[Laspro 33] Settembre è un buon mese per iniziare l’anno

Dopo aver saltato, quello estivo, eccoci direttamente al numero autunnale di Laspro, il 33 di settembre/ottobre 2015, che troverete a breve nei punti di distribuzione abituale (che aggiorneremo anche qui sul sito con una pagina specifica). 
Intanto alcuni annunci: ci troverete al banchetto Lorusso Editore il 18-19-20 settembre a Farfa (RI) per Liberi sulla Carta – fiera dell’Editoria indipendente, dal 1° al 4 ottobre al Csoa Ex Snia nel corso di Logos – Festa della Parola e il 17, 23, 26 e 30 settembre in piazza Persiani/Nuccitelli durante le iniziative del ciclo Pigneto Mon Amour, tra cui anche il reading di Laspro il 30.
Inoltre, Laspro cerca illustratori e illustratrici a cui piaccia la rivista per collaborare: veniteci a trovare oppure scrivete a lasprorivistaletteraria@gmail.com.

EDITORIALE
di Emanuele Boccianti

In questo numero: SOPRAVVISSUTO Rawan Yaghi - ROMANZO CULTURALE Sabrina Ramacci - IL DOPPIO SPARO DEI KINA Intervista a Stephania Giacobone e Gianpiero Capra di Luigi Lorusso - EXPO DE DRÊ Cristian Giodice – TEDIO E RIVOLTA Luca Palumbo

In questo numero: SOPRAVVISSUTO Rawan Yaghi – ROMANZO CULTURALE Sabrina Ramacci – IL DOPPIO SPARO DEI KINA Intervista a Stephania Giacobone e Gianpiero Capra di Luigi Lorusso – EXPO DE DRÊ Cristian Giodice – TEDIO E RIVOLTA Luca Palumbo

Settembre è un buon mese per iniziare l’anno, almeno quanto lo è gennaio e forse anche di più. A settembre si sta già scendendo dalla vetta, giù per il crinale che pian piano diventa autunno, e lo stupore per la fine di quella sospensione temporale chiamata estate ha un aroma che è un peccato non saper apprezzare. Per questo il tempo che passa è d’aiuto. Quando ero ragazzino, ogni anno sembrava una singolarità, qualcosa che non aveva alcun legame con ciò che l’aveva preceduto e che non forniva indizi su cosa l’avrebbe seguito. Man mano che le estati si andavano accumulando nel mio calendario personale, la magia della ciclicità ha cominciato a fare presa su di me e ho iniziato a prestare attenzione al carattere ricorsivo della vita, scandita da processi che si annunciavano con una serie di segnali identici. La loro perfetta uguaglianza divenne alla fine fonte di meraviglia e di piacere, perché nel sapore dell’aria che cominciava a rinfrescarsi di nuovo, dopo la stangata termica agostana, riuscivo a sentire la presenza di altri elementi, che la mia memoria storica stava imparando ad accumulare associandoli a quello stimolo fisico. Anno dopo anno, l’aria strana di settembre diventava una matrioska sempre più obesa, che potevo aprire e ritrovarci dentro quello che vi era rimasto incastrato in tutti i settembri precedenti. Come gli esseri umani avevano scoperto all’alba della nostra storia, stavo infine scoprendo l’emozione e le suggestioni del tempo ciclico. Nietzsche parlava di eterno ritorno, spiegando il tempo circolare come un tempo che non si esaurisce, proprio per la costante reiterazione dei suoi momenti. In una circonferenza nessun punto si perde mai, lo si incontra di nuovo, sempre uguale e diverso, a ogni passaggio. Ogni momento diventa assoluto. Riflettevo sul senso di sicurezza e di conforto che quest’idea mi trasmetteva. Ma un tempo circolare ti può anche incastrare all’interno di quel cerchio. Darti una sensazione di terribile ripetitività, un dogma metafisico vestito dei colori di tutte le stagioni che suona un po’ come “quello che è stato sempre sarà”.

Il tempo lineare, dal canto suo, ci appare come un tempo spietato: una linea diritta in cui ogni suo punto – questa è la sensazione – va inesorabilmente lasciato indietro, mentre noi siamo costantemente proiettati in avanti. Trattandosi di una retta, possiamo comunque vedere il futuro davanti a noi: basta prolungare il binario su cui ci stiamo muovendo. Entrambi questi tempi, circolare e lineare, hanno un enorme problema: il futuro ha una sua direzione già assegnata. I giochi sono già fatti e il binario si può solo seguire. Non c’è alternativa, diceva la Thatcher. In realtà lo sentiamo dire tutti noi di continuo. Ultimamente ho sentito perfino qualcuno che il ritorno di “una” Thatcher se l’augurava. Augurarsi l’ineluttabilità. Ma a essere inevitabile e privo di alternative è un mondo che fa un po’ acqua da tutte le parti. Un mondo in cui, solo per dirne una, i Casamonica possono usare Roma come palcoscenico privato, ma il pugno di ferro l’amministrazione lo usa la settimana dopo, contro gli occupanti di uno spazio sociale, accusati di “invasione di terreni o edifici”. Quand’è che abbiamo smesso di immaginarci il nostro futuro? Quand’è che ci siamo convinti che quanto ci aspetta sia solo la prosecuzione di quello che abbiamo alle spalle? Ecco: disegnare una nuova figura, né diritta né curva. Inventarsi una nuova idea di futuro. Dedicarcisi minuziosamente, con passione e spavalderia. Mi sembra un ottimo proposito, per questo anno appena iniziato.

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