[Laspro 38] Donne che scelgono la rivoluzione – intervista a Paola Staccioli

di Luigi Lorusso (da Laspro 38 – gennaio/febbraio 2017)

Pag. 8 StaccioliSebben che siamo donne – Storie di donne rivoluzionarie è un libro uscito nel 2015 per DeriveApprodi, scritto da Paola Staccioli, scrittrice, collaboratrice di Laspro e infaticabile organizzatrice di iniziative culturali, di quella cultura che non esita a definirsi di parte e militante. Il libro, tre anni dopo Non per odio ma per amore – Storie di donne internazionaliste, si concentra questa volta sull’Italia, su dieci donne accomunate dalla militanza politica in organizzazioni rivoluzionarie armate (tranne in un caso) e dalla loro morte violenta collegata a tale militanza. L’arco temporale va dal 1970 al 2009 ma, inevitabilmente, si concentra in particolare sugli anni ’70. Il libro è completato da una esauriente appendice sulle organizzazioni citate nel libro e da una testimonianza di Silvia Baraldini, prigioniera negli Usa e poi in Italia dal 1983 al 2006 per la sua appartenenza a organizzazioni rivoluzionarie.

Il libro, scrive Staccioli, nasce «per dare un volto e un perché a una congiunzione: anche. Nel commando c’era anche una donna. Titolavano spesso i giornali qualche decennio fa. Anche. Un mondo intero racchiuso in una parola. A sottolineare l’eccezionalità ed escludere la dignità di una scelta. Sia pure in negativo».

Nel libro sottolinei l’internità delle donne ai movimenti rivoluzionari di cui facevano parte, non come un’anomalia al loro interno, per cui sui mezzi di comunicazione dell’epoca: «Da un lato vengono demonizzate, dall’altro generano romanticismo rivoluzionario». Come le dieci storie raccontate invece affermano la piena partecipazione delle donne ai loro movimenti?
«Negli anni Settanta e Ottanta in Italia molte donne hanno militato nelle organizzazioni armate della sinistra rivoluzionaria. Numericamente erano una minoranza, ma le motivazioni che le hanno spinte sono state analoghe. Eppure l’immaginario sociale ha sempre percepito in modo diverso una “donna che combatte”. Una sorta di moderna strega da demonizzare o, viceversa, da idealizzare. Una guerrigliera romantica. Del resto è quello che sta accadendo con le combattenti curde. La donna che impugna le armi si trasforma in un’idea, un mito e si perdono i contorni della sua scelta concreta, che può essere compresa solo se inserita nel contesto di un progetto collettivo di trasformazione radicale della società. Di una lotta in cui donne e uomini partecipano con gli stessi obiettivi. In Italia sono stati comunemente definiti terroristi. Anche se il vero terrorismo – bombe, stragi, tentativi di golpe – era in quegli anni quello dello Stato. Quello della strategia della tensione. Una reazione per tentare di bloccare ogni cambiamento, generare insicurezza, spostare a destra il paese».

Nel loro percorso spesso le donne del libro hanno esistenze comuni, lo studio, la militanza politica, in alcuni casi famiglia e lavoro. Come avveniva l’entrata in organizzazioni politiche clandestine? Era per loro un salto o semplicemente un passaggio consequenziale alle scelte precedenti?
«Direi che non necessariamente sono due percorsi contrapposti. Le donne, le compagne (ma in questo caso non c’è una specificità femminile) che hanno scelto di entrare in una organizzazione armata, clandestina, erano già in precedenza militanti politiche, attive per lo più in gruppi, collettivi della sinistra antagonista. E ovviamente giovani assolutamente “normali”, con una vita analoga a quella di migliaia di altri coetanei che hanno deciso di stare dalla parte del cambiamento radicale. Tra l’altro, forme di violenza diffusa venivano allora spesso praticate anche nel movimento. Molte volte la scelta non è stata così netta come oggi si potrebbe pensare. Azioni di antifascismo militante, occupazioni, picchetti, uso di molotov, danneggiamenti, sabotaggi e altre azioni illegali erano comunemente praticate nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche. In linea di massima l’illegalità non era una discriminante, sicuramente c’era un clima che oggi non è facile immaginare. La differenza era prevalentemente nella linea politica, nella strategia. Direi che per molte compagne c’è stata una sorta di continuità politica nel passaggio verso una organizzazione clandestina. La discontinuità, di vita, è esistita soprattutto nei casi in cui la scelta ha coinciso con l’ingresso in clandestinità».

Ci sono stati momenti di discussione o scontro interno alle organizzazioni armate rispetto al ruolo delle donne?
«Nel corso dei processi rivoluzionari la componente femminile aumenta progressivamente da un punto di vista numerico, e nel contempo questa presenza pone concretamente in modo sempre più forte anche la questione del ruolo delle donne. Nel libro parlo solo di storie italiane, ma le tue parole mi fanno venire alla mente le donne curde, che quando si sono avvicinate alla lotta erano disorientate. Erano state abituate a essere sottomesse, chiuse in casa per dedicarsi alla cucina, ai bambini, a lavare i piedi agli ospiti… non è certo stato semplice acquistare fiducia in se stesse, iniziare ad agire da sole, arrivare a partecipare alla guerriglia. Quindi direi che c’è una progressiva evoluzione positiva, una crescita nella prassi, evidente anche in altri paesi.
Per quanto riguarda l’Italia, sicuramente nelle organizzazioni armate degli anni Settanta-Ottanta la partecipazione femminile è stata quantitativamente inferiore a quella maschile. Nel momento in cui però una donna decideva di entrare non ci sono state discriminanti di sorta, e sono giunte al pari degli uomini a ruoli di direzione politico-militare.
Certo, alcuni scontri ci sono stati, ma come dire “fisiologici”. Nel libro riferisco un episodio che mi è stato raccontato da un compagno di Bologna. Prima di entrare in clandestinità, Barbara Azzaroni aveva organizzato un’azione tutta al femminile, nell’ambito di una campagna condotta dal movimento femminista contro i “cucchiai d’oro”, ovvero i ginecologi che lucravano con gli aborti illegali nei loro studi privati… salvo poi diventare obiettori di coscienza negli ospedali dopo l’approvazione della legge 194.
Durante una riunione preparatoria dell’incursione in uno di questi ambulatori, all’offerta di copertura proposta dai compagni per garantire la sicurezza del gruppo di sole donne, la sua risposta era stata dura e inflessibile: “Quando si tratta di donne fatevi i cazzi vostri, non abbiamo bisogno di voi”».

In questi giorni (intervista realizzata intorno al 25 novembre 2016, nda) si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, che oltre a momenti istituzionali di pura retorica, diventa anche occasione di visibilità e riflessione sulle lotte concrete portate avanti dalle donne. C’è stata all’interno delle organizzazioni armate una riflessione specifica delle donne sull’uso politico della violenza, agita anziché subita?
«In linea di massima nelle organizzazioni armate comuniste, in primo luogo mi riferisco alle Brigate rosse, le questioni della specificità di genere erano inserite all’interno della più generale questione di classe. Si riteneva quindi che una reale liberazione delle donne fosse possibile solo abbattendo il modo di produzione capitalista e lo Stato che ne garantiva la riproduzione. Nello stesso tempo però c’era anche una duplice motivazione per una donna a entrare nella lotta rivoluzionaria. Lo riferisce bene una delle dieci donne narrate nel libro, Diana Blefari Melazzi, morta suicida nel 2009 nel carcere di Rebibbia dopo una detenzione molto dura, in regime di 41 bis.
Scrive nell’agosto 2005 dal carcere di Benevento: “Il connubio donne-politica rivoluzionaria non ha nulla di romantico o intrigante. È il risultato di un processo storico già attestato da anni, anche e soprattutto nella storia delle Br, che ha a che vedere con le doppie motivazioni che una donna ha nell’abbattere lo stato di cose presenti, e con la determinazione che la contraddistingue per l’abitudine e necessità ad assumersi responsabilità sociali e collettive”.
In precedenza, negli anni Settanta, c’erano state varie azioni armate compiute solo da donne. Anche se qui in Italia non c’è mai stata una vera e propria organizzazione femminista armata come ad esempio la Rote Zora della Repubblica Federale tedesca, attiva dagli anni Settanta agli anni Novanta con numerosi attacchi esplosivi, varie sono state le azioni illegali o armate compiute da sole donne.
Per esempio, il 5 febbraio 1979 viene ferita alle gambe Raffaella Napolitano, sorvegliante della sezione femminile del Carcere Le Nuove di Torino. Il gruppo è composto da quattro militanti. Il documento di rivendicazione è firmato Gruppo donne di Prima Linea».

Con il tuo libro, insieme a Silvia Baraldini avete percorso in lungo e in largo l’Italia, e anche oltre, con centinaia di presentazioni e incontri, che impressioni ne avete tratto?
«Sì, oltre 150 fra presentazioni, dibattiti, trasmissioni radio. In Italia, dal Piemonte alla Puglia, dalla Sicilia alla Sardegna. Ma anche in Francia, in Svizzera. Ancora continuano a chiamarci, pur se non ci è più possibile mantenere i ritmi dei primi tempi. Ed è stato un interesse assolutamente inaspettato, anche perché il libro affronta temi non certo semplici da discutere. Per raccontare questa esperienza, assolutamente unica ed entusiasmante, ci vorrebbe un nuovo libro. In poche parole posso dire di avere scoperto una realtà che vivendo a Roma non avrei mai immaginato. Un incredibile fermento, soprattutto nei centri più piccoli, che si esprime nella nascita di collettivi, nella volontà di discutere, di lottare, di prendere nelle mani il proprio futuro. Fra i giovani ci sono molte donne, anche giovanissime. Una situazione che mi fa assolutamente essere ottimista per il futuro. Un futuro che, a differenza di quello che viene percepito nel “sentire comune”, sarà a mio avviso assolutamente vivace e ricco di lotte. Certo migliore del presente. Di nuovo concretamente si sta diffondendo la voglia di lottare per un mondo più giusto, che non solo è necessario, ma è anche possibile!».

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