«Scuole, teatri, biblioteche: l’impegno per la conoscenza» Intervista a Christian Raimo

di Luigi Lorusso

Sul numero 41 di Laspro, uscito a ottobre, abbiamo pubblicato tre interviste, a Cristiano Armati, Christian Raimo e Paola Staccioli, per una questione vecchia ma sempre attuale: la scrittura e l’impegno. Impegno civile, militanza politica, memoria e presente delle lotte. Non questioni accademiche ma argomenti vivi e vitali quando si concretizzano nel lavoro e nella vita concreta di chi ci spende passione, creatività, credibilità. Un argomento che non si chiude qui, ma che apre altre strade, riflessioni e pratiche. Di seguito l’intervista a Christian Raimo.

Christian Raimo, scrittore, traduttore, insegnante, ha preso una forte posizione pubblica in seguito allo sgombero del palazzo occupato da richiedenti asilo e rifugiati in piazza Indipendenza a Roma. In seguito alla sua partecipazione al programma tv Dalla vostra parte su Retequattro, durante il quale ha polemicamente abbandonato la trasmissione, è nato un dibattito sulla qualità dei mezzi di informazione di massa. È stato anche oggetto di numerosi attacchi personali e di censura sulla sua pagina Facebook.
Da molto tempo prendi posizioni pubbliche, ultimamente sulla questione dei rifugiati, ma in precedenza sulla politica culturale romana o sulla scuola. Per te la definizione di intellettuale di impegno civile ha senso o è qualcosa di datato?
«Ha senso se si capisce come declinarla: una parte del lavoro intellettuale è necessariamente un lavoro impegnato, soprattutto in un contesto come quello di oggi in cui le più importanti battaglie politiche si giocano sul piano della conoscenza, dell’accesso ai mezzi di comunicazione, dell’istruzione, è quindi ovvio che fare l’intellettuale impegnato spesso vuol dire semplicemente essere militante nei campi dove questo accesso alla conoscenza è più o meno possibile. Io insegno a scuola, mi occupo di scuola, faccio parte del CdA delle Biblioteche di Roma, per me questi sono dei luoghi dove si possono fare delle battaglie. D’altra parte ho imparato, con la lezione di Tullio De Mauro, che una buona battaglia politica è quella che riesce a dare al maggior numero di persone possibile la possibilità di essere autonome dal punto di vista linguistico e quindi di conoscenza del mondo. Questo per me vale nel giornalismo, nella scuola, nella mia attività editoriale».
Che continuità vedi nel tuo lavoro, dalla scuola, alle biblioteche, al lavoro editoriale?
«Per me la scuola è un’esigenza imprescindibile della condizione umana: oltre che animale sociale io penso che l’uomo sia anche un animale pedagogico. Spesso questa esigenza diventa rachitica, non riesce a svilupparsi come dovrebbe ma penso che sia una parte essenziale dell’umano, non soltanto quindi di quelli che per mestiere fanno gli educatori, ma in tutti c’è una vocazione pedagogica. Quando non possiamo praticarla una parte di noi si spegne. Io penso che rivendicare l’aspetto educativo della vita sia fondamentale, ancora di più nella pratica politica. Pedagogia è una bellissima parola, che non ha nulla di novecentesco, di archeologico o retrospettivo, è una parola che parla di futuro, di sperimentazione».
Per quanto riguarda lo specifico delle biblioteche?
«Mi piacerebbe che le biblioteche diventassero dei luoghi di pedagogia pubblica, spesso non riescono a esserlo, i soldi stanziati per le biblioteche sono sempre gli stessi o sempre meno. Nessuno direbbe che è contro le biblioteche o contro la scuola, di fatto però se non c’è un’educazione alla lettura che le sostiene, le biblioteche sono destinate a essere luoghi per pochi. Se io dovessi stilare un programma politico in tre punti metterei in ogni quartiere una biblioteca bellissima, una scuola con una gran quantità di attività di doposcuola e di ore di recupero e un teatro attivo che fa cose belle. Secondo me questi tre centri irradianti conoscenza avrebbero nel lungo periodo una capacità di trasformazione sociale molto maggiore di altre forme di intervento pubblico».
Dopo la tua partecipazione a un programma di Retequattro, totalmente infarcito di retoriche e stereotipi razzisti, durante il quale hai deciso di abbandonare la trasmissione, pensi che ci si possa rivolgere a tutte le persone, anche quelle che sono esplicitamente razziste?
«Il mondo della comunicazione oggi ha due grosse impasse: la prima è la qualità dell’informazione per cui non c’è nessun tipo di autorevolezza, quindi di fatto il direttore di un giornale o qualcuno che inizia a twittare le cose più strampalate possono avere lo stesso tipo di consenso. L’altra impasse è che sempre di più noi guardiamo il mondo della comunicazione attraverso le lenti di due grandi multinazionali, Facebook e Google, per cui abbiamo una visione distorta dalle nostre bolle del filtro. Per me un intervento politico di qualsiasi tipo deve tenere conto di queste due impasse. Se ad esempio si dice che a Roma molte donne vengono stuprate e Il Messaggero fa una campagna per Roma più sicura e per me quella campagna è sessista, per me è inutile tentare di replicare a quel messaggio non suffragato da prove, mi è molto più utile andare a contrastare l’emittente, chi ha scritto quell’articolo, da dove viene.
È inutile contrastare il messaggio se ne divento parte, io non vado in televisione nel programma Dalla vostra parte, in cui posso avere se mi va bene 1-2 minuti in cui sono inquadrato male, non si capisce la domanda che mi fanno, possono mandare il collegamento, togliere il microfono, in cui nel gioco delle parti io rappresento l’intellettuale radical chic che mostra solidarietà ai migranti. Se ci vado è perché per me ha senso attaccare l’emittente, il modo in cui quel programma funziona. Lo posso fare se ho costruito nel tempo un’emittente più ascoltata, più autorevole. Per me non aveva senso andare in trasmissione, mostrare i cartelli, fare una protesta alla Cavallo Pazzo, se non, il giorno dopo, scrivere un pezzo su Facebook in cui ricontestualizzare il gesto che avevo fatto, raccontare la bassissima qualità dell’informazione di quel programma. È successo qualcosa, la trasmissione ha chiuso? No, però ho mostrato che quel gesto si può fare, magari altri lo faranno. L’altro giorno ho visto che un paesino di non ricordo quale provincia ha replicato a Del Debbio che voleva fare una trasmissione lì, tutta piazza e populismo, che non si prestavano a questo gioco delle parti».
Nel tuo ultimo libro Tutti i banchi sono uguali parli dell’uguaglianza nel contesto della scuola. Che valore dai a questa parola in parte desueta?
«Il libro si occupa di una cosa molto specifica e cioè di come la struttura della scuola e le politiche scolastiche attualmente non solo non riescono a contrastare le disuguaglianze di opportunità, i diritti secondo la Costituzione, ma spesso le crea o le alimenta o le riproduce. Io cerco di mostrare, dati alla mano, come nello studio, ad esempio con il meccanismo delle ripetizioni, con il consiglio orientativo della terza media, con altri tipi di dispositivi c’è una forma di classismo a scuola che continua a essere riprodotto nella scuola».

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Indifferente mai – Salvare le vite prima di tutto

di Patrizia Fiocchetti

Non c’è scelta. Mi ripeto. Indifferente mai. Dura, forse, spietata anche. Ma girare la testa dall’altra parte, no.
Ho percorso vie e mi sono contrapposta al fato. Ho cercato risposte e tentato alleanze, per un periodo tanto lungo che, mi ripeto, è sufficiente per dirmi “ho vissuto”. Anche se ora, in questo preciso momento, un fulmine dovesse colpirmi rubandomi il respiro.
Per questo non ho mai tradito i valori in cui sono cresciuta, l’eredità dei miei nonni antifascisti che mai scesero a compromessodi fronte al braccio granitico della repressione, anche a costo di nascondersi, o a ridursi in ginocchio a pulire le scale di condomini signorili per poter nutrire mia madre e le sue sorelle.
I comandamenti in cui credo sono meno dei biblici dieci: solidarietà, accoglienza, giustizia, diritti. Strumenti di comprensione del mondo, e di amore per l’altro umano come me, pur se diverso e lontano. Nessun muro, filo spinato di separazione dove i mattoni portano nomi pesanti “credo”, “razza”, “nazionalità”. Nessun confine, e il senso di appartenenza legato a un mondo senza frontiera. Lo dovevo – e lo devo ancora – a chi ha combattuto, creduto e pagato per quel futuro non plasmato di razzismo, guerra, violenza, supremazia consegnato alla mia di generazione. Continua a leggere

Periferie, ideali e lotte

Riceviamo questo testo da Enrico Campofreda, giornalista e autore del libro Leggeri e pungenti – Storie, luoghi e volti di periferia, libro di racconti da poco uscito per Lorusso Editore, con le fotografie di Claudio Bassi. L’articolo è stato scritto in occasione di una presentazione presso il Csoa Corto Circuito di Roma, svolta insieme allo storico fotografo di movimento Tano D’Amico.

di Enrico Campofreda

9788894106961Con la categoria di Tano D’Amico, fotografo poi celebre e celebrato, noi della militanza estrema, ed estremista secondo il revisionismo allora corrente, avevamo un gioco di sguardi. Ci scrutavamo a distanza più o meno ravvicinata. Le sue pupille, parzialmente celate dalle lenti, cercavano il particolare o il tuttotondo su cui far scattare la lente preziosa dell’obiettivo. Quello con cui per anni, diventati decenni, ha descritto attraverso la luce ciò che faceva una collettività in cerca d’una nuova vita. Era il 1973 e noi, a tutela di noi stessi e di quel che facevamo, dovevamo evitare di mostrarci, dovevamo esserci e non essere visti. Tanto meno dai fotografi.
L’anno seguente la situazione precipitò, quando certe immagini scattate chissà da chi corredarono il dossier con cui due magistrati indagavano sulla “struttura paramilitare di un gruppo extraparlamentare” che andava per questo perseguito. Adrenalina e paranoia degli interessati crebbero a tal punto che fotografi amici, come Tano, e quelli appartenenti alle forze dell’ordine o coloro che collaboravano con esse infiltrandosi nei cortei, rischiavano le rabbiose reazioni di chi non voleva finire schedato, con tanto di immagini, poi riprese anche da un noto periodico italiano. Continua a leggere

[Laspro 39] Kill your sons: l’esperienza di Lou Reed con la psichiatria

di Alessio Carrotta (da Laspro 39, aprile/maggio 2017)

All your two-bit psychiatrists

A soli diciassette anni, il giovane Lewis Allan Reed viene sottoposto a tre sedute settimanali di elettroshock per approssimativamente due mesi. Nell’estate del 1959, ogni due giorni, viene avvolto strettamente in un lenzuolo e gli viene ficcato un pezzo di gomma fra i denti affinché la lingua non possa soffocarlo, viene deposto su un lettino rigido e senza che gli venga somministrato alcun tipo di anestetico, ma soltanto un calmante muscolare, dagli elettrodi fissati al suo cranio una scarica di elettricità ad alto voltaggio attraversa il suo cervello.
24 sessioni che avrebbero dovuto aiutare il futuro cantante dei Velvet Underground a essere meno ansioso, più integrato nella società e più ortodosso nelle sue preferenze sessuali. Dopo essersi diplomato al Freeport Junior High School, Lewis affronta infatti una depressione, soffre di cambi d’umore e manifesta tendenze omosessuali: sua sorella lo ricorda come un adolescente molto fragile, afflitto da attacchi di panico, che a sedici anni cominciò a sperimentare droghe e ad allontanarsi sempre più dei propri genitori, i quali «come agnelli condotti al macello – confusi, atterriti e condizionati a seguire l’opinione dei medici» come ha scritto Merrill Reed, sorella di Lou, accettarono il consiglio dello psichiatra che visitò l’adolescente Lou Reed e lo inviarono al Creedmoor State Psychiatric Hospital, nel Queens a New York, affinché venisse “curato” attraverso l’elettroshock.
Quale musicista, il suo personale racconto di tale esperienza si è condensato nella canzone Kill your sons, e Lou Reed ha costruito parte del suo stesso personaggio artistico a partire dal suo periodo a Creedmoor: un internamento da lui vissuto come vendetta contro la propria bisessualità più che come atroce tentativo di aiuto, una lunga serie di sedute dalle quali racconta tornasse sempre con una nuova personalità, che non sostituiva le precedenti ma vi si aggiungeva, e che minarono permanentemente la sua memoria a breve termine fino al punto di aver difficoltà a leggere, come descrive nello stesso brano. Continua a leggere

Il velo della discordia

di Patrizia Fiocchetti

Le immagini sanno emozionarti, coglierti di sorpresa, offenderti. Le immagini arrivano dritte a colpire un punto dolente dello spirito, andando a sollecitare moti che spesso lasciamo impigrire in qualche angolo di noi stessi. Le immagini, le foto parlano. Ma la loro lingua va poi decodificata, in qualche modo contestualizzata.

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Non ho potuto fare a meno di passare interi minuti ad osservare la fotografia scattata l’11 febbraio scorso a Teheran, dove sono ritratte alcune ministre svedesi in hijab (coperte sia il capo che le forme del corpo) sfilare, con una postura alcune quasi ripiegata su se stessa, di fronte ad un sorridente e, perché no, anche soddisfatto Hassan Rouhani, presidente di quel regime teocratico che dal 1979 stringe in una morsa l’Iran e il suo popolo.

Non mi soffermo sui sentimenti provati, ne citerò uno solo, la vergogna, per me rappresentativo in quanto donna che guarda altre del suo genere rinnegare se stesse nello spregio delle proprie sorelle. Continua a leggere

Di nausee, razzismi e paura: perché occorre agire

di Patrizia Fiocchetti

Cammino per le strade di questa città. E non ha importanza quale sia, potrebbe essere Roma dove vivo, Pordenone o Udine dove lavoro, o qualsiasi altra che mi capita di attraversare. E mentre ne solco gli spazi i miei sensi sono sempre all’erta a catturare gli stimoli, sguardi fugaci, saluti frettolosi, odori acri o gradevoli, scambi di battute e gesti.

keep fighting

Illustrazione di Lisa Lau

Mi è sempre piaciuto studiare gli altri, le donne e gli uomini nella loro quotidianità costituita da frammenti di stati d’animo e millimetriche espressioni. L’ho fatto fin da giovanissima, semplicemente perché l’essere umano per me ha sempre rappresentato la precipua forma vitale degna d’interesse, da cui imparare, da difendere e proteggere.

Tutte le scelte essenziali della mia vita sono state segnate da questa passione.
Ma ora avrei solo voglia di non sentire e non vedere. Oggi ho la nausea. Da giorni ormai ci convivo. Bloccata lì nello stomaco dove si è ricavata un rifugio, non si trasforma in liberatorio sfogo fisiologico.
Lo ammetto subito: non ho nulla di fisico, sono più di dieci anni che non vengo colpita da alcuna forma di virus influenzale. La radice del malore è chiara: si è sviluppato piano piano, sotto i colpi di un quotidiano e di un contesto politico che inesorabilmente è andato degenerando in modelli di disumanizzazione che non pensavo mai di poter conoscere.  Continua a leggere

[Laspro 38] La Storia che non vi hanno raccontato: Calibano e la strega.

Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria

di Agnese Trocchi in conversazione con Miriam Tola (da Laspro 38, marzo/aprile 2017)

passato-prossimo-federici-calibano-strega_7agosto_copiaIl senso della fine come orizzonte degli eventi ha sempre accompagnato ogni epoca storica, ma ci siamo mai soffermate a pensare alle apocalissi che ci sono già state? Alle “fini del mondo” che si sono abbattute su intere civiltà spazzate via dall’ingordigia dei coloni europei? O alla storia delle donne in Europa (e poi nel Nuovo Mondo) tra il XV e il XVII secolo durante la Caccia alle Streghe? Fu un’offensiva senza precedenti contro il genere femminile che segnò la sparizione di conoscenze, relazioni e visioni del mondo basate sulla condivisione e libere dai meccanicismi della produzione.
Di questa guerra taciuta contro le donne (perché la storia è narrata dai vincitori) e dei genocidi contro le popolazioni indigene delle terre colonizzate, parla la storica Silvia Federici nel suo libro Calibano e la Strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria (Mimesis 2015, 343 pagine 30 euro).

Calibano e la Strega, pubblicato nel 2004 a New York dalla piccola e battagliera casa editrice indipendente Autonomedia (quella che negli anni ’90 pubblicava T.A.Z. di Hakim Bey) è stato tradotto in italiano e pubblicato dalla casa editrice Mimesis nel 2015.
Undici anni perché questo saggio illuminante arrivasse anche qui in Italia: per quelle di noi che avevano già letto il libro in inglese rovistando nei magazzini di Autonomedia per scovarne nel 2007 l’ultima copia, vederlo ora circolare nella vecchia Europa in italiano è una gioia che non si può non condividere.

Calibano e la Strega è una ricostruzione storica, in chiave femminista marxista, del passaggio dal feudalesimo al capitalismo tra il XIV e il XVII secolo.

Un passaggio avvenuto a discapito di altri mondi possibili e il cui costo è stato pagato con il sangue, con la povertà e con la disperazione di milioni di donne e uomini in Europa e nel resto del pianeta. Continua a leggere