[Laspro 33] Annuncio + L’editoriale fantasma

L’annuncio è che il numero 33 di Laspro, che doveva uscire a giugno, poi slittato a luglio, è definitivamente rimandato a settembre (d’altronde, chi di noi non lo è stato?). Promette che si applicherà di più. Intanto, pubblichiamo qui l’editoriale, che non avrà mai il sostegno della carta. Qualcosa ancora qui la scriveremo per un po’, prima della pausa estiva. Intanto iniziamo ad augurarvi buona estate. Fa un po’ caldo?

di Luigi Lorusso

Opera di Hitnes al Parco delle Energie - Ex Snia (foto di Valentino Bonacquisti tratta da

Opera di Hitnes al Parco delle Energie – Ex Snia (foto di Valentino Bonacquisti tratta da “La Street Art romana attraverso i centri di aggregazione sociale”)

Riprendendo una vecchia canzone dei Kina, intervistati in questo numero di Laspro, sfoglio i miei giorni uno a uno, i giorni di questo anno prima dell’estate, trascorso come sempre ormai tra l’uscita di un numero e la preparazione di un reading. E sfogliare i giorni equivale a sfogliare le pagine di questa rivista, numero per numero: dalla nostra dichiarazione di sempre, di appartenenza e di militanza, segnata dalle nostre facce con o senza la maschera a gas, in pace o in guerra oppure ancora in guerra e in pace nello stesso momento, come nei murales di Aladin, al nostro Dizionario autocritico della militanza, per ridere di noi, fino alla nostra Dichiarazione di guerra. Dichiariamoci guerra, dicevamo, a noi stessi.Ma in cosa consiste la nostra condizione di guerra? Nella ripetizione di giorni sempre uguali, nella stanchezza di anni di lotte collettive, nella consapevolezza che poi la soluzione dovrà essere sempre e comunque individuale? Chi prova a raccontare le generazioni muore di ridicolo, perché poi le generazioni non esistono, e se esistono non si lasciano catturare. Noi però esistiamo. Siamo quelli che vanno contro il senso comune, che non credono che un rifiuto fuori dal cassonetto o una scritta sul muro siano i peggiori dei crimini, che non vogliono dar fuoco a una famiglia perché uno di loro si è comportato male, che non dicono “noi” e “loro” su basi etniche o economiche. Siamo quelli che provano a scalare la piramide per andare a trovare i propri nemici in alto, anziché azzuffarci qui in basso come stupidi cani rabbiosi, e che per farlo provano a creare relazioni. Che cosa saranno mai, queste relazioni: preparare un piatto di pasta e mangiarlo insieme, leggere e commentare insieme un libro, autoprodurre libri, riviste, musica, detersivi o yogurt, occupare uno spazio, ripulirlo, prepararlo per accogliere altre persone e proporre incontri, lavori, divertimenti e cospirazioni, scontrarsi con chi ci combatte fianco al fianco, gomiti tra gomiti, per poi ritornare a ridere e suonare o a cercare con forza la libertà di chi è stato preso, a curarci le ferite. Questo siamo noi, e ci siamo detti che non molliamo mai. Forse.
Perché intanto la guerra ce l’hanno dichiarata e bisogna essere ciechi per non vederla: gli spazi sociali ai quali apparteniamo sono sotto attacco, gli spazi culturali sottostanno a ricatti e quando va bene non ricevono alcun aiuto da parte istituzionale, quando va male vengono sottoposti a vessazioni burocratiche. Parliamo di Roma, perché quello conosciamo meglio: Scup è stato sgomberato con le ruspe, Casetta Rossa e il Corto Circuito ricevono costantemente visite di vigili e altri per sempre nuovi “adeguamenti alla normativa”, il Volturno sgomberato non è più tornato, il Teatro Valle Occupato è di nuovo chiuso, così come il Cinema America, il Nuovo Cinema L’Aquila ha chiuso e non si sa se e quando riaprirà, diversi Centri di Aggregazione Giovanile vivono nell’incertezza del rinnovo dell’appalto, le librerie continuano a chiudere una dopo l’altra. Nei quartieri la street art viene usata come foglia di fico per coprire il nulla che viene fatto di concreto. E allo stesso tempo, il governo prova a irregimentare le scuole come fossero caserme da affidare a dirigenti-sergenti. Parliamo di realtà diverse ed eterogenee (di sicuro abbiamo dimenticato molto – e forse chi diceva che i percorsi di “legalizzazione” degli spazi sociali rappresentavano una gabbia, oggi rivendica qualche ragione), ma che hanno in comune l’utilizzo della cultura e della socialità come fattore di incontro e cambiamento sociale.
Chi li sta attaccando? Chi è che ci sta facendo guerra? Troppo generico dire che “danno fastidio”. A chi? Chi è il nostro nemico? Dove dobbiamo attaccare? Sappiamo per certo che non c’è più, se mai c’è stato, un centro del potere. Ma da qualche parte bisogna trovarlo e anche nominarlo, pur se banale e scontato. Partiamo da qui, diciamone uno: la giunta romana ha detto troppe volte “non siamo stati noi”, in relazione a sgomberi, attacchi a spazi sociali e culturali, per non dire di quelli a migranti e richiedenti asilo. C’è bisogno di chiarezza. Se non è stato lui, il sindaco Marino, quali sono i suoi poteri? Che cosa ha fatto dalla nostra parte? Niente.
Il sindaco che comanda a Roma è senza volto. Ma quello di cui vediamo la faccia non è amico nostro. Da qualche parte bisogna pur partire.

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