Alfabeto palestinese

Scrissi questo testo nel 2011, al ritorno da un workcamp di lavoro e solidarietà in Palestina, principalmente a Nablus, organizzato dall’associazione Zaatar di Genova nel corso dell’estate. Da allora, le cose sembrano sempre uguali ma in realtà peggiorano, giorno dopo giorno: nuove colonie, nuove forme di oppressione e di apartheid israeliano, nuovi prigionieri, nuovi feriti, nuovi morti. Periodicamente, qualche operazione di sfoltimento demografico della popolazione palestinese, come quella in corso a Gaza a partire dal 6 luglio (bilancio a oggi: 1156 morti, 6700 feriti, 200.000 sfollati su una popolazione di 1,8 milioni di abitanti). I palestinesi però continuano a esistere e a resistere. Allora come oggi, nessuna equidistanza: non c’è una guerra tra due parti in corso. C’è un oppresso e un oppressore. Palestina libera, boicotta Israele. (L.L.)

Arabi
Il primo arabo che incontro è appena dentro la porta di Jaffa, a Gerusalemme, gli chiedo la via del mio ostello e mi ci accompagna. «Sei cattolico?» mi chiede e non so cosa rispondere. «Sì» dico «sono italiano». «Io sono cristiano» dice lui, troviamo l’ostello e mi saluta, «you’re welcome» risponde al mio «thank you». Ho imparato, al prossimo dirò shukran. L’ultimo lo incontro appena fuori dalla porta di Jaffa, è un tassista che mi dice di stare attento agli autisti dell’autobus per il Ben Gurion, l’aeroporto di Tel Aviv, perché «sometimes they are police». In mezzo, un mare di inviti, incontri, mani strette, tè, ringraziamenti e quelli che da noi chiamiamo dispregiativamente salamelecchi. Al-aikum salaam, gente.

Bambini
I bambini di Nablus quando colorano escono dai contorni, quelli di Hebron scappano tra le gambe dei soldati, a Gerusalemme manovrano carri al mercato e hanno la faccia seria. A Qalandia i bambini chiedono shekel ma sono contenti se gli regali un cappellino, a Qalquilya stanno seduti composti e fanno disegni bellissimi. Ad Askar ti fanno gli scherzi ma poi gli dispiace che ti sporchi il vestito, i bambini a Balata non vogliono essere fotografati, le bambine invece sì e si mettono in posa. Ai bambini di Palestina piace il wrestling, soprattutto John Cena, dicono hello, what’s your name e how are you, disegnano il cielo con gli F16 e amano la loro bandiera ma soprattutto ti chiedono «Barcelona o Real?». I bambini palestinesi vogliono il mondo e gliene danno uno spicchio, ma sono tanti e non si danno per vinti.

disegno

Disegno di Raheel, 13 anni, scuola femminile Unrwa di Nablus

Checkpoint
Può essere un gabbiotto sotto il sole con due soldatini semiaddormentati e il mitra più grande di loro, una bandiera israeliana sbrecciata che non sventola da chissà quanto tempo, che ti fanno segno di proseguire col gesto della mano, a meno che la strada non sia chiusa, ragioni di sicurezza. O il punto d’accesso di Qalqilya, unico ingresso per chi ha il permesso di lavoro in Israele, aperto dalle due alle cinque di mattina, dove passano ogni giorno ottomila lavoratori, controllati uno per uno, che una volta passati dovranno trovare un mezzo per arrivare al posto di lavoro, ché autobus non ce ne sono e non si può mica passare con la macchina, ragioni di sicurezza. Da poco i sindacati palestinesi sono riusciti a organizzare dei turni con i numeri, gli eliminacode, e mettere delle panchine. A volte ovviamente l’accesso è chiuso, ragioni di sicurezza. E chi glielo dice al principale? O il grande accesso di Qalandia, intasato a ogni ora che nemmeno la Tiburtina all’ora di punta. Se arrivi con l’autobus ti fanno scendere e ci si vede dall’altra parte, dopo tre tornelli, stretti che se hai una valigia o se hai esagerato col falafel non ci passi, il metal detector per te e per la borsa e il controllo documenti, che magari quello dietro di te non ce li ha in regola e tu stai aspettando il tuo compagno di viaggio che gentilmente l’ha fatto passare e l’autista dell’autobus ti suona il clacson. Che faccio, glielo dico? Ragioni di sicurezza. Ogni cosa però ha sempre un sottotesto. Quello del checkpoint è semplice ed è sempre lo stesso. Era scritto a lettere grosse sul fumetto che compariva vicino alla faccia del soldato, un cristone che puntava il mitra sulla faccia di una mia amica, nel centro di Hebron: «Qui comandiamo noi. Perché siamo forti. E siamo armati. E siamo occupanti. E facciamo come ci pare. E non è una ragione di sicurezza».

Date
Il sistema di datazione palestinese è sfasato rispetto al nostro, e non è questione di calendario musulmano, cristiano o ebraico. Può capitare, ad esempio, che a una cena di fidanzamento chiediate ai genitori della futura sposa quando si sono sposati e la madre ti risponda, gentilissima: «Era il 1988, era appena iniziata la prima Intifada. L’esercito israeliano fece irruzione nella sala ricevimenti durante il matrimonio. Vuoi un dolcetto?». Oppure un uomo vi chiede di indovinare la sua età e poi vi dice: «Ho l’età dell’occupazione» e quindi gli rispondi, trionfante, che ha 44 anni e ti dice: «Conosci la storia, e la matematica», ché occupazione, in Cisgiordania, vuol dire 1967, e Nakba 1948, Oslo non è la capitale norvegese ma vuol dire 1993, l’ultima grande invasione, a Nablus, significa 2008. Le vite dei palestinesi sono intrecciate con la Storia e forse è proprio questo, di cui sono stanchi. Le storie, private, di ognuno di loro, vorrebbero poterle scrivere con la esse minuscola.

Ebrei
Gli ebrei con cui ho avuto a che fare sono: guardie del Ben Gurion, che interrogano, perquisiscono e sorvegliano; autisti di bus; baristi etiopi; soldati che chiedono documenti, manovrano tornelli, puntano mitra; impiegati delle poste, anche loro chiedono documenti. Altri ebrei che ho visto: ragazzi in giro per Gerusalemme, scortati da fucili; ortodossi con strani cappelli, sempre di corsa e con lo sguardo nel vuoto; coloni con pietre in mano; coloni in gita a bruciare alberi; coloni che aspettano il bus e fanno cacciare bambini; soldati di là dal muro, a Bil’in, che ci lanciavano candelotti di gas addosso; una ragazza da quest’altra parte, respirava lo stesso gas che respiravamo noi. Non ho avuto molti contatti con ebrei in Palestina, ma ho sentito tanto parlare di loro.

Ferite
Può capitare, durante una normale serata palestinese, che qualcuno ti mostri le sue ferite. Segni di proiettili, per di più, o più raramente ciò che è rimasto di manette tenute troppo strette, ai polsi e alle caviglie, per giorni o per ore. Donne e uomini, le prime ti indicano il luogo e lasciano all’immaginazione, i secondi possono facilmente avvolgersi le maniche o scoprirsi il petto, se non abbassare leggermente i pantaloni. A loro non imbarazza, di conseguenza neanche a te, e guardi con interesse cercando di capire la dinamica del colpo, poi magari ti fanno il segno che l’altro amico, di fronte, ne ha tre di segni sulla pelle. I proiettili vengono quasi sempre via, altre volte invece rimangono in corpo e non si possono estrarre, strani compagni di vita in equilibrio precario. Come l’umore di chi sopravvive e ride in faccia alle sue ferite, ma non regge al vedere i video di lotta, che alternano orgoglio di combattenti e dolore di padri, amici, fratelli. La vicinanza la esprimi, ma non la dici, se non guardando il video fino all’ultimo secondo, in silenzio e senza levare mai lo sguardo, sulle loro enormi ferite.

Gerusalemme e Gaza
Per buona parte dei palestinesi della Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza sono ugualmente lontane e irraggiungibili. La moschea di Al-Aqsa, la cupola della roccia, o anche solo la città vecchia e le sue porte, sono solo posti descritti e immaginati come mitici da bambini e ragazzi, che ne sentono parlare da qualcuno che ha il permesso di lavoro, o da qualche parente che ci abita, nella speranza, un giorno, di avere anche loro quel permesso e intanto la disegnano o la mettono nel loro profilo Facebook. Di certo, Gerusalemme città merita tante attenzioni. Dal monte degli Ulivi, sì proprio quello lì, dove Gesù fu tentato dal diavolo per 40 giorni e 40 notti, la città si estende ed è davvero difficile al tramonto non stare in silenzio. Dal basso, vedi il mercato e le manovre dei carri e i motocarri che sfrecciano di notte a musica alta, i soldati coi mitra che stazionano poco prima della porta di Damasco e gli ebrei ortodossi che non alzano mai lo sguardo da terra e come vorrei fermarne uno, dire «Aspetta un attimo, ti offro una birra… la birra non va bene? Ok, un caffè?» e fargli due domande, la prima «Ma non hai caldo con quel cappotto?», la seconda, «Ma qual è il problema?», perché davvero c’è un problema in quella città, e se esiste un Dio odia Gerusalemme altrimenti non le avrebbe dato tante rogne, e tutta quella gente che dice di amarla e soffrire per la distruzione di Gerusalemme e in nome di quest’amore e questa sofferenza butta giù le case e ruba la terra e insulta e picchia chi non gli va giù. E allora parlane, parlane con me, che non sono arabo e non sono ebreo e non sono cristiano e non voglio identità. Ma no, tu non mi vuoi parlare, e in fondo neanche io, lo so e rimaniamo mondi a parte.
E Gaza? Gaza è lì, lontana mille miglia, un buco nero, irraggiungibile. E pieno di gente.

Hebron
«This is my land», continua a dire quella tizia nel documentario, tanto che gli hanno dato questo titolo, al film, «this is my land», dice la colona, questo albero è mio, questa terra è mia, questa casa, questa città, questa nazione, la salvezza, la vita eterna, sono tutti miei. Eppure c’era un pezzo che diceva in una strofa this is my land, ma non era un razzista a cantarla, non era un criminale, non era un assassino che insegna ai suoi figli a lanciare pietre al vicino di casa perché è di un’altra religione, parla un’altra lingua, si veste diverso da te e non fa parte di quelli come te amati da Dio, che è l’unico e vero e santo Dio e gli altri sono gentaglia che possiamo insultare, che appena apre la porta glielo dici, una, dieci, cinquanta volte, che lei è una puttana e quella è la tua terra. Sì, c’era una bella canzone che lo diceva, this is my land, come la colona di Hebron, ma poi aggiungeva, this land is your land, e concludeva, ritornello, this land was made for you and me. Si chiamava Woody Guthrie, era americano e sulla sua chitarra aveva scritto «This machine kills fascists» e ci fosse ora, la sua chitarra suonerebbe per far fuori tutti quelli che dicono questa terra è mia, e basta, ma lui non c’è più e possa la parola essere potente, per spazzare via tanto schifo.

Intifada
È difficile che in Palestina qualcuno si definisca militante dell’Intifada. Ma è praticamente impossibile che qualcuno si percepisca come estraneo all’Intifada. C’era chi tirava pietre, chi gridava, chi si trovava in mezzo ai casini perché i casini erano lì, fuori dalla porta di casa sua, o anche dentro. Intere generazioni passate per le carceri e le torture israeliane, che hanno subito violenze, abusi, umiliazioni e non chinano la testa, non più. Successe tra il 1987 e il 1993, non era deciso, la sollevazione scoppiò, improvvisa, come l’acqua in ebollizione esce dal coperchio. E da noi c’era la solidarietà, l’Intifada come immaginario collettivo di una generazione europea annichilita dall’incubo morente degli anni ’80 che ritrova nella kefiah un simbolo, a volte solo quello o poco più. Una generazione successiva ritrova l’Intifada, tra il 2000 e il 2003, delusi dagli accordi, delusi dagli uomini e dalle loro promesse, scelgono un’altra strada ancora, si militarizzano o si immolano come martiri suicidi, la solidarietà balbetta. La seconda Intifada finisce, forse per stanchezza. E ora? Ho conosciuto la gente dell’Intifada, la prima e la seconda, non fanno distinzioni, diversa è solo l’epoca dei loro vent’anni. Tutta una vita intera che gli passa davanti e una parola che ritorna, come niente fosse cambiato. I ragazzini umiliati dai soldati sotto la pioggia nel fumetto di Joe Sacco, vent’anni fa, quelli faccia a terra e pistole puntate contro nelle foto su Internet, ora. In silenzio, rimuginano. Fin quando sarà normale per un ragazzino passare dei minuti, ore e giorni in quelle condizioni, sarà normale che si ribellerà. E allora l’Intifada, la terza, non c’è da chiedersi se, ma quando.

Jenin
Di Jenin ricordo articoli di giornali, letti nel 2002 e una foto, macerie, tutte bianche, accatastate e un bambino in cima, se ne parlava come di una nuova Sabra e Chatila, un nome che veniva da un remoto passato che non avevo vissuto direttamente. Questo il ricordo con cui mi avvicino a Jenin, quella vera, ora. Ma in città non ci entriamo, è venerdì, ci dicono, non abbiamo incontri e non c’è granché da vedere, è tutto ricostruito. Niente edifici crollati o macerie fumanti a raccontare drammi. Ma qualcuno che ci racconta una storia c’è, e hanno scelto di raccontare storie un po’ per mestiere e tanto per esistere, perché è quello che gli piace fare. Sono quelli del Freedom Theatre, teatro nato dal sogno visionario di Arna, l’ebrea matta che aveva deciso di andare a insegnare l’arte ai bambini del campo profughi. Tanto matta che mette in mezzo anche il figlio, regista teatrale e, sai come lo chiamano il teatro? Lo Stone Theatre lo chiamano, il Teatro Pietra, che poi diventa Teatro Libertà, ci fanno una stagione teatrale, lì a Jenin sì, tra macerie e campi profughi e mica tutta di racconti strazianti di bombe e martiri. Sogno di una notte di mezza estate, ci fanno, e la Fattoria degli animali, Alice nel suo paese e la scuola di recitazione e il laboratorio di scrittura creativa e altro.

Juliano Mer-Khamis

Juliano Mer-Khamis

Si chiamava Juliano Mer-Khamis il direttore e chissà chi e chissà perché, l’hanno ammazzato ad aprile scorso. E il teatro? Ha preso una bella botta, ci dicono quando ci accolgono, aprono apposta per noi, di venerdì, ci mostrano la sala, bella, ampia, senza palcoscenico, da teatro off, ricorda un po’ il teatro India di Roma, le postazioni di montaggio video, lo shop con libri e magliette, belle ma solo taglie piccole, prendo il volume fotografico dei vincitori del concorso riservato ai ragazzi e alle ragazze dei campi profughi. La nostra pietra si chiama teatro, dice l’uomo che ci spiega, tradurlo è una fatica immane perché parla un inglese biascicato, non afferro neanche il suo nome, ma come al solito il mio ruolo di interprete mi preserva dall’emozione troppo forte. Continuano, continueranno, ci devono provare ma non è scontato, non sarà facile. Non è uomo dal facile trasporto, lo applaudiamo ma non si lascia andare. Al ritorno a Gerusalemme, leggiamo che il Freedom Theatre è stato assalito dall’esercito israeliano, di notte, hanno fatto irruzione e rotto tutte le vetrate, nel cortiletto dove ci siamo fermati a prendere un po’ d’aria dal caldo della giornata. Due di loro sequestrati per località sconosciuta. Ancora, al ritorno in Italia, Freedom Theatre under attack, leggiamo sul loro sito, un terzo, un attore di 20 anni, fermato a un checkpoint e sequestrato anche lui. Indagini sull’omicidio di Juliano, dicono, che intanto non portano a nulla. E ancora, ad agosto, durante l’attacco a Gaza, il teatro è circondato dall’esercito, i responsabili si vedono piombare i soldati dentro casa, di notte, interrogano. «Una persecuzione sistematica» dice Jonatan Stanczak, cofondatore del teatro. «The Freedom Theatre continues» dice ora il loro sito. Speriamo. Non sopportiamo. Supportiamo.

Kunafa
Prendi una teglia di ferro gigante ma bassa come una per la pizza, ungila di burro o comunque di quanto di più grasso esistente in natura, mettila su un fuoco a fiamma esageratamente bassa, cospargila di uno strato uniforme ma sostanzioso di un liquido bianco variamente indicato come pasta filante, formaggio, latte, addizionato di quantità probabilmente spropositate di zucchero, dopo una cottura sufficiente allo svolgimento di un paio di partite di Risiko accetta la sfida di capovolgere sulla testa una teglia dal peso complessivo di una quindicina di chili, inganna l’attesa per la cottura facendo un giro da Nablus a Ramallah cercando di passare per un paio di checkpoint, spargi sulla pasta ormai stracotta a puntino qualche vagonata di granella di zucchero, per sicurezza svuotaci sopra un paio di bottiglie di sciroppo di zucchero e immergiti con gioia apparente nel gustare la kunafa. Gli uomini palestinesi, che normalmente non sopportano la quantità di piccante minima per essere accettati nell’asilo nido di Reggio Calabria, misurano il loro machismo con la dose di glucosio che riescono a mandar giù. Scusate, amici, lo so che da voi non usa rifiutare, ma dopo il primo pezzo di kunafa, per favore, basta.

Libertà
Spedire posta. Ricevere posta. Viaggiare. Trovare un lavoro. Vivere da soli. Andare al mare. Visitare la capitale. Andare al lavoro. Visitare i parenti. Conoscere la città dei tuoi nonni. Incontrare persone straniere. Comprare libri e dischi su internet. Fare una gita. Scoprirti i capelli. Studiare. Tornare a casa. Stare bene. Ammalarsi. Interessarsi di politica oppure no. Pregare. Dire la tua opinione. Non fare nessuna di queste cose o farla diversamente. Bere alcolici. Dimenticare i documenti. Essere di cattivo umore. Amare. Odiare. Scegliere cosa vuoi fare da grande. Arrivare puntuali agli appuntamenti. Andare in giro in macchina. Non fare troppi programmi. Prendere le cose alla leggera. Non vivere sotto un’occupazione militare straniera. Non vivere sotto un’occupazione militare straniera. Non vivere sotto un’occupazione militare straniera.

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Illustrazione di Shahd Abusalama

Muro
Appena messo piede in Cisgiordania, appare subito chiaro che il muro non è una metafora, né ha un impatto simbolico sulla vita dei palestinesi: è alto, grosso, lungo. E brutto (ora capisco l’episodio citato da Banksy, il vecchietto che gli dice: «Hai dipinto il muro, l’hai fatto bello», lui: «Grazie», il vecchio: «Noi odiamo questo muro, non dev’essere bello, va’ via»). Arriviamo a Qalqilya di fronte a un muro alto alto che continua per chilometri e si perde alla vista, c’è un canale di scolo che passa sotto e ci dicono che prima rimaneva solo dalla parte palestinese e allagava tutto quando pioveva, poi Israele ha concesso di farlo defluire. Lì davanti ci sono un po’ di costruzioni dismesse, piccole, a un piano, sembrano abbandonate da sempre. «Questa era la zona più fertile della nostra terra e adesso è dall’altra parte del muro, prima della Linea Verde». Cioè, formalmente in zona ancora palestinese. Ma i soldati alle torrette di guardia ogni venti metri non badano tanto alle formalità. «Qui davanti c’era un mercato a cui venivano da tutta la West Bank, c’era la frutta e la verdura più buona». Quanti anni fa? A guardarsi attorno diresti venti, cinquanta, cento. «Mah, ha iniziato a non funzionare più dopo il muro, era il 2003». Gli scoppi improvvisi ci fanno sobbalzare. Paura, eh? I risultati degli esami di maturità si festeggiano con i fuochi d’artificio. Andiamo. Ma la prossima volta portiamoci la bomboletta, almeno facciamo una scritta. Che sia brutta, però.

Nablus
Nablus sta in fondo a una vallata e se guardi la collina che la sovrasta, al tramonto, è sempre coperta da una nebbia fitta, anche in estate. Vorrei vederla Nablus d’inverno, se è sempre così caotica, se gli autisti suonano comunque il clacson. Vorrei vedere nella città vecchia gli ambulanti che tengono tra le mani il tè per riscaldarsi e sapere se nella fabbrica di sapone gli operai lavorano sempre e comunque in canottiera. Vorrei riuscire a immaginare Nablus resistere, e reggere agli attacchi di Israele, che attacca la città vecchia con gli F16 nel 2002, poi provare a sentire i rumori delle esplosioni dell’invasione del 2008, quando buttano giù le case, le fabbriche, palazzi interi. E sapere quand’è che hanno cominciato a rifare il ciottolato delle strade e se qualcuno si è chiesto perché rifarlo, che chissà quando verrà distrutto di nuovo. Vorrei riuscire a non distogliere gli occhi quando l’attacchino incolla i manifesti dell’ennesimo martire. Vorrei provare a vedere tutta intera Nablus e i suoi seimila anni di storia, e il suo sapone, e la sua scuola di musica. È difficile, per questo si chiama fare resistenza e continuare a farla. Fino a quando Nablus sarà libera e potremo dirle quanto è bella.

Occupazione
La parola occupazione mi aveva sempre fatto pensare a uno scatto di reni, alla mossa agile di chi si infila in un interstizio lasciato sguarnito e da lì prova a rilanciare e creare spazi. Questa immagine ha poco a che fare con i coloni vicino al villaggio di Iraq Bureen, che recintano le due fonti d’acqua del circondario e le fanno arrivare solo alle loro belle e rigogliose vigne, lasciando arido il terreno attorno a loro. E che vanno ogni sabato a provocare gli abitanti palestinesi, con armi e pietre, protetti dai soldati, alla faccia del riposo dello shabbat. Non mi ricorda i cinque o sei sparuti soldati protetti da un muro alto otto metri che ci sparano addosso candelotti lacrimogeni da mezzo chilo, nel villaggio di Bil’in, sotto gli occhi interessati dei coloni. No, un occupante non me lo sono mai visto come uno che brucia gli alberi del posto che occupa, allegro come se andasse a una gita, sulla strada tra Nablus e Qalqilya, protetto da uno squadrone di soldati. No, queste cose mi ricordano un grande e grosso bambino cresciuto, prepotente e viziato e che avrebbe bisogno di qualcuno che gli insegni che no, quelle non sono buone maniere, che no, quelle non sono le regole giuste. E che quella occupazione non è l’atto ribelle del prendersi ciò che ti viene negato, ma la vigliaccata del forte che pensa che tutto gli sia concesso.

Palestina
La definizione dei sionisti per il loro “ritorno” alla terra promessa è «una terra senza popolo, per un popolo senza terra». D’altra parte, ben più di un politico del futuro stato di Israele avrebbe affermato che non sarebbe stato difficile convincere gli arabi che lì vivevano a trasferirsi altrove, dato che per loro vivere in Palestina, in Siria o in Giordania faceva poca differenza. Affermazioni pubbliche. Sulla stampa interna, Theodor Herzl, fondatore del sionismo, scrive nel 1895: «Il processo di espropriazione e di trasferimento dei poveri deve essere compiuto con segretezza e al tempo stesso con prudenza». Non c’ero nel 1948, né tanto meno nel 1895. Ma quando vedi un uomo voltarsi indietro e pensare ai suoi anni passati in prigionia, è ben più che vedere sventolare una bandiera ai mondiali di calcio. Quando un ragazzo ti chiede che cosa potrà fare della sua laurea dato che non c’è alcun lavoro nella sua terra, e non può neanche specializzarsi all’estero, nei suoi occhi ci sono catene spezzate. Quando una donna ti racconta di soldati stranieri che entrano con la forza in casa sua e si portano via lei e suo fratello, c’è tanto odio che senti suonare l’inno nazionale. E quando una ragazzina ti dà un disegno da portare a casa tua e ci sono i colori della sua bandiera che riempiono i confini della sua terra avvolta da filo spinato e chiusa da un lucchetto, c’è solo una parola che la unisce a tutti gli altri: Palestina.

Qalqilya
Strano destino, quello di trovarsi ad essere una città di frontiera, dopo essere stati esattamente al centro di una nazione. Immaginati Perugia con la dogana. Qalqilya sembra quasi fuori dalla Palestina, con il traffico ordinato, nessuno che suona il clacson e le auto parcheggiate negli appositi spazi, i bambini del centro estivo con le magliette sponsorizzate Jawwal, seduti nei loro banchi di una scuola che non sfigurerebbe tra Sondrio e il Canton Ticino con giusto qualche grado centigrado in più. A duecento metri da questo quadretto, si alza un bel muro di cemento, torrette di avvistamento, filo spinato e telecamere in quantità. Il muro di separazione fa parte del panorama della scuola elementare, normale come se ci fosse sempre stato. A insegnare, se ce ne fosse bisogno, che le persone non vogliono condividere ma escludere. Prendere ciò che puoi e ridere dell’altro che resta fuori. Qalqilya era un mercato, un orto e un giardino. Ora è una città che cerca spazio e non lo trova. L’asino che attende l’apertura del checkpoint per gli animali, paziente, fermo e dotato del suo documento, sembra il cittadino ideale qalqilyese. Per i desideri israeliani. Peccato scalcino tanto, gli asini.

Resistenza
Il primo giorno a Nablus, Majdi ci porta nella città vecchia e ci fermiamo in uno spiazzo assolato. Alcune persone ci guardano, ma non ci fanno neanche troppo caso. Lì, ci dice, c’era una delle trenta fabbriche di sapone della città, fatta saltare in aria dagli israeliani nell’invasione del 2008. In quello stesso spiazzo, ci sono varie lapidi di persone morte negli attacchi dello stesso anno: tra esse, una di un’intera famiglia, otto persone, uccise dalle bombe degli F16. «Never forget, never forgive» c’è scritto. Dopo questa premessa, lì davanti, Majdi ci parla della popular resistance. La resistenza di chi non si arrende a un presente fatto di sola devastazione e rabbia e di un futuro sempre e comunque diretto da altri. La resistenza di chi si oppone all’occupazione come può, con le forze e le capacità che ha. La resistenza di chi mette la vita in gioco, armi in pugno quando è stato il momento. Ma poi si ferma a un cespuglio per regalarti gelsomini freschi. La resistenza palestinese è fatta di gesti, parole, azioni e vita quotidiana. Di chi protesta per i tagli all’UNRWA, di chi si ostina a fare musica e diventa accordatore di pianoforti, lì sotto l’occupazione, di chi non sorride quando dà il proprio documento a un checkpoint. Ce ne rendono partecipi, quando siamo lì, e questo è essere generosi.

Spari
Non so che rumore facciano le mitragliatrici che i soldati israeliani portano sempre appese alla spalla con nonchalance. Non so neanche che modello siano. AK47? Giusto perché è famoso. Riconosco solo il suono dello sparo dei lacrimogeni, colpi secchi e attutiti. Nella mia memoria sono seguiti da un fischio, ma forse li confondo con i fuochi d’artificio, quelli che vedevo l’altro ieri che sollevavano tanto fumo acre, che ho chiuso gli occhi per sentire il rumore, ero a Cerignola alla festa patronale e immaginavo di essere a Bil’in. A volte in manifestazioni ho sentito suoni di quelli che chiamano “i bomboni”, ricordo dell’assalto alle Turkish Airlines in piazza Esedra. Poi, i rumori dei fuochi d’artificio a Qalqylia, davanti al muro, quelli che ci hanno fatto sobbalzare. Ci sono competenze che si acquisiscono. Quella sulle armi e i loro rumori io non ce l’ho. I bambini del campo profughi di Askar, che mettono in scena complesse coreografie di Dabka con scimitarre e mitra perfettamente intagliati in legno, credo di sì. Potranno inserirla in un curriculum?

Treni
I primi giorni a Gerusalemme vedo passare un tram nuovo fiammante, grigio metallizzato con la scritta luminosa alternata con i caratteri arabi ed ebraici. Sui sedili, ancora il cellofan e a bordo non c’è nessuno. Ci sarà scritto collaudo, penso. E la società dei trasporti di Gerusalemme mi soccorre con una chiara brochure: «Israele è un paese ancora giovane e non si è potuta dotare di trasporti adeguati. Questa nuova linea veloce di tram consentirà di viaggiare velocemente e comodamente nella nostra capitale» (da ricordare che secondo le risoluzioni Onu, Gerusalemme non appartiene a Israele ed è a tutti gli effetti un territorio occupato). Magari con un paio di bombe atomiche in meno, potevano farselo prima, il tram. Così, non ci sono treni in tutta la Palestina storica, per questo mi stupisco quando, raggiungendo a piedi la periferia di Nablus, vedo dei binari e Majdi mi indica la vecchia stazione. «C’era un treno alla settimana che collegava Nablus con Haifa, funzionava dall’inizio del ‘900. Ha smesso di funzionare nel 1948». Guarda caso. E perché i binari sono ancora lì? «Ci serviranno quando rifaremo i treni, in Palestina.» Ma intanto un treno lo sta già costruendo, Israele. Ad alta velocità, tra Gerusalemme e Tel Aviv, passando dalla Cisgiordania ed espropriando terreni dei villaggi palestinesi di Beit Surik e Beit Iksa. Lo costruisce una ditta italiana, la Pizzarotti & C di Parma. Qui in Italia e nel resto del mondo in questi casi possiamo invitare a campagne di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni contro Israele, come si faceva con il Sudafrica. Se lo fai in Israele, anche se straniero, puoi essere condannato a diecimila dollari di multa. Tornato a Gerusalemme dopo due settimane, il tram faceva ancora i giri di collaudo.

Ulivi
Non so se in Palestina abbiano il problema italiano del “dissesto idrogeologico”. Dicono che in autunno e in inverno faccia freddo e ci siano anche forti piogge – anche se, devo dire la verità, mi risulta difficile crederlo. Chilometri e chilometri di colline sono un ininterrotto uliveto, a proteggere il terreno e a testimoniare materialmente il radicamento di chi quegli alberi ha ricevuto e curato da chi li ha seminati, generazioni fa. Gli stessi alberi che ci fanno discutere se quelle terre assomiglino di più alla Puglia o alla Liguria, ma siamo d’accordo che qui siamo a casa nostra, nel Mediterraneo (e comunque devo dirlo, amiche liguri, non c’è storia). Quegli alberi del cui frutto ne ritrovo ogni mattina un pezzo, profumato, nel sapone di Nablus custodito gelosamente dalle invadenti mani delle guardie dell’aeroporto Ben Gurion. Stare in Palestina mi ha insegnato che esiste un limite al tollerabile e quando lo superi fa male. Gruppo di coloni accompagnati dai soldati, ettari di terreno che bruciano, centinaia di ulivi distrutti. Troppo facile stabilire il nesso. Automatico odiare quella gente. È lì che ho capito davvero quella frase, e quanto mi è servita e serve ancora. Restiamo umani.

Vittorio/Vittoria
Vittorio Arrigoni è stato presente, nel nostro viaggio, in diversi modi. Stay Human, era ribattezzato il nostro campo. Personalmente, l’idea di fare un campo di lavoro in Palestina mi è venuta guardando il link che aveva messo sul suo profilo Facebook, quando era ancora vivo. Pochi mesi dopo, Vittorio era una fotografia sulla maglietta che portavamo in giro per la Cisgiordania. Riconosciuto, a volte, dalla gente del posto. Sempre, dai militanti. «The good Italian killed in Gaza». Ben accetti e degni di fiducia con il solo lasciapassare del suo volto e di quelle dita, la V di Vittoria. La V di Vittorio. La V di Vincitore. Esiste anche un altro significato di V al quale viene spesso da pensare rispetto alla Palestina e ai suoi martiri, mutuato da un famoso fumetto poi diventato film. La V di Vendetta. Ma non credo che Vittorio Utopia Arrigoni l’avrebbe preso in considerazione.

Ritratto di Shahd Abusalama

Ritratto di Shahd Abusalama

Zaatar
Sale, timo e sesamo. Semplice, no? Con quest’ultimo elemento a dare un tocco alchemico all’unione. La spezia che trovi ovunque, a Nablus come a Gerusalemme, a volte te la danno in un cartoccio insieme al pane. Che poi se vuoi ci puoi mettere origano, semi di finocchio, magari anice. Io ce l’ho aggiunto alla ricetta classica della zucca al forno, con pangrattato, aglio e pecorino, irrorato da abbondante olio. Che le cose se vuoi le cambi, oppure le lasci uguali che vanno già bene così, semplici come creare legami tra ciò che era separato. Complesse come esprimere gratitudine. L’ultima parola è per Zaatar, che la strada è corta tra Genova e Gaza, è solo al di là del mare. Che quando la gente è testarda rompe ogni maledetto muro. La nostra rivoluzione sarà speziata, o non sarà. La rabbia di questo autunno è calda. Porta con sé un odore. Porta con sé i colori. Vive nelle strade assolate e nelle piazze bagnate dalla pioggia. Unisce gomiti e lega bandiere. La lotta ritorna, la lotta non è mai finita. Adesso è l’ora.
La Palestina è qui, la Palestina è libera.

vittoria

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2 pensieri su “Alfabeto palestinese

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