Andavamo a vedere una Roma di merda… non ricordo se l’allenatore era Giagnoni» (sì era Giagnoni, quello col colbacco)«il centravanti era Musiello… una squadra indegna… non arrivavamo ultimi solo perché c’era Agostino Di Bartolomei»

Poi, però, arrivò nella capitale il divino Paulo Roberto Falcao. Ecco, il divino Falcao ci proietta ai mondiali di calcio del 1982, quelli che il Duka rimpiange così come probabilmente stanno facendo milioni di tifosi brasiliani, stesi al tappeto e ancora storditi dal recente e storico cappotto preso dalla Germania. Sette a uno in una semifinale di un campionato del mondo, un risultato che non va bene neanche nel tennis, figuriamoci nel calcio. Una disfatta incassata proprio dai brasiliani, che il calcio non l’hanno inventato (dicono siano stati gli inglesi), ma che l’hanno dipinto come una preziosa opera d’arte come nessun altro ha saputo fare, e che hanno vinto ben cinque titoli mondiali. Pentacampeon

I campionati del mondo del 1982, ecco su questo punto sono d’accordo col Duka. Quello sì che era un altro Brasile, una squadra formidabile con una collezione di fenomeni veri a centrocampo che rispondevano ai nomi di Artur Antunes Coimbra detto Zico, Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira – il compagno Sócrates, Toninho Cerezo e il già menzionato Paulo Roberto Falcao.
Una squadra fantastica che poteva permettersi di giocare con un portiere non proprio affidabile, Valdir Perez, e un centravanti spesso con le polveri bagnate, Serginho Chulapa. Gli altri nove sembravano di un altro pianeta.
Finché non arrivò la spietata Italia di Enzo Bearzot, marcature a uomo, cinismo e contropiede. In un pomeriggio di luglio chiaramente caldo (c’erano ancora le mezze stagioni), l’Italia eliminò quello stratosferico Brasile e io ci rimasi proprio di merda.
Altro che bagni nelle fontane con il tricolore in mano (ero già comunista), altro che clacson a palla che coprivano anche il rumore del motore di utilitarie in servizio effettivo e permanente da troppi anni (non tenevo nemmeno un motorino). Ripeto, ci rimasi di merda perché sapevo bene che non avrei più rivisto tutti quei magnifici calciatori in maglietta verde e giallo oro scambiarsi il pallone e accarezzarlo delicatamente. Soltanto l’estro e il genio di Bruno Conti, unico romanista titolare della nazionale che porta ancora e chissà perché il colore dei Savoia, riuscì a consolarmi.
Ora, accantonate le divagazioni e le nostalgie del tempo che fu, ribadisco il mio disaccordo con quanto argomentato dal Duka.
Non sarà stato il mondiale dei mondiali, come detto fino alla nausea in spot trasmessi dal principale network televisivo rigorosamente a pagamento, ma neanche il più osceno di tutti i tempi, da quando qualcuno inventò il pallone, anzi diede delle regole inventando il football moderno.
A me, tutto sommato, questo campionato del mondo è piaciuto. Ho apprezzato, soprattutto, quelle squadre nazionali che, al talento individuale dei singoli, hanno sovrapposto l’organizzazione collettiva. Ho apprezzato molto la nazionale di Costarica, allenata da un signore – tal Jorge Luis Pinto, già insegnante di educazione fisica e unico, tra gli allenatori di questo campionato, a non vantare trascorsi da calciatore professionista.
Il football per me è anche questo, anzi è soprattutto questo, uno sport di squadra e non una semplice sommatoria di piccoli e grandi talenti individuali. E a un gol segnato in rovesciata volante, prodotto dal genio del singolo, preferisco una rete segnata magari di piatto e a porta vuota, prodotto finito scaturito da una fitta rete di ordinati passaggi e studiati movimenti senza palla.
E per quanto riguarda le malinconie per un calcio che non c’è più, anzi, meglio dire non ci sarebbe più, mi permetto ancora sommessamente di argomentare che il calcio industria esiste almeno dagli anni ’20 del secolo scorso. Nei decenni successivi sono mutate solo la dimensione e la qualità del fenomeno non la sua essenza commerciale. Non c’è dubbio che fa ribrezzo, qualcuno in tempi più moderati si direbbe semplicemente indignato, leggere le cifre a tanti zero degli ingaggi di calciatori milionari che non sanno mettere tre parole in fila o compilare un bollettino postale, ma anche quelli del passato non scherzavano.
E Paulo Roberto Falcao, detto il divino, guadagnava enne volte più di un operaio o di un impiegato e per una questione di mera pecunia era pronto a svestire la maglia giallorossa per indossare quella neroazzurra interista. Prima della dolorosa notte del trenta maggio del millenovecentottantaquattro quando non tirò il calcio di rigore nella finale con il Liverpool.
Senza dimenticare che anche il compagno Sócrates, in fondo e pace all’anima sua, non giocava solo per la gloria ma anche per i soldi, inclusi quelli percepiti dal conte Ranieri Pontello palazzinaro di Firenze nei rampanti anni ’80.
Confesso che il calcio continuo a seguirlo e a vivermelo, senza farmene una colpa (la colpa e il peccato, ho scacciato da tempo questa robaccia), e senza particolari rimorsi di coscienza. Ma anche senza nascondere le contraddizioni indotte da questa irrazionale passione, senza cercare alibi più o meno comodi, senza girare la testa a cercare un immaginifico gioco che c’è stato, anzi ci sarebbe stato, e non c’è più.
Per quanto ne so, e per quello che penso e da quando lo seguo, il football è stato sempre una brutta minestraccia. Un business, una fabbrica del divertimento, una merce da tempo libero da consumare disattivando preferibilmente qualsiasi neurone esistente nel proprio cervello, un oppio dei popoli.
E la logica del grande evento non se la sono inventata oggi o pochi anni or sono. Sì, è vero, i soldi per i mondiali e quelli per le olimpiadi che, tra due anni, si terranno ancora in Brasile, potevano essere spesi meglio per un trasporto pubblico più efficiente o per alleviare le dure esistenze dei poveri nelle favelas. Ma la stessa cosa era accaduta nel Sudafrica con Nelson Mandela ancora vivo quattro anni fa. E i mondiali in Argentina nel 1978, calci a un pallone al tempo dei desaparecidos, e le Olimpiadi di Berlino nel 1936 in pieno delirio hitleriano, e l’esercito che spara sugli studenti a Citta del Messico nel 1968? E i morti nei cantieri per l’organizzazione delle notti magiche d’Italia 90? Senza dimenticare che la metà dei suoi titoli mondiali sono stati vinti dalla nazionale italiana con il fascio littorio sul petto.
Lo sport professionistico fa schifo, insomma, ma non da oggi. E i mondiali brasiliani, per conto mio, sono stati tra i migliori degli ultimi decenni. Con il collettivo del Costarica e le mirabili giocate del colombiano James Rodriguez, detto el bandido anche se ha una faccia da bambino. E peccato per la nazionale brasiliana. Questa sì, la più oscena di tutti i tempi.

 

 

 

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