[Laspro 35] Il drone sul Corto

Secondo appuntamento stasera alle 21.30 con i reading di Laspro negli spazi sociali romani sotto attacco: dopo la Biblioteca Abusiva Metropolitana, è la volta di uno degli spazi storici tra le occupazioni cittadine, il Corto Circuito, nel quartiere di Cinecittà, che guarda caso festeggia 26 anni di occupazione. E guarda caso oggi Laspro festeggia 7 anni di vita! Che, non passate a farci gli auguri? A dopo!

corto

Questo è il racconto sul Corto Circuito pubblicato sul numero 35 di Laspro:

di Mimmo Niglio

Ahia! Mamma che botta!
E pensare che un mio fratello sta inviando immagini dalla Siria, un altro si spia le riunioni delle famiglie mafiose in Sicilia, un altro ancora le piantagioni di coca in Colombia e io.. qui! A controllare il nulla e pure sbattuto a terra senza preavviso! E già, perché i due prefetti, per il Giubileo dei due Papi (ho qualche problema di circuiti io, o davvero è tutto doppio?), hanno deciso di imporre su Roma la no-fly zone, ma nessuno ha pensato di avvertirmi!
Oh, scusate.. non mi sono ancora presentato.
Mi chiamo Parrot.. per la precisione, mi chiamo Parrot AR Drone 2.0 e sono, appunto, un drone che, a differenza dei più fortunati fratelli, è finito nelle mani di un certo Sedano, Carota… o non ricordo che altro ortaggio (questa la capiscono in pochi, nda), che mi ha mandato a spiare il Corto Circuito, un Centro Sociale Occupato Autogestito che, lui dice, potrebbe essere pericoloso. Pericoloso? Boh… io sono due anni che sorvolo questo posto, ma la cosa più pericolosa che ho visto, è stato un ragazzino che si è lanciato dallo scivolo con la testa in avanti (peraltro, subito redarguito dalla mamma). Continua a leggere

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[Laspro 35] Il verbale d’assemblea

di Renato Berretta (da Laspro 35 marzo/aprile 2016)

Correva un lunedì come tanti, il primo lunedì che dio comandi, anzi facciamo qualcun altro che è meglio, il giorno che il vecchio Vasco ha confidato urbi et orbi di odiare in un suo celebre pezzo, il giorno detestato ben prima che il citato Vasco facesse outing da nutrite schiere di dannati della terra costretti a ricominciare la propria settimana lavorativa proprio in questa malinconica giornata. Il lunedì, insomma, che si presenta già di per sé come una delle tante iatture della società capitalistica bisognosa d’intraprendenti produttori e accaniti consumatori.
Era già di sera e non mi va d’inventarmi fantasie per descrivere le posizioni lunari, se c’era la luna piena degli innamorati, l’ambigua mezzaluna che non sai mai da che parte prenderla o quella negata al fallibile occhio umano. Tantomeno mi metto a indugiare sulla posizione delle stelle, non m’interessano gli oroscopi e non credo alla storia dei desideri che s’avverano di fronte a un astro cadente (mai ‘na gioia).
Si può dire, però, che era d’inverno, il freddo di gennaio, non troppo freddo però, eravamo dentro le medie stagionali come avrebbe sentenziato Bernacca, con una ventilazione inapprezzabile come avrebbe chiosato in una delle sue immortali radiocronache il buon Sandro Ciotti.
Da pochi minuti erano trascorse le nove della sera, nelle case normali si sparecchiava la tavola e si lavavano i piatti, dalle finestre rigorosamente chiuse provenivano fastidiosi rumori di televisioni accese all’ora di massimo ascolto (quindi la peggiore).
Tutto questo dentro una delle tante periferie romane, teatro di questo breve quanto didascalico racconto, periferia che si definirebbe senza eccessiva originalità degradata, con palazzi alti e automobili ammucchiate a casaccio che tanto che n’ce esci? Gli effluvi del fiume Tevere detto amichevolmente er biondo, profumavano l’aria, e proprio al centro di questa periferia così provata dalla dura esistenza quotidiana, s’imponeva fiera e claudicante la mole del centro sociale occupato e autogestito, unico e indissolubile baluardo di resistenza metropolitana, estremo simbolo della necessità di riscatto sociale per migliaia e migliaia di proletari.
All’interno del centro sociale una luce sufficientemente potente illuminava la sala destinata a ospitare l’assemblea di gestione, unico e autorevole consesso deputato ad assumere tutte le gravi e ultime decisioni per fornire adeguata risposta ai problemi del quartiere e affrancare milioni di proletari dall’infame giogo capitalistico.
Intorno a un tavolo ovale gli intrepidi militanti del centro sociale sfogliavano appunti e quotidiani sparsi, riflettevano confusamente mischiando personale e politico, i propri destini e quelli dell’umanità sofferente, ben poggiati su sedie arrugginite, avanzi di traslochi andati a male o di bar in liquidazione rigorosamente coatta.
A osservarli severamente da pericolosi scaffali perennemente in procinto di cadere sulle teste di qualche malcapitato frequentatore o avventore occasionale, c’erano polverose copie del Gramna, di Rosso e di altre storiche riviste, patrimonio universale, non si pretende dell’umanità ma, almeno, del movimento antagonista. Tali riviste, unitamente e in concorso a volantini, scritti e libri sacri del pensiero rivoluzionario, componevano il glorioso archivio del centro sociale, opera incompiuta da anni nell’attesa che qualche volenteroso un po’ masochista e resistente a fastidiose forme allergiche, potesse dargli definitiva sistemazione. Dalla cima di questi scaffali Kim Il Sung raccolto nella sua opera ormai introvabile, osservava accigliato, mentre le copie dei vari congressi del partito comunista albanese parevano guardarsi con sospetto e diffidenza con moli di documenti sul rifiuto del lavoro dell’autonomia romana degli anni settanta.

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La situazione non era affatto eccellente nonostante la confusione sotto il cielo quando il comandante Ramingos estrasse dal suo capiente zaino sorprendentemente trendy la sua voluminosa agenda. Un’agenda normale solo all’apparenza, con l’ordinaria indicazione dei trecentosessantacinque giorni (non era anno bisesto) e la rubrica telefonica finale sulla quale avrebbero volentieri messo le mani solerti agenti e funzionari della Digos.
L’agenda del comandante Ramingos, tuttavia, conteneva l’elenco degli argomenti che lo stesso intendeva sottoporre alla discussione assembleare, una lunga lista di questioni decisive per liberare il proletariato da secolari catene e che faceva ragionevolmente presagire una lunga durata di quella riunione. Infatti, il buon Ramingos ruppe gli indugi e diede inizio ai lavori (si fa per dire), affermando con la giusta rabbia: «A compà c’avemo un sacco de cose da discute».

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[Pop-Corner] Dal muretto al centro sociale

La genesi degli spazi occupati a Roma

di Duka (da Laspro 35 marzo/aprile 2016)

Immaginate una città dove non esistevano pub, dove le birrerie si contavano su un palmo di mano, senza locali e centri sociali per ascoltare e suonare la propria musica. Una città noiosa. Un dormitorio, come si diceva allora. Ebbene questa era la Roma dei primi anni ’80, un posto buono per farsi le pere, scenario – di grande bellezza – vuoto di sfondo alla dipendenza di una generazione. Il decennio avanza tra repressione poliziesca ed eroina, un periodo sintetizzabile nell’immagine di un gesto che scandiva il rituale di quei giorni eternamente uguali: il risciacquo.
Un atto che si materializzava a buco appena fatto: per non buttare niente della dose si aspirava con una siringa il sangue, in modo da ripulire la spada dagli scarti della sostanza rimasta attaccata alle pareti, poi si ristantuffava l’ultima miscela di nuovo dentro le vene.
Rito sacrificale consumato sull’altare di una mutazione antropologica appena iniziata che accompagnerà una intera generazione lungo il decennio del disincanto.
Se abbandoniamo queste suggestive venature tardoromantiche, il file dei ricordi e della riflessione apre una finestra sui giorni lenti e noiosi, trascorsi seduti su un muretto, tra una canna e un’altra canna ancora. Eravamo comitive formate perlopiù da soli maschi, pronti a gettarsi in massa – ogniqualvolta si presentava la rara occasione – sulla malcapitata amica di turno. All’inizio ci parlavamo addosso del tempo che fu, quello dei movimenti.
Di lì a breve, l’argomento si sarebbe ristretto ai movimenti di droga.
Tra il 1979 e il 1982, la stragrande maggioranza dei miei conoscenti, amici e amiche erano diventati tossicodipendenti di eroina. Chi ne era rimasto fuori poteva considerarsi un sopravvissuto, ma trovammo ugualmente in altre dipendenze, non meno infami, la nostra via di fuga. All’epoca tutti scopavamo con tutti fino a che fummo puniti dalla santa inquisizione che abbatté contro di noi il flagello divino dell’Aids, così fummo costretti ancora una volta a imparare a convivere con la morte.
propaganda (2)Storie di tanti anni fa, da ascoltare con in sottofondo Closer dei Joy Division, sonorità che segnarono a pieno il passaggio agli anni ’80. L’apertura di alcune discoteche dove poter ballare punk e new wave fu di fondamentale importanza per le nostre vite e per la nostra formazione. A Roma la più frequentata era il Uonna Club su via Cassia, dove metteva i dischi Prince Faster, allora il dj di Radio Proletaria. Finalmente potevamo ballare quello che ci piaceva e pareva, senza “komunisti” tra i piedi che in precedenza avevano vietato la disco music imponendoci l’ascolto religioso di De Gregori e Pietrangeli. Grazie all’apertura di questi locali, le band cittadine ebbero la possibilità di esibirsi, cosa impensabile prima dell’avvento del punk. Continua a leggere