[Laspro 37] Aprite i cassetti a RAMI – Rescued Archives Initiative Memories

di Luigi Lorusso (da Laspro 37 – ottobre 2016)

Facevo un gioco un tempo con la scrittura, prima che diventasse un impegno, fatto di cose serie da scrivere su agenda e computer: andavo a un giardino vicino casa mia, in una di quelle poche zone della Tiburtina in cui le auto e i palazzi lasciano qualche metro quadro per delle panchine, alcuni alberi e dei giochi per bambini. Lì mi sedevo, aprivo un quaderno, prendevo la penna e iniziavo a scrivere, senza pensare, solo guardare e scrivere con la penna sul foglio, veloce tanto da rendere poi la decodifica piuttosto difficile. Non era un problema, non erano testi fatti per essere riletti né, tanto meno, da far leggere a qualcuno.
Fin troppo facile dire che la mano che impugna la penna crea una connessione diretta tra quel che dentro di noi c’è di troppo mentale e la corporeità di questo inchiostro che si sparge su un foglio di carta. Facile ma vero: la scrittura a mano è quella che utilizziamo, sempre meno, per biglietti d’auguri, lettere d’amore, appunti di pensieri che altrimenti schizzerebbero via.

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Le fotografie sono state scattate durante un laboratorio del progetto RAMI in una IV elementare dell’Istituto Comprensivo Mahatma Gandhi di Roma

Oppure, ancora, per disegnare mappe più comprensibili di quelle di Google, liste della spesa, schede di valutazione (queste ultime riservate a noi insegnanti).
Ci sarebbero sicuramente fior di studi adatti a confermare come la scrittura a mano aiuti il pensiero – formulazione piuttosto vaga, lo so – o citazioni da quella notizia secondo la quale in un qualche paese nordico (la Finlandia?) tra un paio d’anni o giù di lì non verrà più utilizzata la scrittura a mano nelle scuole.
Ma per far questo, dovrei rientrare in casa e fare una qualche ricerca su Internet, e non mi va: è un tardo pomeriggio di inizio estate, il balcone è ombreggiato e mentre scrivo sul mio quaderno si formano delle macchie di fragole appena arrivare dal nord della Germania (lo sapevate che le fragole di Rostock sono così buone?).
Adesso, ovviamente, sarei arrivato alla parte in cui dovrei dire di quanto la tecnologia abbia spersonalizzato il nostro mondo, interiore ed esteriore, che le relazioni umane ne risentono, la nostra stessa idea di ciò che ci circonda e di noi rispetto a esso e quindi la qualità della vita: ma sono appena tornato da un viaggio, il volo prenotato su Ryanair, il posto per dormire su Airbnb, ho visto come arrivarci con Google Maps e per sapere cosa mettere in valigia ho aperto l’app di 3BMeteo.
Dovremmo tutti avere diritto a dieci minuti al giorno seduti, su un divano o una poltrona, possibilmente comodi, ma non sdraiati, a non far niente. Chiamalo pensare, meditare, oppure non chiamarlo proprio. Ti siedi e stai, dieci minuti. Poi dopo, se vuoi, prendi una paginetta e scrivi, non importa cosa.
Avremmo tutti bisogno di mettere in fila i ricordi, di ragionare su come siamo arrivati fino a qui, specie quando gli anni messi insieme uno dopo l’altro iniziano a essere difficili da tenere tutti belli sistemati in un archivio mentale sempre pronto, semplicemente perché sono un po’ troppi, come un numero telefonico con troppi prefissi o un codice fiscale.
C’è un libro molto bello che procede così, con scatti in avanti e all’indietro, come va la mente, che sembra procedere quasi spontaneamente e invece è probabilmente molto pensato e strutturato, anzi segue una linea cronologica piuttosto rigida, nettissima: è Gli anni di Annie Ernaux.
Sono loro i protagonisti del libro, gli anni che scorrono via e cambiando cambiano anche chi li racconta e tutti quelli che la circondano, i suoi pranzi della domenica, e le fotografie prese in mano e guardate, una dopo l’altra, a scandire gli anni, prima davanti e poi di dietro, a guardare se c’è una data, un pensiero, che te le immagini tutte sparpagliate dentro una scatola di cartone.
Perché procediamo per associazione di idee e a volte tutto torna al punto di partenza, dato che il prossimo passo è che Gli anni me l’ha consigliato – e forse qualche lettore di Laspro più attento lo ricorderà – Sabrina Ramacci, che ne scrisse una recensione un paio di numeri fa.

Ramacci, oltre che redattrice di Laspro, e autrice di un buon mezzo metro quadro di libri presenti sui miei scaffali, è animatrice del progetto RAMI – Rescued Archive Memories Initiative.

In sostanza, ci invita ad aprire un po’ di cassetti nelle stanze dei nostri genitori, a rovistare in qualche scatola abbandonata in cantina, per controllare se non ci sia qualche pezzo perduto della nostra memoria familiare: lettere, cartoline, diari, biglietti, patrimoni che potrebbero facilmente perdersi in un attimo, la prossima volta che a qualcuno in famiglia salterà in mente di rimettere ordine in una vecchia stanza e di buttare tutte quelle cartacce.img_20160323_114710
Era quello che magari sarà venuto in mente alcune volte anche a Peter Schneider, scrittore tedesco, con le lettere di sua madre, morta quando lui aveva otto anni, chiuse in una scatola da scarpe. Lettere con una grafia antica, ormai illeggibile. Finché Schneider decide di rivolgersi a un’amica, esperta, che gli rivela una storia di passioni insospettate. È la storia raccontata in Gli amori di mia madre.
beppe-diario-31Ed è quello successo anche a Sabrina Ramacci con il diario di Giuseppe Gubernari, Beppe, quando ha lavorato sul quaderno scritto durante la prigionia in Austria tra il 1943 e il 1945, dopo gli anni di guerra in Jugoslavia e in Grecia. Le passioni, le emozioni e le sofferenze di un uomo comune rivissute settant’anni dopo, come se fossero accadute oggi, ricreano un legame forse mai esistito con nipoti che aveva conosciuto magari solo di sfuggita.
Questo è quello che fa il progetto RAMI: decifrare vecchi testi scritti a mano, rimetterli in una forma comprensibile, corredarli con foto e quanto può fare da contesto e, in questa maniera, ridare lustro a memorie dimenticate. Dare una voce a quei personaggi, quei nonni, quegli zii, quelle foto in qualche cornice sui mobili buoni delle case in cui siamo cresciuti di cui conosciamo solo il volto, ma non le storie.
L’altro ramo del progetto è quello che riguarda la scrittura di ora, che comunica con quello del passato. Quella prodotta dai bambini e dai ragazzi delle scuole elementari e medie, che ancora scrivono, e molto, a mano, in forme che non sappiamo come ma si tramandano identiche da generazioni (il bigliettino “Ti vuoi mettere con me?” con i due quadratini Sì o No in cui mettere la crocetta, l’invenzione di codici segreti con cui comunicare solo tra gruppi di pochi eletti, le parolacce scritte di nascosto per vedere l’effetto che fa); ma che difficilmente mettono in gioco il linguaggio delle emozioni, veicolato magari maggiormente tramite il disegno, quando va bene, ignorato del tutto, surclassato dai mezzi elettronici nella maggior parte dei casi. img_20160413_123507E quindi andare nelle scuole, mostrare gli oggetti della propria collezione personale di cianfrusaglie, lettere acquistate nei mercatini, biglietti trovati a terra, leggere come comunicavano cinquant’anni prima, invitare loro stessi a scrivere una lettera a un amico, a una persona cara, mette in moto quella scoperta di sé che noi grandi ritroviamo quando ci ritroviamo davanti un foglio bianco e una penna in mano. Bambini e bambine scrivono ad amici che vedono tutti i giorni per descrivergli l’ultima partita dell’Atletico Madrid, oppure si rivolgono con gli occhi lucidi a un nonno da poco scomparso, con l’amica al fianco che le accarezza la testa mentre legge, o alla propria nonna che sta dall’altra parte del mare, per raccontare la propria vita di ogni giorno qui e che “a casa stanno tutti bene e ti salutano e ci manchi tanto”, oppure scrivono lettere con tutta l’attenzione possibile e poi la imbucano dentro una cassetta decorata da loro, ma poi non la leggono a nessuno.
È un effetto potente. È la detonazione che crea, l’effetto dell’inchiostro che va sulla carta, della connessione tra il nostro corpo e quelle altre cose che abbiamo dentro e abbiamo pudore a chiamare. È l’emersione della lingua dell’anima.

 

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