[Laspro 39] A sostegno di Pagine contro la tortura – Editoriale

È uscito il numero 39 di Laspro (marzo / aprile 2017), in distribuzione nei consueti spazi e su abbonamento (leggi qui per sapere come abbonarsi e sostenere la rivista con 10 euro l’anno). È un numero speciale, a sostegno della campagna Pagine contro la tortura – circa il divieto di ricevere libri e stampe nelle sezioni carcerarie 41bis. Abbiamo voluto raccontare il carcere, le istituzioni totali e anche l’esperienza della lettura e della letteratura in relazione ad essi.
Nel numero, ci sono articoli e racconti di chi il carcere l’ha vissuto e raccontato, come anche l’esperienza manicomiale, e articoli volutamente senza firma o firmati con uno pseudonimo, a indicare una condizione comune.
Il numero è speciale anche perché, per la prima volta, Laspro esce in 12 pagine, proprio per non perdere la ricchezza di contributi giunti in redazione. Un numero che quindi ha richiesto uno sforzo economico che vi chiediamo di sostenere, con l’abbonamento alla rivista e/o partecipando alle prossime iniziative di presentazione e sottoscrizione.
La prima: domenica 2 aprile alle 18.30 nella Sala da Thè del Csoa Forte Prenestino (l’illustrazione della locandina e della prima pagina è di Claudia Romagnoli).locandina ForteP marzo17
Nel numero: articoli e racconti di Silvia Baraldini, Alessio Carrotta, Alessandro Pera, Marco Philopat, Salvatore Ricciardi, Agnese Trocchi e della redazione di Laspro e illustrazioni di Valerio Bindi, Claudia Romagnoli e Alvise Rossi.  
Qui l’editoriale.

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di Luigi Lorusso

La Nasa ha annunciato la scoperta di un intero sistema solare con tre pianeti considerati abitabili, non troppo lontano da qui: a 39 anni luce. Dicono che il contatto con altre specie viventi extraterrestri non è più questione di se, ma di quando.
E tanti stanno già cominciando a viaggiare, verso un altro mondo, non possibile ma reale. Anzi, tre.

È anche questo che facciamo quando leggiamo storie. La parola evasione associata alla letteratura è spesso considerata sinonimo di bassa qualità. Ma il godimento della lettura è quello di lasciarci trasportare in altri mondi che non conosceremo mai. Evadere, appunto.

Mi guardo alla mia sinistra, verso la mia libreria: Conrad, Tolstoj, Omero, Le Guin, Hemingway. Mi bastano loro per aver viaggiato più di quanto potrei fare in tutta la mia vita. La creazione di mondi è la magia che si ripete ogni volta che uno scrittore gira inquieto per casa, sgranocchiando biscotti e affacciandosi al balcone per lasciarsi ispirare da ciò che vede in strada.
Evade dalla sua realtà il personaggio di Pirandello in Rimedio: la geografia, la casa riempita dalla malattia di sua madre, le parole di sua moglie e intanto, il pensiero ai fiumi della Lapponia.
Evade Darrell Standing, il prigioniero nel braccio della morte di Il vagabondo delle stelle di Jack London, che, rinchiuso in una cella di isolamento, prostrato dalla camicia di forza, vive mille altre vite possibili, volando fuori dalle mura e dalle catene a cui è legato.
Evade Jean Valjean, protagonista de I Miserabili, forzato e galeotto, che rifugge il suo nome per una vita, mostrando allo sbirro Javert la differenza tra giustizia e legge.
La fuga è diritto inalienabile di qualsiasi prigioniero. Ma lo è anche di chiunque si senta stretto, costretto, ingabbiato nelle mille prigioni in cui viviamo quotidianamente. «Far vagare la mente altrove dovrebbe essere il primo passo per ogni aspirante fuggitivo. Anzitutto immaginare la libertà, introiettarne la nozione. Poi dedicarsi, eventualmente, al lavoro concreto» scrive Valerio Evangelisti a proposito del libro Comincia adesso – Fughe ed evasioni quotidiane (Eris edizioni).

Sarà per questo che la lettura è così importante per chi ha i propri confini ristretti, dentro un carcere, un manicomio, in case di detenzione, in quei luoghi che chiamiamo istituzioni totali, detti così perché totalizzano le vite di chi vi è rinchiuso.

Questo numero di Laspro è dedicato alle istituzioni totali, in occasione della campagna Pagine contro la tortura (paginecontrolatortura.noblogs.org) che protesta contro le limitazioni alla ricezione di libri per i detenuti e le detenute sottoposti all’articolo 41bis. La Corte Costituzionale ha confermato, in una sentenza dell’8 febbraio scorso, il divieto a ricevere libri o riviste dall’esterno, motivandolo con il pericolo che possa costituire una forma di comunicazione con l’esterno.
È una campagna di sicuro non facile e non popolare, ma proprio per questo ancora più necessaria. Il divieto al ricevere libri è l’occasione per alzare il velo su quelle che sono condizioni ai limiti di quelli che vengono definiti “trattamenti crudeli, inumani e degradanti”, secondo la definizione giuridica di tortura.
I libri sono uno strumento di libertà. Ogni limitazione alla loro circolazione dovrebbe provocare la protesta di chi ama i libri, la letteratura, le storie. Di chi, ogni giorno, pratica evasioni possibili.

«E che c’entrano i fiumi della Lapponia?»
«Niente, cara. Non c’entrano per niente affatto. Ma ci sono, e né tu né io possiamo negare che in questo preciso momento sboccano là nel golfo di Botnia. E vedessi, cara, vedessi come vedo io la tristezza di certi salici e di certe betulle, là…»

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[Laspro 38] Donne che scelgono la rivoluzione – intervista a Paola Staccioli

di Luigi Lorusso (da Laspro 38 – gennaio/febbraio 2017)

Pag. 8 StaccioliSebben che siamo donne – Storie di donne rivoluzionarie è un libro uscito nel 2015 per DeriveApprodi, scritto da Paola Staccioli, scrittrice, collaboratrice di Laspro e infaticabile organizzatrice di iniziative culturali, di quella cultura che non esita a definirsi di parte e militante. Il libro, tre anni dopo Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste, si concentra questa volta sull’Italia, su dieci donne accomunate dalla militanza politica in organizzazioni rivoluzionarie armate (tranne in un caso) e dalla loro morte violenta collegata a tale militanza. L’arco temporale va dal 1970 al 2009 ma, inevitabilmente, si concentra in particolare sugli anni ’70. Il libro è completato da una esauriente appendice sulle organizzazioni citate nel libro e da una testimonianza di Silvia Baraldini, prigioniera negli Usa e poi in Italia dal 1983 al 2006 per la sua appartenenza a organizzazioni rivoluzionarie.

Il libro, scrive Staccioli, nasce «per dare un volto e un perché a una congiunzione: anche. Nel commando c’era anche una donna. Titolavano spesso i giornali qualche decennio fa. Anche. Un mondo intero racchiuso in una parola. A sottolineare l’eccezionalità ed escludere la dignità di una scelta. Sia pure in negativo».

Nel libro sottolinei l’internità delle donne ai movimenti rivoluzionari di cui facevano parte, non come un’anomalia al loro interno, per cui sui mezzi di comunicazione dell’epoca: «Da un lato vengono demonizzate, dall’altro generano romanticismo rivoluzionario». Come le dieci storie raccontate invece affermano la piena partecipazione delle donne ai loro movimenti?
«Negli anni Settanta e Ottanta in Italia molte donne hanno militato nelle organizzazioni armate della sinistra rivoluzionaria. Numericamente erano una minoranza, ma le motivazioni che le hanno spinte sono state analoghe. Eppure l’immaginario sociale ha sempre percepito in modo diverso una “donna che combatte”. Una sorta di moderna strega da demonizzare o, viceversa, da idealizzare. Una guerrigliera romantica. Del resto è quello che sta accadendo con le combattenti curde. La donna che impugna le armi si trasforma in un’idea, un mito e si perdono i contorni della sua scelta concreta, che può essere compresa solo se inserita nel contesto di un progetto collettivo di trasformazione radicale della società. Di una lotta in cui donne e uomini partecipano con gli stessi obiettivi. In Italia sono stati comunemente definiti terroristi. Anche se il vero terrorismo – bombe, stragi, tentativi di golpe – era in quegli anni quello dello Stato. Quello della strategia della tensione. Una reazione per tentare di bloccare ogni cambiamento, generare insicurezza, spostare a destra il paese». Continua a leggere

[Laspro 37] Aprite i cassetti a RAMI – Rescued Archives Initiative Memories

di Luigi Lorusso (da Laspro 37 – ottobre 2016)

Facevo un gioco un tempo con la scrittura, prima che diventasse un impegno, fatto di cose serie da scrivere su agenda e computer: andavo a un giardino vicino casa mia, in una di quelle poche zone della Tiburtina in cui le auto e i palazzi lasciano qualche metro quadro per delle panchine, alcuni alberi e dei giochi per bambini. Lì mi sedevo, aprivo un quaderno, prendevo la penna e iniziavo a scrivere, senza pensare, solo guardare e scrivere con la penna sul foglio, veloce tanto da rendere poi la decodifica piuttosto difficile. Non era un problema, non erano testi fatti per essere riletti né, tanto meno, da far leggere a qualcuno.
Fin troppo facile dire che la mano che impugna la penna crea una connessione diretta tra quel che dentro di noi c’è di troppo mentale e la corporeità di questo inchiostro che si sparge su un foglio di carta. Facile ma vero: la scrittura a mano è quella che utilizziamo, sempre meno, per biglietti d’auguri, lettere d’amore, appunti di pensieri che altrimenti schizzerebbero via.

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Le fotografie sono state scattate durante un laboratorio del progetto RAMI in una IV elementare dell’Istituto Comprensivo Mahatma Gandhi di Roma

Oppure, ancora, per disegnare mappe più comprensibili di quelle di Google, liste della spesa, schede di valutazione (queste ultime riservate a noi insegnanti).
Ci sarebbero sicuramente fior di studi adatti a confermare come la scrittura a mano aiuti il pensiero – formulazione piuttosto vaga, lo so – o citazioni da quella notizia secondo la quale in un qualche paese nordico (la Finlandia?) tra un paio d’anni o giù di lì non verrà più utilizzata la scrittura a mano nelle scuole. Continua a leggere

[Laspro] In arrivo il numero 37. Editoriale

In uscita dopo tempi notevoli il numero 37 di Laspro (ottobre 2016), che si occupa di scuola e di infanzia, in collaborazione con Cattive Maestre e Maestri de Borgata, con cui abbiamo condiviso l’esperienza di Impunito_Festival della Cultura Critica dell’Infanzia.
Per presentare il numero faremo La Mala Educación, un reading tematico giovedì 13 ottobre alle 19 al Csoa Ex-Snia (via Prenestina 173 – Roma) insieme alle Cattive Maestre, nel corso della prima giornata di Logos – Festa della Parola.

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Vi proponiamo l’editoriale del numero 37, a firma di Luigi Lorusso.

Da qualche settimana, milioni di alunni e studenti, dalle scuole dell’infanzia alle superiori, e qualche centinaio di migliaia di insegnanti, bidelli, impiegati hanno ricominciato a frequentare quegli edifici un po’ malandati che sono forse gli unici posti in cui davvero tutti siamo passati: le scuole.
Molto spesso, anche se c’è stata una riforma, nuove assunzioni e il naturale ricambio tra insegnanti e studenti, i gesti che faranno e le parole che diranno saranno poco distanti da quelli dello scorso anno scolastico e dei precedenti.
C’è qualcosa di tremendamente uguale a se stesso nella scuola, tanto che possiamo sovrapporre il ricordo di noi adulti alla stessa esperienza vissuta ora da persone nate trenta o quaranta anni dopo di noi. In quasi nessun altro campo possiamo dire di avere così tanto in comune con la generazione successiva: nelle compagnie tra amichetti, nella gestione degli spazi e dei tempi delle città, nell’uso delle tecnologie, sembra cambiato tutto o quasi. Nella scuola (parlo soprattutto dell’elementare, che è quella che chi vi scrive conosce meglio, in quanto maestro di scuola prima ancora che scribacchino sulle riviste), sembra che ai cambiamenti nei modelli organizzativi non corrispondano dei cambiamenti sostanziali: noi avevamo la maestra, ora ci sono le maestre, da tre in su, fino a sette o anche otto insegnanti per classe; ma se chiedi a un alunno che cosa ha fatto, comunque potrà dire che “oggi ho fatto la D”. Continua a leggere

[Tiratura limitata] Gli anni – Roma Caput Zombie

gli anniAnnie Ernaux
GLI ANNI

L’Orma Editore, 2015
266 pagine, 16 euro

Il Novecento scorre veloce e pulsante tra le pagine di Annie Ernaux e tra le mani del lettore con Gli anni, uscito in Francia nel 2008 per Gallimard e tradotto in Italia – in maniera impeccabile – da Lorenzo Flabbi per L’Orma. Un’autobiografia impersonale, come la definisce l’autrice, un romanzo tra fotografie e immagini, dall’infanzia fino agli anni Zero, per staccarsi dall’autobiografia classica attraverso un uso netto ed efficace della terza persona e divenire così un racconto universale. Sessant’anni di vita di cui la Ernaux si fa mezzo, senso, interprete al contempo silenziosa e incisiva. Sessant’anni nella vita di una donna e dell’umanità che la circonda, un’istantanea corale e individuale insieme.
Annie Ernaux racconta la Francia e l’Europa dal dopoguerra ai primi anni del nuovo millennio e uno dei pregi di quest’opera è la capacità che ha l’autrice di non circoscrivere il testo a un punto di vista femminile, individuale o – per forza di cose – francese, tutt’altro. Gli anni è un testo prezioso, a tratti eroico, che sfuma ogni confine e che concede al lettore di fare esperienza dei propri ricordi, di stimolarlo alla ricerca di quella memoria individuale che è, nonostante tutto, sempre collettiva, poiché è in questo sfociare dell’una nell’altra che ognuno di noi può cogliere la bellezza del mondo, attraverso un dettaglio unico e irripetibile della propria vita. Salvare la memoria è il tema cruciale di questo romanzo, ritrovare le proprie radici, in un minuzioso riappropriarsi di momenti che talvolta, troppo spesso in verità, facciamo fatica a focalizzare. Leggere Gli anni equivale a scoprire la verità sotto la superficie, a mettere in atto un esercizio del vissuto; di pagina in pagina i nostri stessi ricordi ci appaiono più nitidi, pregni di maggiore consapevolezza, come fossero un presente mai trascorso e un futuro di volta in volta riscrivibile. L’autrice ci guida per mano con delicatezza e lucidità, a ogni parola sembra voler sostenere il nostro percorso personale ed è così che riesce a salvare i suoi ricordi, quelli collettivi e persino quelli di chiunque incappi in questo romanzo di vibrante bellezza: «Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Unisce i vivi ai morti, il reale all’immaginario, il sogno alla storia».

Sabrina Ramacci

COVER_RCZMarco Roncaccia
ROMA CAPUT ZOMBIE

Nero Press Edizioni, 2015
204 pagine, 13 euro

Aldo è un operatore sociale che lavora da anni con disabili, tossicodipendenti e il variegato mondo del disagio, ovviamente con contratti rinnovabili, dovendo richiedere arretrati di stipendio e rimanendo sempre sul confine della marginalità. Confine che sembra oltrepassare quando, dopo essere stato lasciato dalla sua compagna, che gli preferisce un uomo in Smart, scambia la sua Ford Fiesta d’annata con un posto abusivo in un immobile dell’assistenza alloggiativa del comune di Roma, precedentemente occupato da un eroinomane, in un quartiere indefinito tra Primavalle, Boccea e Valle dell’Inferno. «Dio, il grande Mazinga, la S.S. Lazio, la rivoluzione proletaria, la donnadellatuavita e il Superenalotto. Tutte le tue fedi si sono dimostrate vane», dice l’autore al protagonista del romanzo, narrato tutto in seconda persona. Fin qui, una delle tante storie di precarietà diventate quasi un genere narrativo a se stante. Ma ad Aldo succede una cosa strana: dopo essere stato morso da un piccione apparentemente ubriaco, gli viene una gran fame. Fame di carne. Viva. Preferibilmente umana. È contagiato da un virus che lo trasforma in uno zombie, ma sensibilmente diverso da quelli cinematografici: il suo corpo non diventa putrido, mantiene un’etica e degli scrupoli, conduce una vita più o meno normale, tutto casa, lavoro e pasti splatter. Trova anche dei simili…
Come nei film di Romero, lo si può leggere in chiave metaforica e sociale, oppure godersi semplicemente una storia avvincente e uno stile divertente.

Luigi Lorusso

[Laspro 35] Annunciazione + Editoriale

Sta per uscire il numero 35 di Laspro. Era gennaio-febbraio, ma i calendari l’hanno trasformato in marzo-aprile. Porta con sé la primavera, le pulizie di Pasqua, i pezzi di BAM, Scup, Degage e Corto Circuito sugli spazi sociali sotto attacco, e pure una grafica rinnovata, a partire dalla testata, opera di Alessandra Meneghello. La vecchia testata, realizzata quasi sette anni fa da Andrea Lai, diventa un piccolo pezzo della nostra storia.

A breve, presentazioni e reading in alcuni degli spazi di cui si parla nel numero e non solo (controllate la nostra pagina Facebook per le date). Intanto, questi sono il sommario e la prima pagina: IL DRONE SUL CORTO Mimmo Niglio – A.C.A.B. ALL CATS ARE B.A.M. Enrico Astolfi – DAL MURETTO AL CENTRO SOCIALE Duka –  DEGAGE, ALL’ASSALTO DEL CIELO Giuseppe Ranieri – SCUP RELOADED Gaia Benzi. A seguire, l’editoriale.Layout 1

Editoriale

di Luigi Lorusso

Pasquale tornò da Roma e ci parlò del Blitz. Ci fecero impressione i suoi racconti, di come un gruppo di ragazzi era entrato di notte dentro a un posto abbandonato e lo aveva rimesso a posto, senza autorizzazioni né permessi, e anzi era tutto illegale e più era illegale e meglio era. Alcuni dicevano che si attaccavano alla corrente, non per risparmiare, o almeno non solo, ma per essere autonomi, anche in quello. Continua a leggere

[Laspro 33] Il doppio sparo dei Kina

Intervista a Gianpiero Capra e Stephania Giacobone, autori di Come macchine impazzite

di Luigi Lorusso

kina
Come macchine impazzite. Il doppio sparo dei Kina (Agenzia X edizioni 2014, 218 pagine, 15 euro) racconta una storia a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, che si dipana tra le montagne valdostane e gli squat berlinesi, attraverso la musica, le parole e i chilometri macinati sul furgone blu dei Kina, gruppo punk-hardcore attivo tra il 1982 e il 1997 (con concerti occasionali proseguiti fino al 2012). A raccontarla è Gianpiero Capra, bassista e autore dei testi delle canzoni, insieme con il batterista Sergio Milani, che unisce la precisione nell’evoluzione cronologica della storia del gruppo con la passione che traspare dalle parole che descrivono cos’erano il punk, la musica, gli squat in Europa come prefigurazione di un modo di vivere. I Kina nascono sostanzialmente da due ragazzi cui la vita asfittica di Aosta andava stretta, fino a diventare the best italian punk from Aosta (definizione per i loro concerti in Germania), finché Gianpiero, Sergio e Alberto Ventrella (per un certo periodo Stefano Giaccone, anche nei Franti, Marco Brunet e altri) si rendono conto che “la scena” e il movimento non ci sono più, restavano la musica e gli amici, che forse le vite di chi con quella musica non ha mai guadagnato andavano in altre direzioni, e decisero quindi che la storia dei Kina finiva lì.
Ma qualcosa rimaneva anche dopo che i Kina smettevano di fare dischi: in quella stessa città, forse solo un paese un po’ più grande degli altri, Aosta, dove “non c’è scampo”, anni dopo un’adolescente cerca una musica e un movimento che parlino a lei e di lei. Continua a leggere