[Laspro 35] Annunciazione + Editoriale

Sta per uscire il numero 35 di Laspro. Era gennaio-febbraio, ma i calendari l’hanno trasformato in marzo-aprile. Porta con sé la primavera, le pulizie di Pasqua, i pezzi di BAM, Scup, Degage e Corto Circuito sugli spazi sociali sotto attacco, e pure una grafica rinnovata, a partire dalla testata, opera di Alessandra Meneghello. La vecchia testata, realizzata quasi sette anni fa da Andrea Lai, diventa un piccolo pezzo della nostra storia.

A breve, presentazioni e reading in alcuni degli spazi di cui si parla nel numero e non solo (controllate la nostra pagina Facebook per le date). Intanto, questi sono il sommario e la prima pagina: IL DRONE SUL CORTO Mimmo Niglio – A.C.A.B. ALL CATS ARE B.A.M. Enrico Astolfi – DAL MURETTO AL CENTRO SOCIALE Duka –  DEGAGE, ALL’ASSALTO DEL CIELO Giuseppe Ranieri – SCUP RELOADED Gaia Benzi. A seguire, l’editoriale.Layout 1

Editoriale

di Luigi Lorusso

Pasquale tornò da Roma e ci parlò del Blitz. Ci fecero impressione i suoi racconti, di come un gruppo di ragazzi era entrato di notte dentro a un posto abbandonato e lo aveva rimesso a posto, senza autorizzazioni né permessi, e anzi era tutto illegale e più era illegale e meglio era. Alcuni dicevano che si attaccavano alla corrente, non per risparmiare, o almeno non solo, ma per essere autonomi, anche in quello.

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Foto di Giordano Pennisi

Oddio, autonomi, non per tutti, perché come ci diceva, i centri sociali si dividevano in due, autonomi e anarchici. Una divisione netta e senza confusioni, non che ci fosse astio tra le due parti ma insomma bisognava scegliere. Non capivamo bene la differenza tra centro sociale e occupazione abitativa, per noi chi occupava rimaneva lì a dormire e alla fine aveva fatto una scelta radicale e forse senza ritorno: se stavi in un centro sociale avevi tagliato i ponti con il mondo della normalità, stavi proprio da un’altra parte. E con quel mondo, quindi, diventava difficile parlare. Con il mondo omologato. Ma questa difficoltà si rivendicava con orgoglio: il sistema ci è riuscito con tutti, a indottrinare, a far obbedire, a renderti schiavo, ma con me no. Io non mi sono fatto piegare. Noi la vedevamo così.
Non c’era un’istanza emancipazionista, né si voleva convertire nessuno alla tua causa. Certo davi i volantini e distribuivi le fanzine, con i tuoi linguaggi e se qualcuno non li capiva, affari suoi.
Lì nella comunità regnava l’armonia, immginavamo. E poi Pasquale tirò fuori il colpo finale: il concerto dei Fugazi. Non quello del ’99, a quello c’ero anch’io, uno prima: il gruppo che tutti ci spacciavano come quello che conta, la leggenda dell’hardcore, idoli per alcuni di noi, era stato in un centro sociale romano, il Forte Prenestino forse.


Certo, poi c’era tutta la faccenda dei rapporti coi quartieri, le vertenze, i territori. Ma tutte quelle parole io ancora non le sapevo. Conoscevo sistema, omologazione, catene, libertà, alternativo. Autonomia e anarchia vennero dopo. Comunismo c’era già ma non sapevo bene come infilarcelo. Punk sì, ma senza le creste, almeno per il momento, grunge no perché era di moda. Ben presto arrivarono autogestione e assemblea. Occupazione era il sogno e il timore di una cosa più grande di te.

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Locandina del Csa Mouina di Cerignola (FG) 1993 – dall’archivio personale di Gin U Sball, grafica di Tonino Bic

L’ondata dei centri sociali e delle posse negli anni ’90 arrivò potente anche in provincia, fin giù nelle terre di Capitanata e anche in quel di Cerignola, dove il 16 dicembre 1992 nasceva il centro sociale autogestito Mouina, in uno scantinato preso in affitto per 200.000 lire al mese, ripagato con i soldi del bar e dei concerti, e andò avanti con diverse persone, fortune e sedi fino, se non sbaglio, al 1996.

C’è stato un tempo, in Italia, in cui parlare di cultura alternativa era parlare di centri sociali.

In cui, se in un film si voleva essere trasgressivi, si mettevano le scene girate dentro il centro sociale, finto ovviamente, girate con la camera a mano, luci rosse e blu, fumo, persone che ballano in preda all’estasi, punk e metallari. C’è stata una realtà del centro sociale che andava su un percorso parallelo con quella che era la sua mitologia, pian piano i corsi di yoga o gli sportelli legali andavano a sopravanzare i concerti punk e l’età media si alzava notevolmente, abbassata solo dalla sempre più visibile presenza di bambini e bambine, in ogni situazione (oltre a quella dei cani, unica presenza rimasta stabile negli anni).
Poi i centri sociali sono sembrati una formula forse un po’ stanca, e appiattita per alcuni anni, e come non citare i diversi percorsi o per meglio dire gli scazzi, la divisione, tra chi accettava le delibere comunali di legalizzazione e chi no, fino alla cosiddetta nuova generazione, almeno a Roma: ancora una sperimentazione di forme di vita e di socialità alternative, ma più inserite nelle dinamiche territoriali, e con l’attenzione a non rinchiudersi dentro il ghetto, tanto per confermare quel vecchio slogan.

Comunque la si metta, i centri sociali a Roma sono stati non solo lo spazio, il contenitore, ma la forma più vitale di cultura espressa in città negli ultimi trent’anni, diversissimi tra loro, non inquadrabili più in alcuno stereotipo, indivisibili dai quartieri di cui sono espressioni, quartieri che ne sono rappresentati, volenti o nolenti.

Questo patrimonio non è difeso da alcuna Unesco, ma da tutti e tutte coloro che vi hanno trovato un progetto da portare avanti, un luogo per potersi esprimere, parlare, condividere, socializzare, fare politica, ballare. Ora questo patrimonio politico, sociale, culturale e umano è messo in discussione ed è sotto attacco, da anni ormai ma negli ultimi tempi con forza, da quell’amministrazione che approfitta di Mafia Capitale, delle campagne per la legalità, per il decoro, per fare piazza pulita di chi ha sempre combattuto i traffichini della città, gli speculatori, gli infami che in quartiere ci vedono solo la possibilità di metri cubi, appalti, voti e impicci. Non si contano più gli spazi sociali sotto attacco, sgomberati, sotto sgombero, minacciati.

Per noi di Laspro gli spazi sociali sono casa.

Ci hanno ospitati fin da quando eravamo ragazzetti, in varie parti dell’Italia, a ora che portiamo le nostre parole scritte e accompagnate con la musica.
Non potevamo non prendere posizione, con la nostra gente e contro il commissario Tronca, il prefetto Gabrielli, il Partito Democratico, i fascisti, i mafiosi, gli affaristi che governano questa città e che vedono in un colpo solo la possibilità di togliere di mezzo questi rompiscatole e appropriarsi di grandi terreni e immobili per costruire, cementificare, “riqualificare”.
Lo abbiamo fatto con il nostro modo, il racconto, dando la parola a una piccola rappresentanza di questi spazi, facendo raccontare al Duka come nacque tutto, e magari altri racconti verranno, sui prossimi numeri o sul blog. Ma il racconto vero, quello tutto ancora da scrivere, è quello che c’è là fuori.

Basta aprire la finestra: ci togliete dai nostri spazi, ci troverete nelle strade.
Qui non si arrende nessuno.

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