[Laspro 38]#NonUnaDiMeno. Editoriale

È uscito il numero 38 di Laspro (gennaio / febbraio 2017), in distribuzione nei consueti spazi e su abbonamento (leggi qui per sapere come abbonarsi e sostenere la rivista con 10 euro l’anno). Questo numero prende spunto dalla manifestazione #NonUnaDiMeno contro la violenza sulle donne del 26 novembre, con articoli e interventi della cooperativa Be Free, del collettivo Cattive Maestre, interviste a Patrizia Fiocchetti e Paola Staccioli e altro.
Qui l’editoriale.

di Patrizia Fiocchetti

Non mi sono mai fermata. A un certo punto della mia vita ho iniziato a camminare e non ho più voltato la testa indietro. Ho percorso migliaia di chilometri, muovendomi verso oriente, verso il sud del mondo in direzione opposta al mio percorso di appartenenza, alla mia cultura, alle mie radici, alla mia educazione per ritrovare quanto di me avevo perduto.
E quella decisione dolorosa ha rappresentato la mia salvezza. La necessità di conoscenza, la curiosità unita al senso di perdita, pezzo dopo pezzo, delle certezze in cui si cresce, è il fuoco che inizia il moto perenne dei passi di una donna, e di un uomo. È il viaggio migliore, l’unico sano nell’avventura dell’esistenza.
In questo camminare ho incrociato la mia storia a quella personale di tante altre donne, e mi sono riflessa nelle loro ragioni, nella loro scelta di essere protagoniste di un cambiamento radicale di loro stesse e della società in cui erano cresciute. Parlavano di repressione, tortura, prigione ma anche delle incomprensioni all’interno della famiglia di appartenenza, la lotta con padri e fratelli ma anche con madri a difesa di un ordine costituito e quindi sicuro per quanto ingiusto; e poi di amiche, sorelle con cui avevano condiviso il battito d’ali della ribellione e l’ebrezza della libertà di azione.

«Ma il nemico più duro da battere» mi dicevano «lo portiamo inciso dentro. È quell’idea di patriarcato in cui hanno plasmato la nostra mente, la nostra anima e gli stessi nostri desideri. Contro di essa c’è un’intera vita di lotta».

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Mi sono nutrita dei racconti di stralci delle loro vite, intercalati da parole di dolore o da risate per improvvisi aneddoti ricordati. E anche quando non ne avevo piena consapevolezza, mi hanno insegnato a credere come si può essere protagoniste della Storia, sì quella con la S maiuscola. Anzi, come finalmente siamo noi donne a scriverla la Storia dell’umanità. Continua a leggere

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[Laspro 36] Editoriale

Laspro 36 (maggio/giugno 2016) nasce in un tavolo da osteria, dagli attentati a Bruxelles, da quant’è bravo papa Francesco, dal Daesh e le teste mozzate, dai giornalisti in giro per Torpignattara alla ricerca di aspiranti kamikaze, dai family day e dai militanti antirazzisti che studiano l’Islam per dire che aspira alla pace, dalle marmellate regalate ai preti agli attici dei cardinali, dagli atei che hanno sempre Dio in bocca alle Scritture di tremila anni che ci insegnano a vivere alle prese di posizione celesti sui disegni di legge: è un grido. È l’insofferenza dell’ateo.

In questo numero: LA PRIMA COMUNIONE Alessandro Bernardini – SUNDAY BLOODY SUNDAY Sabrina Ramacci – DACCI OGGI IL NOSTRO INTEGRALISMO QUOTIDIANO Patrizia Fiocchetti –  CRISTO IN CROCE Valerio Musillo – ASPETTANDO I BARBARI Nicola Bonazzi – SAN BASILIO: LA BORGATA DELLA BALENA SPIAGGIATA Duka – UMANE, SACRE SCRITTURE Antonia Caruso – MAI SENZA RETE a cura di Rete Iside.

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Illustrazione di Ilaria Vescovo

Editoriale

di Emanuele Boccianti

A un certo punto della mia vita diventai ateo. Avrei potuto compiere questa scelta per un sacco di motivi “politici”: vivo in uno dei paesi in assoluto più collusi col potere secolare della Chiesa, un potere al tempo stesso tangibile e invisibile, e, come leggerete nel corso di questo numero, le ragioni per cui si possa crescere con uno spiccato atteggiamento di ribellione o di insofferenza verso il cattolicesimo non sono poche, e secondo me tutte giuste. C’era un “però”, almeno per il sottoscritto. Ateismo come ribellione? Poteva andare bene, ma non per molto. Dopo un po’ si diventa grandi e la ribellione deve trasformarsi, essere inglobata in un processo più ampio, adulto. È un po’ come rifiutare la verdura da piccoli. Che in certi casi – magari ne sapete qualcosa – è stato un rifiuto che aveva un deciso sapore politico, appunto, di resistenza al potere genitoriale, di rivincita. Fino a che non si diventa grandi, il che vuol dire che ci si comincia a muovere nel mondo staccando gli ormeggi che ci assicurano alla nave madre, e le cose che ci succedono finiscono per avere un colore – e un sapore – del tutto nuovo: è cambiato il contesto.
Tipo che siete in trattoria con una ragazza che vi piace e lei ordina una cicoria ripassata; la osservate guardinghi, un po’ di sottecchi, e vi rendete conto che se la sta davvero gustando. Facendo finta di niente allungate la mano e ne tirate su una forchettata, e improvvisamente BAM!, avete scoperto la delizia della cicoria ripassata, con tanto aglio e peperoncino. E vi siete resi conto che lo scontro politico va trasferito su un altro piano. Per me fu uguale.
Crescendo mi sono reso conto che rifiutare la verdura della religione non era qualcosa che volevo fare per non darla vinta ai preti o ai bigotti, ma perché senza un dio che funzioni da ultima istanza morale e teleologica, la narrazione della mia vita sarebbe stata molto più interessante. Agire eticamente diventava una scelta pura – e molto più misteriosa – se non esisteva lo stimolo del castigo divino (un modo di pensare che ho sempre trovato affetto dal modello del padre autoritario/figlio non adulto). Di più: se non esisteva alcuna vita dopo la morte, la mia esistenza tornava ad avere un suo perfetto baricentro interno, il suo senso non era più aldilà, ma era proprio qui, proprio in ogni momento, che è prezioso perché ne abbiamo a disposizione un numero finito. E ho compreso che la differenza tra me e un credente (in generale) è che abbiamo semplicemente dato due risposte esistenziali diverse al problema che hanno tutti, e cioè che la vita è un vero casino.
Per me la realtà è un po’ meno insensata e ostile perché ho scelto di raccontarmela senza nessun vecchio con la barba bianca; per lui è vero esattamente il contrario. Ma nessuna delle due scelte è intrinsecamente migliore, perché non hanno a che vedere col valore di verità dei nostri assunti, bensì con il loro valore esistenzialmente strategico.
Un sacco di atei però non sono arrivati alle stesse conclusioni, mi sembra. È come se avessero continuato a rifiutare la cicoria tutta la vita, irrigidendosi sempre più nella loro convinzione che sia cattiva, al punto che non l’hanno mai più provata. Sono ancora ribelli in fase vetero-adolescenziale, e quella rigidità, anche se non se ne rendono conto, gioca contro di loro. Tanto da farli assomigliare, opposti e simili, ai credenti che detestano. Perché si sono convinti che il loro punto di vista è intrinsecamente giusto. E il punto di vista razionale è quello corretto, l’unico. Se esista o meno il tipo con la barba bianca nessuno lo sa di fatto, e chi pretende di avere certezze gioca sporco, in qualsiasi campo giochi. E per quanto riguarda ragione e razionalismo, esigere che l’universo ragioni come facciamo noi è anch’essa una pretesa infantile. Come scriveva un autore di fantascienza tempo fa: «Per quanto possiate desiderarlo, l’universo non è costretto a restare serio mentre lo osservate». Mi colpì molto quella frase. Ricordo di aver pensato: se non lo è neppure l’universo, figuriamoci se devo sentirmi obbligato io a essere serio.

 

[Laspro 35] Annunciazione + Editoriale

Sta per uscire il numero 35 di Laspro. Era gennaio-febbraio, ma i calendari l’hanno trasformato in marzo-aprile. Porta con sé la primavera, le pulizie di Pasqua, i pezzi di BAM, Scup, Degage e Corto Circuito sugli spazi sociali sotto attacco, e pure una grafica rinnovata, a partire dalla testata, opera di Alessandra Meneghello. La vecchia testata, realizzata quasi sette anni fa da Andrea Lai, diventa un piccolo pezzo della nostra storia.

A breve, presentazioni e reading in alcuni degli spazi di cui si parla nel numero e non solo (controllate la nostra pagina Facebook per le date). Intanto, questi sono il sommario e la prima pagina: IL DRONE SUL CORTO Mimmo Niglio – A.C.A.B. ALL CATS ARE B.A.M. Enrico Astolfi – DAL MURETTO AL CENTRO SOCIALE Duka –  DEGAGE, ALL’ASSALTO DEL CIELO Giuseppe Ranieri – SCUP RELOADED Gaia Benzi. A seguire, l’editoriale.Layout 1

Editoriale

di Luigi Lorusso

Pasquale tornò da Roma e ci parlò del Blitz. Ci fecero impressione i suoi racconti, di come un gruppo di ragazzi era entrato di notte dentro a un posto abbandonato e lo aveva rimesso a posto, senza autorizzazioni né permessi, e anzi era tutto illegale e più era illegale e meglio era. Alcuni dicevano che si attaccavano alla corrente, non per risparmiare, o almeno non solo, ma per essere autonomi, anche in quello. Continua a leggere

[Laspro 34] Editoriale

laspro_34In distribuzione Laspro 34 di novembre/dicembre 2015. In questo numero: IL VENTO SCATENA LE ANTE Valerio Callieri – FATTI STRANI ALL’AREA CANI Luigi Lorusso – DALL’ALTO IN BASSO Giusi Palomba – NARRAZIONI Patrizia Fiocchetti – UNA SCELTA DI VITA Alessandro Bernardini – TRA DA VINCI E DAVID BOWIE Intervista a Lo Zoo di Berlino di Giusi Palomba. Questo è l’editoriale.

di Luca Palumbo

Sere d’autunno ascoltando chitarre distorte e vento impetuoso in un salotto che puzza di tabacco e umidità, aspettando che la vena creativa trovi il punto di contatto con le svariate realtà che abbiamo vissuto negli ultimi giorni. Per strada e tra la gente. Conflitti, resistenze, occupazioni, sgomberi, migrazioni, razzismi, fascismi, sionismi, antagonismi, precarietà, street art e monnezza, piani quinquennali e contraddizioni, sbronze e rivoluzioni. Ma anche folletti alieni, zinne, fatti strani all’area cani, tossici, spade, sorci schifati, piastrellisti narranti e investigatori depressi con la cacarella fulminante.
Tutto diventa narrazione quando il vento entra in casa e scatena le ante, chiamando personaggi all’azione. Allora bisogna seguirlo il vento (e pure le chitarre distorte), bisogna raccontare. L’importante è che non si tratti di narrazioni tossiche. Raccontare storie. Non tossiche. Inventare, non falsificare. Proporre rielaborazioni della realtà, magari distopiche, non vendere alterazioni della stessa. Ecco il punto.

Illustrazione di Lisa Lau

Illustrazione di Lisa Lau

«Soldati israeliani rispondono ad attacchi palestinesi – nuove tensioni nel conflitto in Medio Oriente» è l’interminabile incipit di una storia travisata, un’infinita narrazione tossica, appunto. Per esempio. «Ankara: la mano dell’Is dietro la strage» è il prologo di un romanzo che sa già di direzione a senso unico, scollegato con la realtà. «Però Marino era meno peggio dell’artri sinneci, annava ‘n bicicletta e sposava li froci» è una barzelletta mal riuscita, manco una novella ironica con sfumature fantasy. «Erri De Luca assolto, viviamo ancora in un paese libero e civile», più che tossica questa è una narrazione imbottita di radiazioni, che genera mostri.
Migliaia di spunti per racconti storpiati e narcotizzati. Tutti i giorni. Trascorriamo una vita a raccontarci boiate per sentirci al riparo da destabilizzanti sorprese, serenamente irremovibili in un contesto schizofrenico, per continuare a giustificare il torto, quello che da sempre ci illude di vivere un’esistenza più appagante e meno responsabile possibile. Allora non finiamo mai di annoiarci a scrivere e leggere distorsioni della realtà, dando al termine fantasia un significato inquietante: inquinare quello che veramente accade. È l’illusione di sentirsi rassicurati l’elemento narrativo che conta, quello che ci accompagna nella dolce inettitudine. Ci raccontiamo assurdità a vicenda per paura di affrontare il vero. Lo prendiamo, il vero, tremanti, e lo maltrattiamo, consapevolmente. Lo disintegriamo all’interno di racconti avvelenati, muovendo personaggi come burattini. Il vero non è come l’illusione di credersi rassicurati (dalle Forze del Bene e dai suoi supereroi). No. Perché il vero fa vacillare. A questo punto raccontare storie diventa un pericolo. Nuoce gravemente alla salute.
Per fortuna lo scenario non è così monotono. Non scriviamo tutti le stesse storie. C’è una lunga lista di autori e autrici che raccontano per resistere e combattere le mitragliate di narrazioni tossiche e il mostruoso senso che ne viene fuori. La fantasia diviene uno strumento della realtà. Si crea, si rielabora, si amplifica, si impasta, si disegnano utopie, si tratteggiano distopie, ma l’elemento base è sempre quello: il vero. La realtà da cui mai scollegarsi. Quello che c’è veramente dietro a ogni cosa.
Raccontare storie, come si fa in una rivista letteraria. Noi ci proviamo. Proviamo soprattutto a non avvelenare la realtà. E chi ci legge.

[Laspro 33] Settembre è un buon mese per iniziare l’anno

Dopo aver saltato, quello estivo, eccoci direttamente al numero autunnale di Laspro, il 33 di settembre/ottobre 2015, che troverete a breve nei punti di distribuzione abituale (che aggiorneremo anche qui sul sito con una pagina specifica). 
Intanto alcuni annunci: ci troverete al banchetto Lorusso Editore il 18-19-20 settembre a Farfa (RI) per Liberi sulla Carta – fiera dell’Editoria indipendente, dal 1° al 4 ottobre al Csoa Ex Snia nel corso di Logos – Festa della Parola e il 17, 23, 26 e 30 settembre in piazza Persiani/Nuccitelli durante le iniziative del ciclo Pigneto Mon Amour, tra cui anche il reading di Laspro il 30.
Inoltre, Laspro cerca illustratori e illustratrici a cui piaccia la rivista per collaborare: veniteci a trovare oppure scrivete a lasprorivistaletteraria@gmail.com.

EDITORIALE
di Emanuele Boccianti

In questo numero: SOPRAVVISSUTO Rawan Yaghi - ROMANZO CULTURALE Sabrina Ramacci - IL DOPPIO SPARO DEI KINA Intervista a Stephania Giacobone e Gianpiero Capra di Luigi Lorusso - EXPO DE DRÊ Cristian Giodice – TEDIO E RIVOLTA Luca Palumbo

In questo numero: SOPRAVVISSUTO Rawan Yaghi – ROMANZO CULTURALE Sabrina Ramacci – IL DOPPIO SPARO DEI KINA Intervista a Stephania Giacobone e Gianpiero Capra di Luigi Lorusso – EXPO DE DRÊ Cristian Giodice – TEDIO E RIVOLTA Luca Palumbo

Settembre è un buon mese per iniziare l’anno, almeno quanto lo è gennaio e forse anche di più. A settembre si sta già scendendo dalla vetta, giù per il crinale che pian piano diventa autunno, e lo stupore per la fine di quella sospensione temporale chiamata estate ha un aroma che è un peccato non saper apprezzare. Per questo il tempo che passa è d’aiuto. Quando ero ragazzino, ogni anno sembrava una singolarità, qualcosa che non aveva alcun legame con ciò che l’aveva preceduto e che non forniva indizi su cosa l’avrebbe seguito. Man mano che le estati si andavano accumulando nel mio calendario personale, la magia della ciclicità ha cominciato a fare presa su di me e ho iniziato a prestare attenzione al carattere ricorsivo della vita, scandita da processi che si annunciavano con una serie di segnali identici. La loro perfetta uguaglianza divenne alla fine fonte di meraviglia e di piacere, perché nel sapore dell’aria che cominciava a rinfrescarsi di nuovo, dopo la stangata termica agostana, riuscivo a sentire la presenza di altri elementi, che la mia memoria storica stava imparando ad accumulare associandoli a quello stimolo fisico. Anno dopo anno, l’aria strana di settembre diventava una matrioska sempre più obesa, che potevo aprire e ritrovarci dentro quello che vi era rimasto incastrato in tutti i settembri precedenti. Come gli esseri umani avevano scoperto all’alba della nostra storia, stavo infine scoprendo l’emozione e le suggestioni del tempo ciclico. Nietzsche parlava di eterno ritorno, spiegando il tempo circolare come un tempo che non si esaurisce, proprio per la costante reiterazione dei suoi momenti. In una circonferenza nessun punto si perde mai, lo si incontra di nuovo, sempre uguale e diverso, a ogni passaggio. Ogni momento diventa assoluto. Riflettevo sul senso di sicurezza e di conforto che quest’idea mi trasmetteva. Ma un tempo circolare ti può anche incastrare all’interno di quel cerchio. Darti una sensazione di terribile ripetitività, un dogma metafisico vestito dei colori di tutte le stagioni che suona un po’ come “quello che è stato sempre sarà”.

Il tempo lineare, dal canto suo, ci appare come un tempo spietato: una linea diritta in cui ogni suo punto – questa è la sensazione – va inesorabilmente lasciato indietro, mentre noi siamo costantemente proiettati in avanti. Trattandosi di una retta, possiamo comunque vedere il futuro davanti a noi: basta prolungare il binario su cui ci stiamo muovendo. Entrambi questi tempi, circolare e lineare, hanno un enorme problema: il futuro ha una sua direzione già assegnata. I giochi sono già fatti e il binario si può solo seguire. Non c’è alternativa, diceva la Thatcher. In realtà lo sentiamo dire tutti noi di continuo. Ultimamente ho sentito perfino qualcuno che il ritorno di “una” Thatcher se l’augurava. Augurarsi l’ineluttabilità. Ma a essere inevitabile e privo di alternative è un mondo che fa un po’ acqua da tutte le parti. Un mondo in cui, solo per dirne una, i Casamonica possono usare Roma come palcoscenico privato, ma il pugno di ferro l’amministrazione lo usa la settimana dopo, contro gli occupanti di uno spazio sociale, accusati di “invasione di terreni o edifici”. Quand’è che abbiamo smesso di immaginarci il nostro futuro? Quand’è che ci siamo convinti che quanto ci aspetta sia solo la prosecuzione di quello che abbiamo alle spalle? Ecco: disegnare una nuova figura, né diritta né curva. Inventarsi una nuova idea di futuro. Dedicarcisi minuziosamente, con passione e spavalderia. Mi sembra un ottimo proposito, per questo anno appena iniziato.

[Laspro 33] Annuncio + L’editoriale fantasma

L’annuncio è che il numero 33 di Laspro, che doveva uscire a giugno, poi slittato a luglio, è definitivamente rimandato a settembre (d’altronde, chi di noi non lo è stato?). Promette che si applicherà di più. Intanto, pubblichiamo qui l’editoriale, che non avrà mai il sostegno della carta. Qualcosa ancora qui la scriveremo per un po’, prima della pausa estiva. Intanto iniziamo ad augurarvi buona estate. Fa un po’ caldo?

di Luigi Lorusso

Opera di Hitnes al Parco delle Energie - Ex Snia (foto di Valentino Bonacquisti tratta da

Opera di Hitnes al Parco delle Energie – Ex Snia (foto di Valentino Bonacquisti tratta da “La Street Art romana attraverso i centri di aggregazione sociale”)

Riprendendo una vecchia canzone dei Kina, intervistati in questo numero di Laspro, sfoglio i miei giorni uno a uno, i giorni di questo anno prima dell’estate, trascorso come sempre ormai tra l’uscita di un numero e la preparazione di un reading. E sfogliare i giorni equivale a sfogliare le pagine di questa rivista, numero per numero: dalla nostra dichiarazione di sempre, di appartenenza e di militanza, segnata dalle nostre facce con o senza la maschera a gas, in pace o in guerra oppure ancora in guerra e in pace nello stesso momento, come nei murales di Aladin, al nostro Dizionario autocritico della militanza, per ridere di noi, fino alla nostra Dichiarazione di guerra. Dichiariamoci guerra, dicevamo, a noi stessi. Continua a leggere

Il tempo per la rivolta

Editoriale di Laspro #25 (settembre – ottobre 2013)

di Luca Palumbo

Un’estate a friggermi il cervello sulla Turchia, il Brasile, l’Egitto, la Siria, la Val Susa, Niscemi e poi ecco che arriva l’autunno caldo, finalmente, a Roma. E arriva pure una telefonata: «Lu’, io sto andando, c’è già un macello di gente: precari, disoccupati, comitati per la casa da tutta Italia, No Tav, No Muos, addirittura gente da Istanbul e dal Cairo, ma poi quelli ormai non si stanno scannando come cani? Io non ci sto capendo più un cazzo». «Pasqua’, aspetta un attimo, io non posso venire, sto andando al lavoro, ho il turno di pomeriggio». «Cheee? Vabbè, tanto ormai è rivolta, passa domattina». «Nemmeno, domani attacco alle otto e stacco alle tre. Facciamo che vengo domani pomeriggio che sono libero, ok? Il tempo di arrivare da Casalotti-Boccea. Poi magari per dopodomani chiedo un paio d’ore di permesso».

 

Illustrazione di Lisa Lau

Illustrazione di Lisa Lau

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