[Laspro 33] Il doppio sparo dei Kina

Intervista a Gianpiero Capra e Stephania Giacobone, autori di Come macchine impazzite

di Luigi Lorusso

kina
Come macchine impazzite. Il doppio sparo dei Kina (Agenzia X edizioni 2014, 218 pagine, 15 euro) racconta una storia a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, che si dipana tra le montagne valdostane e gli squat berlinesi, attraverso la musica, le parole e i chilometri macinati sul furgone blu dei Kina, gruppo punk-hardcore attivo tra il 1982 e il 1997 (con concerti occasionali proseguiti fino al 2012). A raccontarla è Gianpiero Capra, bassista e autore dei testi delle canzoni, insieme con il batterista Sergio Milani, che unisce la precisione nell’evoluzione cronologica della storia del gruppo con la passione che traspare dalle parole che descrivono cos’erano il punk, la musica, gli squat in Europa come prefigurazione di un modo di vivere. I Kina nascono sostanzialmente da due ragazzi cui la vita asfittica di Aosta andava stretta, fino a diventare the best italian punk from Aosta (definizione per i loro concerti in Germania), finché Gianpiero, Sergio e Alberto Ventrella (per un certo periodo Stefano Giaccone, anche nei Franti, Marco Brunet e altri) si rendono conto che “la scena” e il movimento non ci sono più, restavano la musica e gli amici, che forse le vite di chi con quella musica non ha mai guadagnato andavano in altre direzioni, e decisero quindi che la storia dei Kina finiva lì.
Ma qualcosa rimaneva anche dopo che i Kina smettevano di fare dischi: in quella stessa città, forse solo un paese un po’ più grande degli altri, Aosta, dove “non c’è scampo”, anni dopo un’adolescente cerca una musica e un movimento che parlino a lei e di lei.

Li ritrova in un percorso a ritroso, a partire da un manifestino strappato di anni prima, quello dello sgombero dell’occupazione del Piloto Io, tentativo di centro sociale aostano del 1992. Stephania Giacobone da Courmayeur, nata nel 1987, racconta come quella musica l’abbia accompagnata, dalle montagne fino all’esperienza dell’occupazione torinese della Verdi 15 del 2012.
I capitoli di Gianpiero e Stephania si alternano, a descrivere che i Kina non sono stati la rock band inarrivabile, ma che la loro storia è stata anche quella di chi li ha seguiti, dagli anni ’80 a oggi.
Queste sono le interviste a Gianpiero, oggi stimato osteopata e fisioterapista, e Stephania, che oltre di scrittura si occupa di cani, gestendo un centro cinofilo vicino Aosta.

Gianpiero, la quarta di copertina dice che «Gianpiero Capra questa storia è la prima volta che la racconta così bene». In quale altra occasione l’avevi raccontata?
«C’era già stata un’intervista mia su un altro libro uscito per Agenzia X, Lumi di punk, in cui avevamo già raccontato delle cose in 5-6 pagine, poi avevo fatto la postfazione sul libro American Hardcore uscito per la Shake nel 2005, in cui ci sono alcune delle cose presenti nel nostro libro, ma solo relative alla parte iniziale perché il libro fa riferimento agli anni ’82-’86, quindi l’intero percorso della storia del gruppo è la prima volta che viene fuori».


Nel libro dici che la musica era quasi un pretesto, che l’importante era sentirvi parte di un movimento, di una scena. L’impressione è che, col venir meno di una scena punk anche politicamente attiva, la musica abbia guadagnato importanza, è così?
«È così, anche se di fatto io personalmente non sono mai stato né diventato un musicista, sono sempre stato uno che suonava i pezzi dei Kina, i musicisti veri sono un’altra cosa, sono quelli che possono suonare in qualsiasi gruppo, per qualunque genere, ad esempio Marco Brunet che ha suonato la chitarra con noi, lui era musicista, ha suonato in altri gruppi e altri generi prima e dopo i Kina. Per quanto riguarda me, prima la musica era davvero un pretesto, poi man mano è diventato più importante che i pezzi esprimessero un po’ di più, e che ci fossero cose nuove musicalmente rispetto all’inizio».
Mi ha stupito molto vedere che i tuoi ascolti iniziali fossero il progressive, i Pink Floyd…
«Eh ma io ho anche una certa età, quando avevo 16 anni quello c’era! In realtà, se fossi cresciuto altrove probabilmente sarei venuto a contatto con altre realtà culturali, diverse… ad esempio, ho letto questo romanzo uscito sempre per Agenzia X, La fidanzata di Godzilla, che è scritto da Paola Agostoni che ha solo due anni più di me ma era in contatto con tante altre realtà che io a quei tempi non conoscevo minimamente, perché lei era a Milano. Stando in provincia, per me ogni cosa che arrivava era interessante».
Infatti un altro aspetto che emerge nel libro è la vostra origine “montagnina”, come ispirasse curiosità e come vi abbia influenzato.
«Più che quella montagnina direi in generale l’origine provinciale, certo poi la montagna è la provincia della provincia».
I Kina si differenziavano dalla maggior parte dei gruppi punk anche per la qualità dei testi, che non erano né quelli “da autonomi”, alla combat rock, né quelli “da anarchici” alla fuck the system, ma esprimevano una poetica semplice e allo stesso tempo ricercata. Come nascevano i vostri testi?
«Sui testi non c’è mai stato un progetto, semplicemente esprimevamo quello che ci sentivamo di esprimere. Li abbiamo scritti tutti io e Sergio e non ci siamo mai né messi d’accordo né confrontati sui testi, semplicemente ci veniva di scrivere qualcosa, li portavamo alle prove scritti a mano su dei fogli di carta e vedevamo su quale pezzo potevano stare su. Non siamo mai stati non solo dei musicisti, ma nemmeno dei tecnici. Probabilmente nei gruppi c’è un processo per cui c’è un metodo per scrivere i testi, abbinarli alla musica… noi eravamo veramente nello spontaneismo più totale, facevamo quello che ci veniva di fare, di suonare».


Come avete accolto la proposta di un libro che parlasse dei Kina ma anche della storia di una persona che ascoltava la vostra musica quando già i Kina non c’erano più?
«L’idea del libro è stata sostanzialmente di Stephania, è lei che ha proposto a Philopat (Marco Philopat, editore di Agenzia X e lui stesso protagonista della scena punk anni ’80 a Milano, ndr) un libro sui Kina, un paio d’anni prima dell’uscita effettiva del libro. Quando, dopo una serie di mail tra me, lei, Sergio e Philopat abbiamo deciso di concretizzare la cosa abbiamo deciso per le due storie parallele, di due persone, me e lei, in cui c’è una differenza di tanti anni di vita, con delle cose in comune, a partire da Aosta, dalla provincia, dall’insoddisfazione per dove vivi, voler fare altre cose, vedere altre persone, avere una curiosità per il mondo al di là della valle e raccontare cosa succede quando hai quella curiosità a partire da quel posto lì, negli anni ’80 o negli anni 2000. Io avevo scritto una parte di queste cose, uscite prima come dicevo, ma tutto il resto non c’era, per cui sono andato avanti a scrivere il resto della storia mentre lei scriveva la sua e man mano che scrivevamo ce le scambiavamo, quindi ci influenzavamo reciprocamente. Tutto questo mentre Philopat seguiva il lavoro per cui è stato un po’ il terzo autore nell’ombra, che ci dava dei suggerimenti fantastici su come sviluppare alcune parti. È stato un lavoro svolto in parallelo che ha descritto vite in parallelo, con obiettivi molto diversi però, perché io non sono e non sarò mai uno scrittore, questo è il mio primo e unico libro, perché avevo questa storia da raccontare e basta. Stephania invece ha una formazione specifica per la scrittura ed è quello che fa e che vuole fare. È stato quindi un incontro tra un vecchio punk dilettante e una giovane scrittrice in erba, molto più seria di me in questo campo».
Una domanda da fan: farete di nuovo dei concerti insieme? Ho visto che in occasione delle presentazioni avete fatto una serie di set acustici con Sergio…
«In realtà non si è trattato di una serie ma di un paio di episodi sporadici, uno ad Aosta, che era praticamente sotto casa, l’altro a Milano, ma non penso che ne faremo altri perché effettivamente nelle nostre vite facciamo ormai completamente altre cose, io faccio le presentazioni approfittando delle mie trasferte di lavoro, gli altri non hanno né il tempo né la voglia di fare centinaia di chilometri. Abbiamo delle vite troppo lontane dai noi stessi di allora, Sergio ha delle bambine piccole… non siamo mai stati dei professionisti allora, non lo saremo certo adesso!».

Stephania, nel libro oltre alla storia dei Kina c’è anche molta della tua storia, in alcuni casi anche molto dolorosa e personale. Era tua intenzione sin dall’inizio raccontarla o questa scelta è venuta nel corso della realizzazione del libro?
«Io sentivo l’urgenza di raccontare la storia dei Kina, quindi pensavo di tenerlo molto puntato su di loro e scrivere un ‘a cura di’, intervistarli, raccontare degli aneddoti, tenendomi fuori dalla storia, poi Philopat ha capito che non era una struttura vincente, biografie di cantanti e di gruppi ce ne sono a bizzeffe e spesso non funzionano, doveva essere qualcosa di diverso, non la biografia da rockstar, i Kina sono entrati nelle nostre vite e io ho descritto in che modo sono entrati nella mia».
Parlando di un gruppo che ha caratterizzato gli anni ’80 e parte dei ’90, non ti sei sentita un po’ nostalgica di anni che non avevi vissuto?
«È legittimo chiedersi come una nata nell’87 abbia potuto scrivere di un gruppo che ha iniziato a suonare nell’82. Io mi sentivo molto vicino a loro perché ad Aosta e in generale in Italia, quando ero adolescente e potevo sentire la musica che magari producevano i miei coetanei, non mi sentivo di appartenere a quello che stava uscendo, e andavo a cercarmi quello di una volta perché ad Aosta non c’era più un movimento che invece era quello che io cercavo. L’interesse per i Kina è nato infatti forse più a livello sociale, perché cercavo un movimento di opposizione alla politica di Aosta, di militanza, quindi è stato attraverso la ricerca di questo movimento che quando io ero adolescente non c’era più che ho scoperto il Piloto Io e da qui i Kina. Mi servivano, mi serviva la musica di quel periodo, quella che c’ero quando ero adolescente non c’entrava molto con i miei bisogni».

Il punk dei Kina è tra l’altro un punk politico molto lontano sia dallo stereotipo del punk dell’autodistruzione sia da quello esclusivamente “militant”…
«Sì infatti quello che ho apprezzato nella loro musica è che si teneva una linea, possiamo dire straight edge, non trucida, che univa l’esperienza militante a quella poetica, io cercavo tutte queste caratteristiche».
Parlando di scrittura, dato che Laspro si definisce una rivista di letteratura sociale, credi che la letteratura, la scrittura, la narrativa, possano avere una funzione sociale, militante?
«Credo che quando non è sociale la scrittura perde parte del suo seme, per me la scrittura è rivolta, perciò anche in questo libro ho cercato di dare un’impronta sociale, di dare, specialmente nel capitolo sulla Verdi 15 occupata, una motivazione di militanza. Secondo me la narrativa è uno strumento molto forte per raccontare queste esperienze, forse solo il video è un po’ più diretto, ma anche se non dà immagini cinematografiche dirette, attraverso la scrittura si riesce a trasmettere la forza di un movimento, di quello che può creare un gruppo di persone insieme, quindi assolutamente sì, quando non trovo anche nelle mie letture questo fondamento sociale, di militanza, rimango un po’ a bocca asciutta».

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