[Laspro 35] Il drone sul Corto

Secondo appuntamento stasera alle 21.30 con i reading di Laspro negli spazi sociali romani sotto attacco: dopo la Biblioteca Abusiva Metropolitana, è la volta di uno degli spazi storici tra le occupazioni cittadine, il Corto Circuito, nel quartiere di Cinecittà, che guarda caso festeggia 26 anni di occupazione. E guarda caso oggi Laspro festeggia 7 anni di vita! Che, non passate a farci gli auguri? A dopo!

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Questo è il racconto sul Corto Circuito pubblicato sul numero 35 di Laspro:

di Mimmo Niglio

Ahia! Mamma che botta!
E pensare che un mio fratello sta inviando immagini dalla Siria, un altro si spia le riunioni delle famiglie mafiose in Sicilia, un altro ancora le piantagioni di coca in Colombia e io.. qui! A controllare il nulla e pure sbattuto a terra senza preavviso! E già, perché i due prefetti, per il Giubileo dei due Papi (ho qualche problema di circuiti io, o davvero è tutto doppio?), hanno deciso di imporre su Roma la no-fly zone, ma nessuno ha pensato di avvertirmi!
Oh, scusate.. non mi sono ancora presentato.
Mi chiamo Parrot.. per la precisione, mi chiamo Parrot AR Drone 2.0 e sono, appunto, un drone che, a differenza dei più fortunati fratelli, è finito nelle mani di un certo Sedano, Carota… o non ricordo che altro ortaggio (questa la capiscono in pochi, nda), che mi ha mandato a spiare il Corto Circuito, un Centro Sociale Occupato Autogestito che, lui dice, potrebbe essere pericoloso. Pericoloso? Boh… io sono due anni che sorvolo questo posto, ma la cosa più pericolosa che ho visto, è stato un ragazzino che si è lanciato dallo scivolo con la testa in avanti (peraltro, subito redarguito dalla mamma). Continua a leggere

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[Laspro 34] Il vento scatena le ante

di Valerio Callieri

Le storia inizia con il vento che scatena le ante.
Il protagonista si chiama Sergio e fa il piastrellista. È un tipo che arriva quando i lavori di muratura sono quasi finiti e serve qualcuno che posi le piastrelle e componga il pavimento nella forma che desideriamo. È qualche giorno che non lavora e adesso se ne sta stravaccato sul divano a scrivere qualcosa sul cellulare mentre un quiz televisivo continua a miagolare inascoltato sullo sfondo.
Quando Sergio ti fa una carezza sul viso, hai la dolce sensazione del brecciolino mentre cadi dallo scooter. Nonostante lo stereotipo sulle mani del muratore, Sergio si sente il rifinitore, quello che dà il tocco finale al lavoro. Questo a volte lo rende presuntuoso come un graphic designer durante un aperitivo.
È quindi con la genuina arroganza del muratore hipster che illustrerà e diventerà una storia.
Quando il vento apre e fa sbattere le ante della finestra, Sergio dice con un ghigno sibillino: «Sono il protagonista e sono convocato dal vento».

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Illustrazione di Ilaria Vescovo

Sergio si alza, si affaccia alla finestra e scopre che il cielo è increspato da nuvole oscure. La luce viene soffiata via dalle strade e dagli alberi. Il vento freddo sembra arrivare da un posto lontano e sconosciuto. Sergio afferra l’ombrello, esce di casa e si scorda di spegnere il fuoco sotto il pentolino d’acqua in cui sta facendo bollire due uova. La palestra di kung fu di Dario è a dieci minuti di cammino. Se corre forse riesce a raggiungerla in cinque minuti. Continua a leggere

[Tiratura limitata] Vite efferate di papi – L’uomo dei dadi

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Dino Baldi

VITE EFFERATE DI PAPI

Quodlibet edizioni, 2015
516 pagine, 19 euro

Vite efferate di papi è un libro violento e divertente sulle disgraziate vite di alcuni dei primi 255 papi, da san Pietro a Pio IX, ultimo papa re.
Dino Baldi ha rimestato tra varie fonti antiche e contemporanee ai papi e ne ha tirato fuori un librone scritto come una raccolta di racconti popolari che dei racconti popolari rievoca le superstizioni, i miracoli, le apparizioni.
Troviamo la street fight tra san Pietro e Simon Mago, le arti magiche di Silvestro II, i papi e gli antipapi imperiali, il magnifico regno del fantomatico prete Gianni, gli intrighi velenosi dei nobili papi rinascimentali, l’intransigenza giuridica di Sisto V, con le sue spie ed esecuzioni (non solo sue in realtà, essendo i papi comunque principi di questa terra).

Sullo sfondo il popolo di Roma, particolarmente irascibile, che al minimo scontento e antipatia per questo o quel papa, si alterava e li prendeva a sassate, li picchiava, li gettava nel Tevere, tomba di tutti quelli che meritavano l’onta di una mancata sepoltura, oltre alle pasquinate, primo esempio di controinformazione in versi.

Questo libro non è una controstoria, i fatti sono quelli, ma una raccolta di racconti, insieme accurati e fantasiosi, un incrocio consapevole tra storia e racconto popolare. Consigliato a cattolici ironici.

Anto Caruso

Luomo-dei-dadi-miniLuke Rhinehart
L’UOMO DEI DADI

Marcos y Marcos, 2016
688 pagine, 12 euro

L’autodistruzione di un uomo o la sua rinascita?
Luke Rhinehart è uno psicologo bianco, ricco e annoiato che vive con una donna bella «con la faccia da roditore» e due figli che mai sembrano esistere davvero.
Ibernato in uno stato di depressione latente, inizia la decostruzione della sua identità affidandosi al caso. È proprio il caso – il dado – a diventare il dio a cui con devozione Luke affida la sua esistenza. Il dado è il suo oracolo e lancia Rhinehart in situazioni grottesce, pericolose, assurde, rivelandosi l’unico strumento in grado di mantenerlo vivo.
E Luke diventa Gesù, un senza fissa dimora, un gay, un assassino, un idiota capace di esprimersi solo a monosillabi, un bugiardo cronico, un erotomane, un rivoluzionario.
Ma Luke decide di andare oltre: cosa accadrebbe se non un singolo individuo, ma la società intera affidasse le sue regole al dado?
Scrive: «Se il senso di essere qualcuno rappresentasse un errore evolutivo disastroso per il futuro sviluppo di una creatura complessa come il guscio per le lumache o le tartarughe?».
Questo romanzo non si limita a raccontare (magistralmente) l’epopea di un uomo che si ribella alla società statunitense dei primi anni ’70, ma rivolge il suo attacco anche alla psicoanalisi come anestetico della realtà e strumento di controllo sociale.
Una falsa autobiografia, un saggio, un romanzo pornografico, un trattato sulla psiche. L’uomo dei dadi è tutto questo e anche di più, è un’analisi sulla felicità e sull’identità come alibi in difesa del crimine più grande: quello di non aver vissuto veramente.
Dopo averlo letto, ogni volta che prenderemo un dado in mano, per gioco o per noia, lo faremo guardandolo con sospetto, paura, attrazione e forse – di nascosto – lasceremo che il caso, almeno una volta, decida per noi. O no?

Alessandro Bernardini

[Laspro 35] Il verbale d’assemblea

di Renato Berretta (da Laspro 35 marzo/aprile 2016)

Correva un lunedì come tanti, il primo lunedì che dio comandi, anzi facciamo qualcun altro che è meglio, il giorno che il vecchio Vasco ha confidato urbi et orbi di odiare in un suo celebre pezzo, il giorno detestato ben prima che il citato Vasco facesse outing da nutrite schiere di dannati della terra costretti a ricominciare la propria settimana lavorativa proprio in questa malinconica giornata. Il lunedì, insomma, che si presenta già di per sé come una delle tante iatture della società capitalistica bisognosa d’intraprendenti produttori e accaniti consumatori.
Era già di sera e non mi va d’inventarmi fantasie per descrivere le posizioni lunari, se c’era la luna piena degli innamorati, l’ambigua mezzaluna che non sai mai da che parte prenderla o quella negata al fallibile occhio umano. Tantomeno mi metto a indugiare sulla posizione delle stelle, non m’interessano gli oroscopi e non credo alla storia dei desideri che s’avverano di fronte a un astro cadente (mai ‘na gioia).
Si può dire, però, che era d’inverno, il freddo di gennaio, non troppo freddo però, eravamo dentro le medie stagionali come avrebbe sentenziato Bernacca, con una ventilazione inapprezzabile come avrebbe chiosato in una delle sue immortali radiocronache il buon Sandro Ciotti.
Da pochi minuti erano trascorse le nove della sera, nelle case normali si sparecchiava la tavola e si lavavano i piatti, dalle finestre rigorosamente chiuse provenivano fastidiosi rumori di televisioni accese all’ora di massimo ascolto (quindi la peggiore).
Tutto questo dentro una delle tante periferie romane, teatro di questo breve quanto didascalico racconto, periferia che si definirebbe senza eccessiva originalità degradata, con palazzi alti e automobili ammucchiate a casaccio che tanto che n’ce esci? Gli effluvi del fiume Tevere detto amichevolmente er biondo, profumavano l’aria, e proprio al centro di questa periferia così provata dalla dura esistenza quotidiana, s’imponeva fiera e claudicante la mole del centro sociale occupato e autogestito, unico e indissolubile baluardo di resistenza metropolitana, estremo simbolo della necessità di riscatto sociale per migliaia e migliaia di proletari.
All’interno del centro sociale una luce sufficientemente potente illuminava la sala destinata a ospitare l’assemblea di gestione, unico e autorevole consesso deputato ad assumere tutte le gravi e ultime decisioni per fornire adeguata risposta ai problemi del quartiere e affrancare milioni di proletari dall’infame giogo capitalistico.
Intorno a un tavolo ovale gli intrepidi militanti del centro sociale sfogliavano appunti e quotidiani sparsi, riflettevano confusamente mischiando personale e politico, i propri destini e quelli dell’umanità sofferente, ben poggiati su sedie arrugginite, avanzi di traslochi andati a male o di bar in liquidazione rigorosamente coatta.
A osservarli severamente da pericolosi scaffali perennemente in procinto di cadere sulle teste di qualche malcapitato frequentatore o avventore occasionale, c’erano polverose copie del Gramna, di Rosso e di altre storiche riviste, patrimonio universale, non si pretende dell’umanità ma, almeno, del movimento antagonista. Tali riviste, unitamente e in concorso a volantini, scritti e libri sacri del pensiero rivoluzionario, componevano il glorioso archivio del centro sociale, opera incompiuta da anni nell’attesa che qualche volenteroso un po’ masochista e resistente a fastidiose forme allergiche, potesse dargli definitiva sistemazione. Dalla cima di questi scaffali Kim Il Sung raccolto nella sua opera ormai introvabile, osservava accigliato, mentre le copie dei vari congressi del partito comunista albanese parevano guardarsi con sospetto e diffidenza con moli di documenti sul rifiuto del lavoro dell’autonomia romana degli anni settanta.

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La situazione non era affatto eccellente nonostante la confusione sotto il cielo quando il comandante Ramingos estrasse dal suo capiente zaino sorprendentemente trendy la sua voluminosa agenda. Un’agenda normale solo all’apparenza, con l’ordinaria indicazione dei trecentosessantacinque giorni (non era anno bisesto) e la rubrica telefonica finale sulla quale avrebbero volentieri messo le mani solerti agenti e funzionari della Digos.
L’agenda del comandante Ramingos, tuttavia, conteneva l’elenco degli argomenti che lo stesso intendeva sottoporre alla discussione assembleare, una lunga lista di questioni decisive per liberare il proletariato da secolari catene e che faceva ragionevolmente presagire una lunga durata di quella riunione. Infatti, il buon Ramingos ruppe gli indugi e diede inizio ai lavori (si fa per dire), affermando con la giusta rabbia: «A compà c’avemo un sacco de cose da discute».

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