Scontri tra bande per una bicicletta rubata al Pigneto – 2° puntata

di Enrico Astolfi

Nella puntata precedente: Mamadou, lavoratore SDA proveniente dalla Guinea Conakry, si appresta ad andare al lavoro, ma scopre che la sua bicicletta, legata a un palo della luce sotto casa sua, in piazza Nuccitelli Persiani, al Pigneto, è stata rubata. Si mette alla sua ricerca.

Marius e il tricolore

Marius arrivò nei pressi del distretto sanitario Santa Caterina della Rosa a largo Preneste.
Osservò i murales sui muri dell’ospedale. Arricciò il naso.
Non li sopportava, non ne capiva il senso, l’utilità. Disegnacci, ecco cos’erano. Tutti uguali, abbozzi informi, scarabocchi privi di senso e, senza dubbio, quelli che aveva davanti erano tra i più brutti che avesse mai visto.

2 puntata per web 300

Illustrazione di Marta Bianchi

Mise le mani in tasca e, ingobbito, proseguì.
Arrivò a largo Preneste, una sorta di isolotto di cemento incastrato fra via Prenestina e via dell’Acqua Bullicante, una piazzetta tutta storta circondata da rotaie dei tram e asfalto. Qua e là qualche alberello triste immerso nello smog.
L’aria era calda, nel cielo azzurro erano conficcate un paio di nuvole. Un tranviere obeso ciondolò verso il gabbiotto dove sostavano alcuni colleghi, consegnò un foglio di carta e si mise a ciarlare.
Mario puntò un alimentari. Comperò un paio di Mignon di Vecchia Romagna.
Si sedette su di una panchina proprio davanti al negozio. Alzò la testa. All’ultimo piano di un enorme palazzone, attaccata alla ringhiera di un balcone c’era una bandiera italiana. Scolò i due cordiali uno dopo l’altro, in un sol sorso.
Un tipo arrivò a bordo di una bicicletta, aveva jeans e una maglietta con il cappuccio tirato all’insù.
Appoggiò la bici a un palo ed entrò nell’alimentari.
«Voila» disse Marius terminando la seconda golata d’alcool.
Fece una sorta d’inchino in avanti poi di scatto si alzò e inarcandosi all’indietro fece il gesto dell’ombrello al rinsecchito tricolore che sventolava in cima al vecchio condominio che s’affacciava sulla piazza.
Mentre agitava le mani dall’alto verso il basso sentì prima una fitta alla testa, poi un prurito agli occhi, infine il respiro si fece più pesante.
Dal nulla scoppiò a piangere.
Sentì le budella contorcersi.
Respirò, cercò di simulare quell’aria disinteressata che assumeva quando era in difficoltà.
Non ci riuscì.
Era solo. Da solo con l’errore che aveva appena commesso. Estrasse dalla tasca l’anello.
Lo fissò e si sforzò di sorridere.
Lo rimise al sicuro questa volta nel taschino della giacca.
Si asciugò la faccia con un fazzoletto.
Aveva l’ossatura del mento triangolare, la bocca carnosa e delle spesse sopracciglia che gli conferivano un che di satanico.
Ma perché doveva andare tutto male? si chiese.
Non era ancora detta l’ultima parola, poteva venirne fuori. Uscirne sano e salvo, rimettere le cose al loro posto.
Prossima stazione Messico, Acapulco, Baya verde, sole, mare e vaffanculo a Roma, a Porta Portese la domenica, alla Casilina sempre intasata, agli alimentari gestiti da bengalesi e al loro sorriso falso, alle grigliate al parco degli Acquedotti, a tutto quell’entusiasmo per una giornata di sole e salsicce, quasi fosse un miracolo passare del tempo in mezzo alla natura, pensò.
S’incamminò verso il ristorante del Capoccione.
Lo stavano aspettando.
Inchiodò i piedi al suolo, girò la testa verso la bicicletta che ancora era appoggiata al palo.
Pensò che in bici sarebbe arrivato prima.
Si avvicinò, sbirciò dentro all’alimentari, il tipo tutto incappucciato stava farneticando qualcosa al padrone dell’esercizio che lo fissava immobile mentre si scaccolava beato.
Marius saltà in sella alla bici e, come un fulmine, uscì di scena.

Solo un miracolo…

«Qui, ormai, ce stanno a mette’ a giro tutti. A volte mi sembra che solo un miracolo può salvare questa città» disse il Capoccione mentre fumava un sigaro.
Il Capoccione aveva la fronte larga, il naso aquilino, le orecchie a punta appiccicate al suo enorme cranio, gli occhi sottili, le ciglia folte. Un mix inebriante di dettagli disarmonici e improbabili.

(il Capoccione viene dal romanzo Casilina. Ultima fermata di Enrico Astolfi, Ponte Sisto edizioni, 2013)
Sputò il fumo verso il soffitto, contorse il viso come se stesse facendo uno sforzo immane.
In quel periodo appariva stressato: occhi rossi, i capelli spettinati, la faccia dilatata con due guance piene e sode mentre, sotto al labbro, appisolato solo soletto un principio di herpes.
«Io ai miracoli non ci credo, ognuno ha quello che merita» rispose Ares X il gorilla che il Capoccione assoldava quando apriva il ristorante al sano e stimolante rito del poker.
«Che vorresti dire? Che se sto con le pezze al culo è colpa mia?»
«No, certo» Ares sorrise imbarazzato.
«Però l’hai detto».
«In generale. Non intendevo te».
«Io non rientro nel generale? Sono un caso patologico?»
«No, semplicemente parlavo di Roma». Il gorilla si grattò il palmo della mano. Era nervoso. Aggiunse: «E non credo in nessun miracolo».
«Allora adesso il soggetto è Roma, non si parla più in generale. Hai fatto presto a cambiare idea. Ti stai grattando le mani, ti agito?».
«No, per niente».
«Allora perché ti gratti?»
«Non è vero» disse nascondendo le mani dietro la schiena.
«E io che ti pago anche. Sei un bamboccio».
«Non esagerare».
«Altrimenti?» il Capoccione, gli si avvicinò e gli si parò davanti al grugno.
Rino Vettore, da tutti conosciuto come Ares X, dio della guerra, sterminatore di Roma Est, era un tipo mastodontico, fronte quadrata, la mascella a ferro da stiro, due spalle da rugbista. Ammiccò e fece due passi indietro. Il boss lo seguì tenendosi talmente eretto da sembrare della sua stessa complessità fisica.
«Altrimenti?» tuonò nuovamente.
Ares X assaporò a piene narici l’odore di alcool misto tabacco che il Capoccione aveva sempre addosso. Trovò la chiave di svolta, la strategia giusta e, cercando di mantenere un’aria degna, chiese: «Ti porto qualcosa da bere?».
«Ci penso da me, nun te preoccupa’».

Il Capoccione uscì vittorioso dall’ufficio.
Ares X fece finta di guardare il cellulare poi, appena il boss scomparve, si avvicinò a un tavolo tondo coperto da un panno verde e piazzò una cimice sotto alla base.
«Me la pagherai un giorno» bofonchiò soddisfatto.
Aveva sopportato, per l’ennesima volta, la sua l’arroganza. Aveva subito in silenzio, mostrando il lato debole, abbassando la guardia, concedendo all’avversario un facile bersaglio. Era il suo piano: non doveva reagire.
L’occasione per svoltare sarebbe arrivata. Questione di tempo e di volontà.
Dipendeva solo da lui. Determinazione e azione, altroché la storiella del miracolo.
Lui era tosto, un predatore, una belva affamata che ti si avventa contro quando meno te lo aspetti. E la sua preda era l’umanità intera, Ares X era in guerra contro tutti. Nessuno escluso.
Credevano che avrebbe fatto il buttafuori a vita? Che avrebbe continuato a prendere a pizze in faccia quei rutti umani, quei fattoni schifosi che ogni notte gli alitavano in faccia le loro frustrazioni, i loro fallimenti. Erano convinti che sarebbe rimasto in un angolino a guardare mentre si arricchivano alle sue spalle? Col cazzo.
Li avrebbe fregati di brutto. Allocchi presuntuosi.
Il primo sarebbe stato il Capoccione, se lo meritava. Doveva scomparire.
Riguardò il santuario del gioco d’azzardo, lì sotto c’era la cimice, li avrebbe spiati, ascoltati, si sarebbe concentrato sui dettagli delle conversazioni e poi? Qualcosa l’avrebbe inventato. Sicuro.
Doveva solo acquattarsi all’ombra del suo ruolo, a petto in fuori, concedendo falsi sorrisi e tergiversare.
Respirò una folata di gloria, si grattò la mano.
Il Capoccione aveva un ristorante. Da anni gli serviva per coprire i suoi traffici e tutto era sempre filato liscio. Qualche problemino qua e là, intoppi da poco. Ultimamente, invece, la situazione era precipitata.
La camorra, la ‘ndrangheta, avevano acquistato importanti immobili a Roma. Avevano messo in piedi società operanti nei settori immobiliare, edilizio, alberghiero, della ristorazione, del commercio di autovetture, della gestione patrimoniale e finanziaria, del gioco e delle scommesse, della gestione di scuderie di cavalli da corsa.
Un giro d’affari importante e il Capoccione ne era rimasto fuori. Non aveva intascato neppure un misero euro.
E non solo bruciava, ma lo preoccupava. Si sentiva abbandonato, isolato, confinato in in quel lembo di città, il Pigneto, su cui la mafia aveva iniziato a mettere mani.
Camorra e ‘ndrangheta, mica i boysocuot della Val di Susa, avevano alberghi come il Bella ‘Mbriana, una regale struttura turistico-ricettiva in zona Aurelia, un mostro a 4 stelle su sei piani. 90 camere e suite, 5 sale meeting, un grande garage privato, due ristoranti, uno interno e uno esterno a bordo piscina. Un giorno, per curiosità, era andato a vederlo, s’era fermato davanti a quell’immensità, a quella ricchezza che toccava il cielo e si scioglieva in un sogno. Ne voleva uno così anche lui.
Il Capoccione, il più che superbo, l’ottavo Re di Roma.
Invece? Nulla. Se ne stava all’ingrasso nel suo localetto, lontano anni luce dagli affari che contano, dai soldi veri. Investimenti, riciclaggio, ristoranti quotidianamente frequentati da alte cariche dello Stato e da persone del mondo dello spettacolo, donne con il culo marmoreo, rispetto.
Il problema vero, il reale dramma personale, il dolore più acuto, era che non poteva neppure denominarli nemici. Infatti avevano agito nella totale libertà, tranquilli, collusi con il potere, a volte protetti dalla polizia, e non c’era stata nessuna guerra, niente di niente.
S’erano presi tutto e ora mangiavano dal suo piatto. Qualcosa doveva farla, così aveva iniziato ad invitare qualche malavitoso per una partitina a poker. Non potendo indossare l’armatura e sfidarli s’era ridotto a prostrarsi, era il loro amicone sorridente.
Ora stava aspettando Gegio, un bossetto di Secondigliano, il calabrese, così chiamato per sottolineare le sue origini e Marius il rumeno, quest’ultimo aveva implorato di partecipare visto che nelle ultime partite aveva perso un bel po’ di soldi e aveva chiesto di potersi rifare in un ultimo giro.
Il Capoccione scrollò le spalle e guardò il pianoforte ubicato in sala. Era pronto per essere accarezzato dalle sue mani. Lo stava chiamando.
«Perché no?» sibilò nell’aria.
Si accomodò sul sedile e iniziò a riscaldare le dita.
Un uomo essenzialmente poco piacevole che si lasciava andare in qualcosa di assolutamente ammaliante.
Suonò.
Poi si fermò e si dedicò Tanti auguri a te.
Era il suo compleanno. Nessuno se ne era ricordato. Neanche una telefonata. Un sms, silenzio assoluto. Certo il Capoccione non era il tipo che andava a sventolare ai quattro venti i fatti suoi, anzi. Di lui si sapeva ben poco, quale fosse il suo vero nome, quanti anni avesse, da dove provenisse. Non era romano, questo era certo. Parlava un perfetto italiano anche se, a volte, incespicava in una strana inflessione meridionale. Da poco era venuta a vivere nella capitale sua sorella, ogni tanto aveva lavorato nel locale, poi era scomparsa. Lui non aveva commentato e nessuno aveva chiesto nulla.
Bussarono alla porta del locale. Il boss andò ad aprire.
Marius fece un sorriso: «Ciao boss, posso mettere dentro la bici?».
«Dove l’hai rubata?»
«No, che rubata. È un affare, l’ho presa da un amico. Ti piace, la vuoi?»
Il Capoccione non rispose, si girò e s’incamminò verso il centro della sala.
Marius entrò, sistemò la bici vicino all’entrata. Richiuse la porta.
Il boss si fermò e sentenziò: «Guarda che se è rubata e mi fai avere dei problemi oggi finisce male».
«Ma che, è tutto tranquillo».
Il boss non aggiunse altro, si fidò, forse non aveva voglia di discutere di una bicicletta.
Fece male perché da lì a poco, per causa di quella due ruote rossa, sarebbe successo un inferno. Una guerra.

2 – continua

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