[Dizionario autocritico della militanza] U – Unità

Pubblichiamo, lettera dopo lettera, il Dizionario autocritico della militanza, uscito su Laspro numero 32 (aprile/maggio 2015). Qui l’introduzione. Se vi ci riconoscete, lo contestate, se volete proporre o scrivere altre voci del Dizionario, commentate o scrivete a lasprorivistaletteraria@gmail.com

U – UNITÀ

unità«A’ compa’, qua le contraddizioni del capitale stanno a usci’ fuori e il sistema sta a implode dall’interno. Noi come classe dovemo agi’ pe’ rende sempre più evidente la nostra azione de contrasto sui posti di lavoro, tra i disoccupati, dentro ai quartieri. Ma pe’ fa’ questo ce vole unità. La classe deve da esse unita, ora che la bestia del capitale sta a soffri’ e se contorce e proprio per questo se fa sempre più feroce è n’attimo che le forze della repressione ce disperdeno. Quando attaccano uno è come se attaccano tutti. Per questo alla manifestazione nazionale faremo lo spezzone dei Comitati Unitari Autonomi Popolari. Dovemo pija’ la testa del corteo. Dovemo da esse uniti. E se qualcuno se mette in mezzo, specialmente de quei stronzi dei Movimenti Territoriali di Base Autonomi, je dovemo mena’. Uniti».

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Scontri tra bande per una bicicletta rubata al Pigneto – 2° puntata

di Enrico Astolfi

Nella puntata precedente: Mamadou, lavoratore SDA proveniente dalla Guinea Conakry, si appresta ad andare al lavoro, ma scopre che la sua bicicletta, legata a un palo della luce sotto casa sua, in piazza Nuccitelli Persiani, al Pigneto, è stata rubata. Si mette alla sua ricerca.

Marius e il tricolore

Marius arrivò nei pressi del distretto sanitario Santa Caterina della Rosa a largo Preneste.
Osservò i murales sui muri dell’ospedale. Arricciò il naso.
Non li sopportava, non ne capiva il senso, l’utilità. Disegnacci, ecco cos’erano. Tutti uguali, abbozzi informi, scarabocchi privi di senso e, senza dubbio, quelli che aveva davanti erano tra i più brutti che avesse mai visto.

2 puntata per web 300

Illustrazione di Marta Bianchi

Mise le mani in tasca e, ingobbito, proseguì.
Arrivò a largo Preneste, una sorta di isolotto di cemento incastrato fra via Prenestina e via dell’Acqua Bullicante, una piazzetta tutta storta circondata da rotaie dei tram e asfalto. Qua e là qualche alberello triste immerso nello smog.
L’aria era calda, nel cielo azzurro erano conficcate un paio di nuvole. Un tranviere obeso ciondolò verso il gabbiotto dove sostavano alcuni colleghi, consegnò un foglio di carta e si mise a ciarlare.
Mario puntò un alimentari. Comperò un paio di Mignon di Vecchia Romagna. Continua a leggere

[Dizionario autocritico della militanza] Tutte e tutti

Pubblichiamo, lettera dopo lettera, il Dizionario autocritico della militanza, uscito su Laspro numero 32 (aprile/maggio 2015). Qui l’introduzione. Se vi ci riconoscete, lo contestate, se volete proporre o scrivere altre voci del Dizionario, commentate o scrivete a lasprorivistaletteraria@gmail.com

tuttT – TUTTE E TUTTI

«È stata proprio una bella serata. Grazie a tutt@».
«Pasqua’, non s’è capita la vocale finale».
«Era ‘na chiocciola».
«Sì ma quando parli mica te poi magna’ ‘na vocale perché t’immagini ‘na chiocciola».
«Ho capito. Grazie a tutt*».
«E mò che cazzo era?»
«L’asterisco, va di moda».
«Aho ma che sei imbecille?»
«Grazie a tuttx».
«Nun se capisce!»
«Era ‘na icse, è più alternativo».
«Pasqua’, me stai a pija pe’ culo, ve’?»
«Ma secondo te che cazzo devo fa’, ‘na formula matematica? Grazie a tutt@+*(x-y)=@*x».
«Pasqua’, tu stai esaurito. Ma che cazzo te costa di’ grazie a tutte e tutti? Stai a parla’ davanti alla gente, cristo».
«Se vabbe’, così ogni frase diventa un teorema, un maschile de là, un femminile de qua, pe’ fa’ un ringraziamento famo mattina».
«Te nun stai bene Pasqua’, hai rotto er cazzo pe’ mesi co’ sta storia de tutte e tutti e mò te stai a incarta’ de brutto. Mica è difficile, eh!»
«Aho ma mó m’avete rotto proprio li cojoni, tutti…e tutte!»
«Bravo Pasqua’, ce sei riuscito!».

[Laspro 33] Il doppio sparo dei Kina

Intervista a Gianpiero Capra e Stephania Giacobone, autori di Come macchine impazzite

di Luigi Lorusso

kina
Come macchine impazzite. Il doppio sparo dei Kina (Agenzia X edizioni 2014, 218 pagine, 15 euro) racconta una storia a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, che si dipana tra le montagne valdostane e gli squat berlinesi, attraverso la musica, le parole e i chilometri macinati sul furgone blu dei Kina, gruppo punk-hardcore attivo tra il 1982 e il 1997 (con concerti occasionali proseguiti fino al 2012). A raccontarla è Gianpiero Capra, bassista e autore dei testi delle canzoni, insieme con il batterista Sergio Milani, che unisce la precisione nell’evoluzione cronologica della storia del gruppo con la passione che traspare dalle parole che descrivono cos’erano il punk, la musica, gli squat in Europa come prefigurazione di un modo di vivere. I Kina nascono sostanzialmente da due ragazzi cui la vita asfittica di Aosta andava stretta, fino a diventare the best italian punk from Aosta (definizione per i loro concerti in Germania), finché Gianpiero, Sergio e Alberto Ventrella (per un certo periodo Stefano Giaccone, anche nei Franti, Marco Brunet e altri) si rendono conto che “la scena” e il movimento non ci sono più, restavano la musica e gli amici, che forse le vite di chi con quella musica non ha mai guadagnato andavano in altre direzioni, e decisero quindi che la storia dei Kina finiva lì.
Ma qualcosa rimaneva anche dopo che i Kina smettevano di fare dischi: in quella stessa città, forse solo un paese un po’ più grande degli altri, Aosta, dove “non c’è scampo”, anni dopo un’adolescente cerca una musica e un movimento che parlino a lei e di lei. Continua a leggere

[Dizionario autocritico della militanza] S – Sampietrino

Pubblichiamo, lettera dopo lettera, il Dizionario autocritico della militanza, uscito su Laspro numero 32 (aprile/maggio 2015). Qui l’introduzione. Se vi ci riconoscete, lo contestate, se volete proporre o scrivere altre voci del Dizionario, commentate o scrivete a lasprorivistaletteraria@gmail.com

sanpietrini1-2S – SAMPIETRINO

«Ammazza come pesa! Ma non ci sono quelli più piccoli…? Seee, e dovrei arrivare fino lì in fondo? Non ce la farò mai… Se va bene arrivo a tre metri da me… Forse è meglio se mi avvicino un po’… No, no. E se poi mi beccano? Mai sia… Guarda quello come lancia! Che stile… e che mira! Allora faccio come lui: rincorsa, slancio indietro quasi a toccare terra e via! Scattare come una molla… Vado! Allora… Uno, due, tre… eeeee LANCIO!
… … …
Ecco… Lo sapevo… Che figura di merda!».

[Laspro 34] Editoriale

laspro_34In distribuzione Laspro 34 di novembre/dicembre 2015. In questo numero: IL VENTO SCATENA LE ANTE Valerio Callieri – FATTI STRANI ALL’AREA CANI Luigi Lorusso – DALL’ALTO IN BASSO Giusi Palomba – NARRAZIONI Patrizia Fiocchetti – UNA SCELTA DI VITA Alessandro Bernardini – TRA DA VINCI E DAVID BOWIE Intervista a Lo Zoo di Berlino di Giusi Palomba. Questo è l’editoriale.

di Luca Palumbo

Sere d’autunno ascoltando chitarre distorte e vento impetuoso in un salotto che puzza di tabacco e umidità, aspettando che la vena creativa trovi il punto di contatto con le svariate realtà che abbiamo vissuto negli ultimi giorni. Per strada e tra la gente. Conflitti, resistenze, occupazioni, sgomberi, migrazioni, razzismi, fascismi, sionismi, antagonismi, precarietà, street art e monnezza, piani quinquennali e contraddizioni, sbronze e rivoluzioni. Ma anche folletti alieni, zinne, fatti strani all’area cani, tossici, spade, sorci schifati, piastrellisti narranti e investigatori depressi con la cacarella fulminante.
Tutto diventa narrazione quando il vento entra in casa e scatena le ante, chiamando personaggi all’azione. Allora bisogna seguirlo il vento (e pure le chitarre distorte), bisogna raccontare. L’importante è che non si tratti di narrazioni tossiche. Raccontare storie. Non tossiche. Inventare, non falsificare. Proporre rielaborazioni della realtà, magari distopiche, non vendere alterazioni della stessa. Ecco il punto.

Illustrazione di Lisa Lau

Illustrazione di Lisa Lau

«Soldati israeliani rispondono ad attacchi palestinesi – nuove tensioni nel conflitto in Medio Oriente» è l’interminabile incipit di una storia travisata, un’infinita narrazione tossica, appunto. Per esempio. «Ankara: la mano dell’Is dietro la strage» è il prologo di un romanzo che sa già di direzione a senso unico, scollegato con la realtà. «Però Marino era meno peggio dell’artri sinneci, annava ‘n bicicletta e sposava li froci» è una barzelletta mal riuscita, manco una novella ironica con sfumature fantasy. «Erri De Luca assolto, viviamo ancora in un paese libero e civile», più che tossica questa è una narrazione imbottita di radiazioni, che genera mostri.
Migliaia di spunti per racconti storpiati e narcotizzati. Tutti i giorni. Trascorriamo una vita a raccontarci boiate per sentirci al riparo da destabilizzanti sorprese, serenamente irremovibili in un contesto schizofrenico, per continuare a giustificare il torto, quello che da sempre ci illude di vivere un’esistenza più appagante e meno responsabile possibile. Allora non finiamo mai di annoiarci a scrivere e leggere distorsioni della realtà, dando al termine fantasia un significato inquietante: inquinare quello che veramente accade. È l’illusione di sentirsi rassicurati l’elemento narrativo che conta, quello che ci accompagna nella dolce inettitudine. Ci raccontiamo assurdità a vicenda per paura di affrontare il vero. Lo prendiamo, il vero, tremanti, e lo maltrattiamo, consapevolmente. Lo disintegriamo all’interno di racconti avvelenati, muovendo personaggi come burattini. Il vero non è come l’illusione di credersi rassicurati (dalle Forze del Bene e dai suoi supereroi). No. Perché il vero fa vacillare. A questo punto raccontare storie diventa un pericolo. Nuoce gravemente alla salute.
Per fortuna lo scenario non è così monotono. Non scriviamo tutti le stesse storie. C’è una lunga lista di autori e autrici che raccontano per resistere e combattere le mitragliate di narrazioni tossiche e il mostruoso senso che ne viene fuori. La fantasia diviene uno strumento della realtà. Si crea, si rielabora, si amplifica, si impasta, si disegnano utopie, si tratteggiano distopie, ma l’elemento base è sempre quello: il vero. La realtà da cui mai scollegarsi. Quello che c’è veramente dietro a ogni cosa.
Raccontare storie, come si fa in una rivista letteraria. Noi ci proviamo. Proviamo soprattutto a non avvelenare la realtà. E chi ci legge.