[Laspro 39] Kill your sons: l’esperienza di Lou Reed con la psichiatria

di Alessio Carrotta (da Laspro 39, aprile/maggio 2017)

All your two-bit psychiatrists

A soli diciassette anni, il giovane Lewis Allan Reed viene sottoposto a tre sedute settimanali di elettroshock per approssimativamente due mesi. Nell’estate del 1959, ogni due giorni, viene avvolto strettamente in un lenzuolo e gli viene ficcato un pezzo di gomma fra i denti affinché la lingua non possa soffocarlo, viene deposto su un lettino rigido e senza che gli venga somministrato alcun tipo di anestetico, ma soltanto un calmante muscolare, dagli elettrodi fissati al suo cranio una scarica di elettricità ad alto voltaggio attraversa il suo cervello.
24 sessioni che avrebbero dovuto aiutare il futuro cantante dei Velvet Underground a essere meno ansioso, più integrato nella società e più ortodosso nelle sue preferenze sessuali. Dopo essersi diplomato al Freeport Junior High School, Lewis affronta infatti una depressione, soffre di cambi d’umore e manifesta tendenze omosessuali: sua sorella lo ricorda come un adolescente molto fragile, afflitto da attacchi di panico, che a sedici anni cominciò a sperimentare droghe e ad allontanarsi sempre più dei propri genitori, i quali «come agnelli condotti al macello – confusi, atterriti e condizionati a seguire l’opinione dei medici» come ha scritto Merrill Reed, sorella di Lou, accettarono il consiglio dello psichiatra che visitò l’adolescente Lou Reed e lo inviarono al Creedmoor State Psychiatric Hospital, nel Queens a New York, affinché venisse “curato” attraverso l’elettroshock.
Quale musicista, il suo personale racconto di tale esperienza si è condensato nella canzone Kill your sons, e Lou Reed ha costruito parte del suo stesso personaggio artistico a partire dal suo periodo a Creedmoor: un internamento da lui vissuto come vendetta contro la propria bisessualità più che come atroce tentativo di aiuto, una lunga serie di sedute dalle quali racconta tornasse sempre con una nuova personalità, che non sostituiva le precedenti ma vi si aggiungeva, e che minarono permanentemente la sua memoria a breve termine fino al punto di aver difficoltà a leggere, come descrive nello stesso brano.


Molto inchiostro è stato versato sugli abusi subiti da Lou Reed da genitori conservatori e a tratti violenti, fermamente intenzionati a reprimere la sua omosessualità: «Conosco persone che idolatrano il proprio padre – non è il mio caso», dichiarò, e la morte di una personalità così pittoresca ha inevitabilmente scatenato una caccia al retroscena fra tutti gli eventi della sua esistenza. Anche sua sorella, a poche settimane dalla sua iscrizione postuma nella Rock and Roll Hall of Fame, pubblicò un saggio per smentire le voci che circolano sui loro genitori e contestualizzare la scelta di inviare a Creedmoor loro figlio.

Creedmoor treated me very good

Bud Powell

Al di là di quelle che potessero essere le posizioni personali dei membri della famiglia Reed in merito all’omosessualità, il dato cruciale è che l’omosessualità è stata rimossa dalla lista dei disordini mentali soltanto nel 1973 dall’American Psychiatric Association e che per decenni le persone omosessuali, o che semplicemente non si attenevano così strettamente all’etichetta eterosessuale, sono state sottoposte a trattamenti invasivi quando non nocivi in luoghi molto più simili a carceri che a luoghi di cura, sempre ammettendo l’ipotesi strampalata che i gusti sessuali debbano essere curati.
L’istituto nel quale venne sottoposto a elettroshock Lou Reed venne aperto nel 1912 come colonia per il vicino Brooklyn State Hospital ed era inizialmente stato pensato per ospitare un massimo di 32 pazienti, tendenzialmente giovani; attorno alla metà degli anni ’50 tuttavia centinaia di minorenni erano stati spediti al centro per i motivi più disparati – autismo, depressione, comportamenti omosessuali, fobie sociali o anche solo difficoltà a integrarsi fra i coetanei potevano essere un motivo sufficiente per essere internati e sottoposti a forti scariche elettriche – e con il tempo dei semplici comportamenti erratici e un carattere eccessivamente scontroso garantirono l’accesso a Creedmoor a un ampio spettro di persone come ad esempio, per citare un musicista fra i vari artisti passati per l’istituto, il pianista jazz Bud Powell, cui inflissero un anno di elettroshock principalmente sulla base di comportamenti instabili e scontrosità.
Il dottor Irwin Mendelsohn, giunto a Creedmoor l’anno successivo al ricovero di Lou Reed, raccontò come il centro fosse «prevalentemente usato per trattare le persone considerate in serio rischio di suicidio«. Ai pazienti veniva dato «per lo più del rilassante muscolare per prevenire fratture. Penso che la persona fosse abbastanza cosciente di cosa stesse accadendo (…). Molto di tutto ciò non era proprio trattamento; immagazzinamento è il termine che viene alla mente. (…) Molte di quelle persone erano molto malate, paranoidi, depresse, e non c’era molto che potesse esser fatto. (…) Non erano candidate per la psicoterapia, per la maggior parte, e venivano abbandonati dalle famiglie».
Nel 1974 lo stato di New York fu costretto a intervenire e ordinò un’inchiesta per i 22 assalti, 130 furti, sei suicidi e una rivolta che a Creedmoor avevano avuto luogo in soli venti mesi; tuttavia se ancora un decennio dopo il New York Times pubblicava un articolo intitolato Fear and Brutality in Creedmoor, è plausibile pensare che gli abusi continuarono per lungo tempo.

They’d let you live at home

Confermare o smentire una leggenda, una voce o un mito non è semplice e forse non è neanche necessario: non è dato sapere se sia vero che Lou volesse fare l’attore, ma che le difficoltà a memorizzare testi dopo l’elettroshock lo spinsero a scrivere brevi monologhi in musica. Non si può dire se i Velvet avrebbero percorso la stessa traiettoria o se la loro musica avrebbe toccato le stesse note. Quel che è certo è che il fraseggio spezzato, quasi esitante, di Lou Reed è una delle firme più riconoscibili della sua musica e dei suoi testi: quello che i critici musicali dall’eloquio più forbito definirebbero un “riuscitissimo incrocio fra singing e talking“, quello stile nel quale numerosi appassionati riconoscono l’origine di successivi generi musicali e che forse altro non è che un’affascinante e ipnotica cicatrice.

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