Indifferente mai – Salvare le vite prima di tutto

di Patrizia Fiocchetti

Non c’è scelta. Mi ripeto. Indifferente mai. Dura, forse, spietata anche. Ma girare la testa dall’altra parte, no.
Ho percorso vie e mi sono contrapposta al fato. Ho cercato risposte e tentato alleanze, per un periodo tanto lungo che, mi ripeto, è sufficiente per dirmi “ho vissuto”. Anche se ora, in questo preciso momento, un fulmine dovesse colpirmi rubandomi il respiro.
Per questo non ho mai tradito i valori in cui sono cresciuta, l’eredità dei miei nonni antifascisti che mai scesero a compromessodi fronte al braccio granitico della repressione, anche a costo di nascondersi, o a ridursi in ginocchio a pulire le scale di condomini signorili per poter nutrire mia madre e le sue sorelle.
I comandamenti in cui credo sono meno dei biblici dieci: solidarietà, accoglienza, giustizia, diritti. Strumenti di comprensione del mondo, e di amore per l’altro umano come me, pur se diverso e lontano. Nessun muro, filo spinato di separazione dove i mattoni portano nomi pesanti “credo”, “razza”, “nazionalità”. Nessun confine, e il senso di appartenenza legato a un mondo senza frontiera. Lo dovevo – e lo devo ancora – a chi ha combattuto, creduto e pagato per quel futuro non plasmato di razzismo, guerra, violenza, supremazia consegnato alla mia di generazione. Continua a leggere

Periferie, ideali e lotte

Riceviamo questo testo da Enrico Campofreda, giornalista e autore del libro Leggeri e pungenti – Storie, luoghi e volti di periferia, libro di racconti da poco uscito per Lorusso Editore, con le fotografie di Claudio Bassi. L’articolo è stato scritto in occasione di una presentazione presso il Csoa Corto Circuito di Roma, svolta insieme allo storico fotografo di movimento Tano D’Amico.

di Enrico Campofreda

9788894106961Con la categoria di Tano D’Amico, fotografo poi celebre e celebrato, noi della militanza estrema, ed estremista secondo il revisionismo allora corrente, avevamo un gioco di sguardi. Ci scrutavamo a distanza più o meno ravvicinata. Le sue pupille, parzialmente celate dalle lenti, cercavano il particolare o il tuttotondo su cui far scattare la lente preziosa dell’obiettivo. Quello con cui per anni, diventati decenni, ha descritto attraverso la luce ciò che faceva una collettività in cerca d’una nuova vita. Era il 1973 e noi, a tutela di noi stessi e di quel che facevamo, dovevamo evitare di mostrarci, dovevamo esserci e non essere visti. Tanto meno dai fotografi.
L’anno seguente la situazione precipitò, quando certe immagini scattate chissà da chi corredarono il dossier con cui due magistrati indagavano sulla “struttura paramilitare di un gruppo extraparlamentare” che andava per questo perseguito. Adrenalina e paranoia degli interessati crebbero a tal punto che fotografi amici, come Tano, e quelli appartenenti alle forze dell’ordine o coloro che collaboravano con esse infiltrandosi nei cortei, rischiavano le rabbiose reazioni di chi non voleva finire schedato, con tanto di immagini, poi riprese anche da un noto periodico italiano. Continua a leggere

Serbia: migranti prigionieri nella terra di mezzo

Ignorati dall’Europa dell’accoglienza, aggrappati al proprio progetto di salvezza

Resoconto di una missione umanitaria e conoscitiva, organizzata dalla Cooperativa Coop Noncello di Pordenone. 5 – 8 maggio 2017

di Patrizia Fiocchetti

Se i volti sono stanchi, gli occhi sono illuminati dalla luce della determinazione. La luce che viene da una speranza salda e irriducibile, quella di voler andare avanti, contro tutte le ragioni della realpolitik, e a dispetto della paura che altri gli hanno disegnato addosso e che si portano cucita come un’ombra fastidiosa ma ineluttabile.
«Perché dovrei entrare in un campo statale qui a Belgrado? Perché dovrei denunciarmi per poi essere obbligato a presentare domanda di asilo a un paese che non mi vuole?». L’uomo pachistano, che non mi dice il nome, parla sorridendo schiettamente tenendo con una mano il piatto di minestra e nell’altra una mela, il pasto appena datogli dall’associazione di volontari BelgrAid.

Belgrado, stazione vecchia. Foto di Cristina Campanerut

Ci troviamo nella stazione vecchia della capitale serba, davanti a una serie di edifici abbandonati in cui sono accampati ormai da tempo un migliaio di profughi in attesa di poter proseguire il viaggio intrapreso da mesi, verso l’Europa centrale.
«Quando ho provato a passare la frontiera con l’Ungheria, la polizia mi ha accolto con manganelli e cani». Continua a leggere

[Laspro 39] Kill your sons: l’esperienza di Lou Reed con la psichiatria

di Alessio Carrotta (da Laspro 39, aprile/maggio 2017)

All your two-bit psychiatrists

A soli diciassette anni, il giovane Lewis Allan Reed viene sottoposto a tre sedute settimanali di elettroshock per approssimativamente due mesi. Nell’estate del 1959, ogni due giorni, viene avvolto strettamente in un lenzuolo e gli viene ficcato un pezzo di gomma fra i denti affinché la lingua non possa soffocarlo, viene deposto su un lettino rigido e senza che gli venga somministrato alcun tipo di anestetico, ma soltanto un calmante muscolare, dagli elettrodi fissati al suo cranio una scarica di elettricità ad alto voltaggio attraversa il suo cervello.
24 sessioni che avrebbero dovuto aiutare il futuro cantante dei Velvet Underground a essere meno ansioso, più integrato nella società e più ortodosso nelle sue preferenze sessuali. Dopo essersi diplomato al Freeport Junior High School, Lewis affronta infatti una depressione, soffre di cambi d’umore e manifesta tendenze omosessuali: sua sorella lo ricorda come un adolescente molto fragile, afflitto da attacchi di panico, che a sedici anni cominciò a sperimentare droghe e ad allontanarsi sempre più dei propri genitori, i quali «come agnelli condotti al macello – confusi, atterriti e condizionati a seguire l’opinione dei medici» come ha scritto Merrill Reed, sorella di Lou, accettarono il consiglio dello psichiatra che visitò l’adolescente Lou Reed e lo inviarono al Creedmoor State Psychiatric Hospital, nel Queens a New York, affinché venisse “curato” attraverso l’elettroshock.
Quale musicista, il suo personale racconto di tale esperienza si è condensato nella canzone Kill your sons, e Lou Reed ha costruito parte del suo stesso personaggio artistico a partire dal suo periodo a Creedmoor: un internamento da lui vissuto come vendetta contro la propria bisessualità più che come atroce tentativo di aiuto, una lunga serie di sedute dalle quali racconta tornasse sempre con una nuova personalità, che non sostituiva le precedenti ma vi si aggiungeva, e che minarono permanentemente la sua memoria a breve termine fino al punto di aver difficoltà a leggere, come descrive nello stesso brano. Continua a leggere

[Laspro 39] A sostegno di Pagine contro la tortura – Editoriale

È uscito il numero 39 di Laspro (marzo / aprile 2017), in distribuzione nei consueti spazi e su abbonamento (leggi qui per sapere come abbonarsi e sostenere la rivista con 10 euro l’anno). È un numero speciale, a sostegno della campagna Pagine contro la tortura – circa il divieto di ricevere libri e stampe nelle sezioni carcerarie 41bis. Abbiamo voluto raccontare il carcere, le istituzioni totali e anche l’esperienza della lettura e della letteratura in relazione ad essi.
Nel numero, ci sono articoli e racconti di chi il carcere l’ha vissuto e raccontato, come anche l’esperienza manicomiale, e articoli volutamente senza firma o firmati con uno pseudonimo, a indicare una condizione comune.
Il numero è speciale anche perché, per la prima volta, Laspro esce in 12 pagine, proprio per non perdere la ricchezza di contributi giunti in redazione. Un numero che quindi ha richiesto uno sforzo economico che vi chiediamo di sostenere, con l’abbonamento alla rivista e/o partecipando alle prossime iniziative di presentazione e sottoscrizione.
La prima: domenica 2 aprile alle 18.30 nella Sala da Thè del Csoa Forte Prenestino (l’illustrazione della locandina e della prima pagina è di Claudia Romagnoli).locandina ForteP marzo17
Nel numero: articoli e racconti di Silvia Baraldini, Alessio Carrotta, Alessandro Pera, Marco Philopat, Salvatore Ricciardi, Agnese Trocchi e della redazione di Laspro e illustrazioni di Valerio Bindi, Claudia Romagnoli e Alvise Rossi.  
Qui l’editoriale.

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di Luigi Lorusso

La Nasa ha annunciato la scoperta di un intero sistema solare con tre pianeti considerati abitabili, non troppo lontano da qui: a 39 anni luce. Dicono che il contatto con altre specie viventi extraterrestri non è più questione di se, ma di quando.
E tanti stanno già cominciando a viaggiare, verso un altro mondo, non possibile ma reale. Anzi, tre.

È anche questo che facciamo quando leggiamo storie. La parola evasione associata alla letteratura è spesso considerata sinonimo di bassa qualità. Ma il godimento della lettura è quello di lasciarci trasportare in altri mondi che non conosceremo mai. Evadere, appunto.

Mi guardo alla mia sinistra, verso la mia libreria: Conrad, Tolstoj, Omero, Le Guin, Hemingway. Mi bastano loro per aver viaggiato più di quanto potrei fare in tutta la mia vita. La creazione di mondi è la magia che si ripete ogni volta che uno scrittore gira inquieto per casa, sgranocchiando biscotti e affacciandosi al balcone per lasciarsi ispirare da ciò che vede in strada.
Evade dalla sua realtà il personaggio di Pirandello in Rimedio: la geografia, la casa riempita dalla malattia di sua madre, le parole di sua moglie e intanto, il pensiero ai fiumi della Lapponia.
Evade Darrell Standing, il prigioniero nel braccio della morte di Il vagabondo delle stelle di Jack London, che, rinchiuso in una cella di isolamento, prostrato dalla camicia di forza, vive mille altre vite possibili, volando fuori dalle mura e dalle catene a cui è legato.
Evade Jean Valjean, protagonista de I Miserabili, forzato e galeotto, che rifugge il suo nome per una vita, mostrando allo sbirro Javert la differenza tra giustizia e legge.
La fuga è diritto inalienabile di qualsiasi prigioniero. Ma lo è anche di chiunque si senta stretto, costretto, ingabbiato nelle mille prigioni in cui viviamo quotidianamente. «Far vagare la mente altrove dovrebbe essere il primo passo per ogni aspirante fuggitivo. Anzitutto immaginare la libertà, introiettarne la nozione. Poi dedicarsi, eventualmente, al lavoro concreto» scrive Valerio Evangelisti a proposito del libro Comincia adesso – Fughe ed evasioni quotidiane (Eris edizioni).

Sarà per questo che la lettura è così importante per chi ha i propri confini ristretti, dentro un carcere, un manicomio, in case di detenzione, in quei luoghi che chiamiamo istituzioni totali, detti così perché totalizzano le vite di chi vi è rinchiuso.

Questo numero di Laspro è dedicato alle istituzioni totali, in occasione della campagna Pagine contro la tortura (paginecontrolatortura.noblogs.org) che protesta contro le limitazioni alla ricezione di libri per i detenuti e le detenute sottoposti all’articolo 41bis. La Corte Costituzionale ha confermato, in una sentenza dell’8 febbraio scorso, il divieto a ricevere libri o riviste dall’esterno, motivandolo con il pericolo che possa costituire una forma di comunicazione con l’esterno.
È una campagna di sicuro non facile e non popolare, ma proprio per questo ancora più necessaria. Il divieto al ricevere libri è l’occasione per alzare il velo su quelle che sono condizioni ai limiti di quelli che vengono definiti “trattamenti crudeli, inumani e degradanti”, secondo la definizione giuridica di tortura.
I libri sono uno strumento di libertà. Ogni limitazione alla loro circolazione dovrebbe provocare la protesta di chi ama i libri, la letteratura, le storie. Di chi, ogni giorno, pratica evasioni possibili.

«E che c’entrano i fiumi della Lapponia?»
«Niente, cara. Non c’entrano per niente affatto. Ma ci sono, e né tu né io possiamo negare che in questo preciso momento sboccano là nel golfo di Botnia. E vedessi, cara, vedessi come vedo io la tristezza di certi salici e di certe betulle, là…»

[Bassa Fedeltà] Le luci della centrale elettrica “Canzoni da spiaggia deturpata”

di Ilario Galati (da Laspro 1 aprile/maggio 2009)

Si è da qualche tempo interrotta la rubrica musicale di Laspro Bassa Fedeltà, tenuta da Ilario Galati, che è andata avanti dal numero 1 di aprile 2009 fino al numero 33 di settembre 2015. Ripubblichiamo ora sul blog alcuni degli articoli comparsi sulla versione cartacea della rivista, a partire dal primo, su un cantautore che sembrava dovesse cambiare la storia della musica italiana ma che abbiamo un po’ perso di vista.
A Ilario il ringraziamento per averci fatto scoprire musiche e storie che non conoscevamo, sperando di poterne leggere di nuovo in futuro. Buona lettura.
(REDAZIONE DI LASPRO)

le_luci_cover_con_adesivo1Dopo un anno di ascolti, dopo aver guadagnato copertine a destra e manca, dopo la targa Tenco e la conseguente sovraesposizione, questo disco continua a rappresentare un caso davvero singolare nel panorama musicale del nostro paese. Canzoni da Spiaggia Deturpata mette in fila istantanee crudeli, scampoli di poesia urbana, canzoni dimesse che l’attento lavoro del mai troppo venerato Giorgio Canali ha reso più digeribili rispetto al demo originario del 2007: Stagnola, La Lotta Armata Al Bar, Piromani, Lacrimogeni raccontano con cruda realtà il ‘sottovuoto spinto’ nel quale galleggiamo.

Quello di un paese senza memoria, con le sue periferie spersonalizzanti e le piazze vuote, che rappresentano il contesto entro il quale prendono vita le storie de Le Luci Della Centrale Elettrica, alias Vasco Brondi da Ferrara. Storie nelle quali l’io narrante, pur in una prospettiva individualista, nasconde un noi collettivo che sopravvive alla condizione patologica di non avere più l’appartenenza. Non quella intesa come il riconoscersi in qualcosa di rituale e massificato ma quella che, per dirla alla Gaber, significa «avere gli altri dentro di sé». Ecco, CdSD ci racconta cosa siamo diventati con una lucidità da fare invidia ai sociologi. Lo fa in maniera diretta e sgraziata con uno sguardo talmente cinico da farci male. E lo fa in un momento in cui quasi tutti fanno il gioco del silenzio. Continua a leggere

Ritorno da Kobane, cuore della rivoluzione femminista – intervista a Carla Centioni

di Patrizia Fiocchetti

«Da dove posso iniziare a raccontare? Le sensazioni sono talmente tante che ho quasi difficoltà a restituirle. È come se volessi trattenerle per riuscire ad elaborarle dandogli il giusto tempo. Essermi trovata nel luogo dove si sta compiendo la prima rivoluzione femminista è di forte emozione».
Le parole descrivono benissimo quanto colgo dal volto e dai gesti di Carla Centioni, rientrata da un mese dalla sua missione a Kobane, capoluogo del Rojava, nel Kurdistan siriano, città simbolo della lotta contro il Daesh. Ci incontriamo nell’appartamento di un caro amico, Giancarlo Scotoni che l’ha accompagnata e ne ha atteso il ritorno a Erbil, in Iraq.
Carla Centioni è la presidente dell’associazione PonteDonna che si occupa di progetti rivolti alle donne vittime della violenza maschile. Ma Carla è anche un’attivista che porta la propria esperienza e sensibilità all’interno del movimento #Nonunadimeno. E anche una mia cara amica.13901440_598584550315455_4511675929860650029_nÈ un piacere parlare di questo tuo viaggio, finalmente. Un viaggio che ci ha colti un po’ tutti di sorpresa. Nel 2015 siamo partite insieme per Kobane ed è proprio in quell’occasione che ci siamo conosciute. Partivamo alla volta di questa città appena liberata. Credo per te sia stata una emozione forte tornarci a distanza di due anni esatti. Ritrovare una Kobane trasformata. Io ne conservo le immagini di distruzione e mi interessa chiederti prima di tutto, come hai ritrovato la città.
«Quando entrammo a Kobane agli inizi di marzo 2015, era passato appena un mese dalla liberazione dal Daesh. Circolavano solo i componenti dell’Unità di difesa popolare (Ypg) e di difesa delle donne (Ypj). Ricorderai le nostre camminate sui mucchi di macerie. Ho trovato una città trasformata e sì, ho provato una profonda emozione. Kobane si è ripopolata, quasi tutti gli abitanti sono rientrati, attualmente ci vivono 40.000 persone. A parte la zona scelta per un museo a cielo aperto a testimonianza della vittoria contro il Daesh, vicino la porta che segna il confine con la Turchia, il resto della città è un cantiere. Nel corso dell’incontro avuto con il sindaco di Kobane, Muro Huseyn, ho preso visione del progetto di ricostruzione della città. Lo ho accompagnato in una visita ad un quartiere di edilizia popolare di nuova costruzione: il 21 marzo in occasione del Nowruz (Capodanno per i popoli di alcune zone e paesi del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, che coincide con l’equinozio di primavera, nda) verrà consegnato ai figli dei combattenti uccisi». Continua a leggere