[Laspro] In arrivo il numero 37. Editoriale

In uscita dopo tempi notevoli il numero 37 di Laspro (ottobre 2016), che si occupa di scuola e di infanzia, in collaborazione con Cattive Maestre e Maestri de Borgata, con cui abbiamo condiviso l’esperienza di Impunito_Festival della Cultura Critica dell’Infanzia.
Per presentare il numero faremo La Mala Educación, un reading tematico giovedì 13 ottobre alle 19 al Csoa Ex-Snia (via Prenestina 173 – Roma) insieme alle Cattive Maestre, nel corso della prima giornata di Logos – Festa della Parola.

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Vi proponiamo l’editoriale del numero 37, a firma di Luigi Lorusso.

Da qualche settimana, milioni di alunni e studenti, dalle scuole dell’infanzia alle superiori, e qualche centinaio di migliaia di insegnanti, bidelli, impiegati hanno ricominciato a frequentare quegli edifici un po’ malandati che sono forse gli unici posti in cui davvero tutti siamo passati: le scuole.
Molto spesso, anche se c’è stata una riforma, nuove assunzioni e il naturale ricambio tra insegnanti e studenti, i gesti che faranno e le parole che diranno saranno poco distanti da quelli dello scorso anno scolastico e dei precedenti.
C’è qualcosa di tremendamente uguale a se stesso nella scuola, tanto che possiamo sovrapporre il ricordo di noi adulti alla stessa esperienza vissuta ora da persone nate trenta o quaranta anni dopo di noi. In quasi nessun altro campo possiamo dire di avere così tanto in comune con la generazione successiva: nelle compagnie tra amichetti, nella gestione degli spazi e dei tempi delle città, nell’uso delle tecnologie, sembra cambiato tutto o quasi. Nella scuola (parlo soprattutto dell’elementare, che è quella che chi vi scrive conosce meglio, in quanto maestro di scuola prima ancora che scribacchino sulle riviste), sembra che ai cambiamenti nei modelli organizzativi non corrispondano dei cambiamenti sostanziali: noi avevamo la maestra, ora ci sono le maestre, da tre in su, fino a sette o anche otto insegnanti per classe; ma se chiedi a un alunno che cosa ha fatto, comunque potrà dire che “oggi ho fatto la D”. Continua a leggere

Il pensiero a Kobane

di Patrizia Fiocchetti*

 

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Situazione sul campo in Siria ad agosto 2016 (da Internazionale)

Kobane è sotto l’attacco dell’esercito turco ormai da giorni. Il governo di Ankara ha dispiegato le scavatrici che a ritmo forsennato e con la copertura armata stanno edificando un muro – un altro ennesimo perimetro di calcestruzzo lungo un confine tra paesi – a dividere la Turchia meridionale dalla Siria settentrionale. Lì dove si trova la regione del Rojava, abbandonata dal governo siriano nel 2012 e dove è divenuto realtà il confederalismo democratico teorizzato da Ocalan, presidente del Partito dei lavoratori curdi (Pkk) con cui ormai da più di un anno si è riacceso lo scontro armato del governo di Erdogan.
I blindati turchi si sono spinti, pare, fino a 20 chilometri di profondità in territorio siriano, con la seconda finalità di impedire, dopo la liberazione da parte dei combattenti delle Forze di difesa popolare curda (Ypg) della cittadina di Manbj dai miliziani del Daesh, l’unificazione geografica e politica dei tre cantoni di Afrin, Kobane e Cezire che compongono, appunto, il Rojava. E questo non piace a nessuno degli stati coinvolti nel conflitto siriano, visti gli interessi che difendono.
Erdogan si è mosso su incoraggiamento iraniano, benedizione siriana – di Assad chiaramente, indifferenza russa, complicità dei curdi iracheni di Barzani e Talabani e impotenza statunitense. Per non parlare del silenzio fragoroso dell’Unione Europea.
Questi i fatti in breve, chi vorrà potrà approfondire: sono moltissimi gli analisti che in questi giorni stanno scrivendo in merito, alcuni sconfessando attraverso le odierne disamine quanto detto solo qualche mese fa.
La realtà è un’altra: nessuno degli stati sopra citati, ha mai veramente voluto che si formasse una realtà indipendente, a maggioranza curda in cui si attuasse un’azione di governo dal basso, condivisa e in cui la rappresentanza superasse le divisioni di appartenenza di genere, etnia e religione
A marzo del 2015 quando ho avuto la fortuna di vivere, anche solo per due giorni, quello che a Kobane si stava realizzando, la città appena liberata era quasi completamente distrutta (nel link il reportage di quei giorni pubblicato su questo blog). Ma intatto era lo spirito di coloro che vi erano rimasti, le donne della Yekitia Star (Unità Stella), le giovani e i ragazzi di Ypj (le forze di difesa femminile) e Ypg, e della gente, uomini e donne che avevano già cominciato a rientrare dal confine di Suruc.
Ciò che avvertivo era un’energia determinata a riprendersi la propria vita, a far rifiorire la propria città, a ricostruire le case, le scuole, le cliniche, i negozi… Su questo lavorava il governo del cantone mentre le famiglie cercavano quanto restava dei propri averi tra le rovine dei negozi e degli appartamenti.

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Manifestazione delle donne a Kobane – 6 marzo 2015

Non ho dimenticato quella sensazione potente di chi è abituato a non arrendersi. In questi mesi da allora l’aspetto di Kobane è mutato, si è liberata dalle macerie: i bambini sono tornati a scuola, le attività commerciali sono riprese, le case sono state bonificate dalle bombe, messe in sicurezza; la fase era quella della ricostruzione. E in questi ultimi mesi, gli operai edili hanno iniziato a scavare le fondamenta per la Casa delle Donne di Kobane – progetto finanziato dall’otto per mille della Chiesa valdese.
In questi giorni non ho fatto altro che pensare alle persone incontrate, alle donne soprattutto, come le amiche di Yekitia Star o alla direttrice della Tv locale Rohani, Xezne Nebi. Ma anche ai bambini che lungo la via principale di Kobane, quella che da piazza della Pace porta dritta all’enorme cancello che divide Kobane dal confine turco, giocavano su sgangherati e impolverati tricicli, spintonandosi e ridendo. Bambini come il taciturno Mustafà, occhi scuri e malinconici, che ci seguì a distanza finché non lo chiamammo per una foto.
Penso a loro perché sono l’ennesimo popolo su cui si consumano strategie internazionali, interessi individuali di superpotenze vecchie e risorte, di potenze regionali che non hanno il coraggio di affrontarsi e si contendono per procura il controllo dell’area, di governi che portano avanti la propria resa dei conti.
Eppure sono lacrime salate quelle versate, sangue rosso quello che scorre a bagnare il terreno…
Altre vittime, ancora e ancora e ancora. Ho la nausea. Bisogna agire.

 

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*di Patrizia Fiocchetti, collaboratrice di Laspro, potete leggere Variazioni di Luna – Donne combattenti in Iran, Kurdistan, Afghanistan (Lorusso Editore 2016). Prossime presentazioni a Roma: venerdì 9 settembre ore 21 Centro di Controcultura Malatesta (via Muzio Attendolo 95 – zona Pigneto); sabato 24 settembre ore 18.30 Libreria Griot (via di S. Cecilia 1 – Trastevere).

[Laspro 36] Editoriale

Laspro 36 (maggio/giugno 2016) nasce in un tavolo da osteria, dagli attentati a Bruxelles, da quant’è bravo papa Francesco, dal Daesh e le teste mozzate, dai giornalisti in giro per Torpignattara alla ricerca di aspiranti kamikaze, dai family day e dai militanti antirazzisti che studiano l’Islam per dire che aspira alla pace, dalle marmellate regalate ai preti agli attici dei cardinali, dagli atei che hanno sempre Dio in bocca alle Scritture di tremila anni che ci insegnano a vivere alle prese di posizione celesti sui disegni di legge: è un grido. È l’insofferenza dell’ateo.

In questo numero: LA PRIMA COMUNIONE Alessandro Bernardini – SUNDAY BLOODY SUNDAY Sabrina Ramacci – DACCI OGGI IL NOSTRO INTEGRALISMO QUOTIDIANO Patrizia Fiocchetti –  CRISTO IN CROCE Valerio Musillo – ASPETTANDO I BARBARI Nicola Bonazzi – SAN BASILIO: LA BORGATA DELLA BALENA SPIAGGIATA Duka – UMANE, SACRE SCRITTURE Antonia Caruso – MAI SENZA RETE a cura di Rete Iside.

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Illustrazione di Ilaria Vescovo

Editoriale

di Emanuele Boccianti

A un certo punto della mia vita diventai ateo. Avrei potuto compiere questa scelta per un sacco di motivi “politici”: vivo in uno dei paesi in assoluto più collusi col potere secolare della Chiesa, un potere al tempo stesso tangibile e invisibile, e, come leggerete nel corso di questo numero, le ragioni per cui si possa crescere con uno spiccato atteggiamento di ribellione o di insofferenza verso il cattolicesimo non sono poche, e secondo me tutte giuste. C’era un “però”, almeno per il sottoscritto. Ateismo come ribellione? Poteva andare bene, ma non per molto. Dopo un po’ si diventa grandi e la ribellione deve trasformarsi, essere inglobata in un processo più ampio, adulto. È un po’ come rifiutare la verdura da piccoli. Che in certi casi – magari ne sapete qualcosa – è stato un rifiuto che aveva un deciso sapore politico, appunto, di resistenza al potere genitoriale, di rivincita. Fino a che non si diventa grandi, il che vuol dire che ci si comincia a muovere nel mondo staccando gli ormeggi che ci assicurano alla nave madre, e le cose che ci succedono finiscono per avere un colore – e un sapore – del tutto nuovo: è cambiato il contesto.
Tipo che siete in trattoria con una ragazza che vi piace e lei ordina una cicoria ripassata; la osservate guardinghi, un po’ di sottecchi, e vi rendete conto che se la sta davvero gustando. Facendo finta di niente allungate la mano e ne tirate su una forchettata, e improvvisamente BAM!, avete scoperto la delizia della cicoria ripassata, con tanto aglio e peperoncino. E vi siete resi conto che lo scontro politico va trasferito su un altro piano. Per me fu uguale.
Crescendo mi sono reso conto che rifiutare la verdura della religione non era qualcosa che volevo fare per non darla vinta ai preti o ai bigotti, ma perché senza un dio che funzioni da ultima istanza morale e teleologica, la narrazione della mia vita sarebbe stata molto più interessante. Agire eticamente diventava una scelta pura – e molto più misteriosa – se non esisteva lo stimolo del castigo divino (un modo di pensare che ho sempre trovato affetto dal modello del padre autoritario/figlio non adulto). Di più: se non esisteva alcuna vita dopo la morte, la mia esistenza tornava ad avere un suo perfetto baricentro interno, il suo senso non era più aldilà, ma era proprio qui, proprio in ogni momento, che è prezioso perché ne abbiamo a disposizione un numero finito. E ho compreso che la differenza tra me e un credente (in generale) è che abbiamo semplicemente dato due risposte esistenziali diverse al problema che hanno tutti, e cioè che la vita è un vero casino.
Per me la realtà è un po’ meno insensata e ostile perché ho scelto di raccontarmela senza nessun vecchio con la barba bianca; per lui è vero esattamente il contrario. Ma nessuna delle due scelte è intrinsecamente migliore, perché non hanno a che vedere col valore di verità dei nostri assunti, bensì con il loro valore esistenzialmente strategico.
Un sacco di atei però non sono arrivati alle stesse conclusioni, mi sembra. È come se avessero continuato a rifiutare la cicoria tutta la vita, irrigidendosi sempre più nella loro convinzione che sia cattiva, al punto che non l’hanno mai più provata. Sono ancora ribelli in fase vetero-adolescenziale, e quella rigidità, anche se non se ne rendono conto, gioca contro di loro. Tanto da farli assomigliare, opposti e simili, ai credenti che detestano. Perché si sono convinti che il loro punto di vista è intrinsecamente giusto. E il punto di vista razionale è quello corretto, l’unico. Se esista o meno il tipo con la barba bianca nessuno lo sa di fatto, e chi pretende di avere certezze gioca sporco, in qualsiasi campo giochi. E per quanto riguarda ragione e razionalismo, esigere che l’universo ragioni come facciamo noi è anch’essa una pretesa infantile. Come scriveva un autore di fantascienza tempo fa: «Per quanto possiate desiderarlo, l’universo non è costretto a restare serio mentre lo osservate». Mi colpì molto quella frase. Ricordo di aver pensato: se non lo è neppure l’universo, figuriamoci se devo sentirmi obbligato io a essere serio.

 

[Laspro 35] Scup reloaded ovvero fenomenologia di una ricostruzione

Ultimo appuntamento con i reading di Laspro negli spazi sociali romani sotto attacco, di cui si parla nel numero 35 di marzo/aprile 2016: dopo la Biblioteca Abusiva Metropolitana e il Corto Circuito, domenica 8 maggio alle 18.30 siamo a Scup, in via della Stazione Tuscolana 84, sgomberato da via Nola e quasi subito rioccupato nei nuovi locali, nel corso di un corteo per le strade del quartiere, proprio di questi tempi, un anno fa. In questo articolo/racconto, si parla della ricostruzione del nuovo Scup. A domani!

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di Gaia Benzi

L’aria è fredda e frizzantina mentre cammino per l’Appio Latino. In mano ho il telefono, moderna bussola, e cerco di orientarmi in un dedalo di strade che a me sembrano tutte uguali. Non ho mai frequentato molto la zona di piazza Ragusa, lo confesso. D’altra parte, non è che ci sia mai stato granché da frequentare. Continua a leggere

Il muro delle coscienze

Storie di ordinaria emergenza – Pordenone

di Patrizia Fiocchetti

Non c’è più nulla da dire. Analisi da fare e fatti da condividere. Racconti, storie non sono ormai sufficienti a muovere interesse, considerazione o semplice pietà. Le emozioni si infrangono contro lo spesso muro alzato dalle nostre coscienze.
Non è una questione di numeri, di fiumi di uomini e donne di ogni età e estrazione sociale che si ammassano privi di identità lungo limiti geografici ardui da superare come montagne innevate e mari in tempesta. Né di bambini immortalati senza vita sulle spiagge turche o greche, o addormentati con la testa sul marciapiede di una strada che porta verso una frontiera chiusa.
La commozione, il dolore sono fugaci sensazioni che colgono il telespettatore, il lettore occidentale per quanto accade a quegli esseri umani sradicati dalle proprie case, dalle loro terre a causa di guerre che non li riguardano, che non capiscono. Si avverte lo strazio degli altri lontano dal nostro difficile ma sicuro quotidiano.
Poi la realtà si trasforma in altro quando questa miseria, che definirei orrore si insinua nelle nostre città, nel nostro territorio forzando l’attenzione riluttante di ognuno. Ponendoci irrimediabilmente di fronte al dilemma dell’agire, del prendere posizione.

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Foto di Cristina Mastandrea dal sito de L’Espresso

Nel numero 8 de L’Espresso del 25 febbraio scorso, c’è un reportage intitolato Noi, i ragazzi dello zoo di Roma. Leggerlo mi ha ghiacciato il sangue: minori immigrati di 13, 14 anni che abitano in cunicoli vicino alla stazione Termini e si prostituiscono per non morire di stenti. Accade qui, in uno degli snodi più affollati della capitale politica dell’Italia, da cui transitano ogni giorno migliaia di persone in movimento. Che però non hanno occhi per vedere.
Ed ecco esseri umani trasformarsi in fantasmi che riprendono vita solo per la soddisfazione di un piacere, questo sì deviato e miserabile. Nessuno sa, nessuno conosce. Quale morale, mi chiedo? Neanche più ci afferra il moto primario dell’indignazione per la sorte di questi sconosciuti, figli di padri e madri ignari dell’ignobile destino a cui li hanno mandati incontro pensando di salvarli?
Sono vittime di un genocidio che non è ascrivibile a uno spazio e un tempo circoscritto. Inizia sotto i bombardamenti dello stato o dall’azione terroristica dei jihadisti da cui si fugge, perché scelta altra non è data. Prosegue sulle rotte dei flussi migratori, via terra o via mare, dove si diventa ostaggi dei contrabbandieri di uomini, gente senza scrupoli che si arricchisce spaventosamente grazie alle leggi restrittive in materia di flussi d’ingresso legale messe in atto dai governi europei. Passa attraverso i manganelli della polizia greca o di quella bulgara, le baraccopoli improvvisate, le corse per riuscire a scampare ai controlli, la fame, il freddo. E se si sopravvive a tutto questo approdando in uno dei democratici paesi europei, termina nella spietata verità del rifiuto e della strada.

 

Pordenone, 18 febbraio. Ero andata in visita a due amici e mi sono ritrovata in un parco, al freddo a parlare con 15 ragazzi afghani che erano stati abbandonati da tutti, istituzioni e associazioni territoriali, fatto salvo per un gruppo esiguo di cittadini volenterosi riunitisi nella Rete Solidale Pordenone di cui la coppia di amici fa parte. Continua a leggere

[Pop Corner] Narrare la fine dell’acquario

Tre romanzi che raccontano un sogno perduto

di Duka (da Laspro 33, settembre-ottobre 2015)

In questo articolo si parla di tre grandi romanzi, diversi tra loro per genere, uniti dalla stessa sensibilità. Il cantare la fine di un epoca di amore e rivolta. Un’era in cui si verificarono profondi sconvolgimenti. Un tempo in cui i giovani assaltarono il cielo.PinchonGentThompson

Lo scenario in cui sono ambientati i tre romanzi

L’era dell’acquario è finita. La controrivoluzione avanza tritando il sogno di milioni di giovani di rovesciare il mondo. Il decennio ’70, negli Stati Uniti, inizia imprigionato dentro un dispositivo tecnomilitare paranoico. Alle ossessioni del vecchio capo dell’FBI J. Edgar Hoover – per pantere nere e gruppi del black power – si aggiunge la fobia del nuovo presidente Nixon per gli hippy. In quei giorni l’inquilino della Casa Bianca non dormiva sonni tranquilli a causa di ragazzi capelloni, drogati e bombaroli. In Vietnam l’esercito più potente al mondo stava perdendo la guerra grazie all’eroica resistenza del popolo vietnamita e al rifiuto di una generazione di uccidere per esportare la “democrazia” americana. Continua a leggere

[Laspro 33] Settembre è un buon mese per iniziare l’anno

Dopo aver saltato, quello estivo, eccoci direttamente al numero autunnale di Laspro, il 33 di settembre/ottobre 2015, che troverete a breve nei punti di distribuzione abituale (che aggiorneremo anche qui sul sito con una pagina specifica). 
Intanto alcuni annunci: ci troverete al banchetto Lorusso Editore il 18-19-20 settembre a Farfa (RI) per Liberi sulla Carta – fiera dell’Editoria indipendente, dal 1° al 4 ottobre al Csoa Ex Snia nel corso di Logos – Festa della Parola e il 17, 23, 26 e 30 settembre in piazza Persiani/Nuccitelli durante le iniziative del ciclo Pigneto Mon Amour, tra cui anche il reading di Laspro il 30.
Inoltre, Laspro cerca illustratori e illustratrici a cui piaccia la rivista per collaborare: veniteci a trovare oppure scrivete a lasprorivistaletteraria@gmail.com.

EDITORIALE
di Emanuele Boccianti

In questo numero: SOPRAVVISSUTO Rawan Yaghi - ROMANZO CULTURALE Sabrina Ramacci - IL DOPPIO SPARO DEI KINA Intervista a Stephania Giacobone e Gianpiero Capra di Luigi Lorusso - EXPO DE DRÊ Cristian Giodice – TEDIO E RIVOLTA Luca Palumbo

In questo numero: SOPRAVVISSUTO Rawan Yaghi – ROMANZO CULTURALE Sabrina Ramacci – IL DOPPIO SPARO DEI KINA Intervista a Stephania Giacobone e Gianpiero Capra di Luigi Lorusso – EXPO DE DRÊ Cristian Giodice – TEDIO E RIVOLTA Luca Palumbo

Settembre è un buon mese per iniziare l’anno, almeno quanto lo è gennaio e forse anche di più. A settembre si sta già scendendo dalla vetta, giù per il crinale che pian piano diventa autunno, e lo stupore per la fine di quella sospensione temporale chiamata estate ha un aroma che è un peccato non saper apprezzare. Per questo il tempo che passa è d’aiuto. Quando ero ragazzino, ogni anno sembrava una singolarità, qualcosa che non aveva alcun legame con ciò che l’aveva preceduto e che non forniva indizi su cosa l’avrebbe seguito. Man mano che le estati si andavano accumulando nel mio calendario personale, la magia della ciclicità ha cominciato a fare presa su di me e ho iniziato a prestare attenzione al carattere ricorsivo della vita, scandita da processi che si annunciavano con una serie di segnali identici. La loro perfetta uguaglianza divenne alla fine fonte di meraviglia e di piacere, perché nel sapore dell’aria che cominciava a rinfrescarsi di nuovo, dopo la stangata termica agostana, riuscivo a sentire la presenza di altri elementi, che la mia memoria storica stava imparando ad accumulare associandoli a quello stimolo fisico. Anno dopo anno, l’aria strana di settembre diventava una matrioska sempre più obesa, che potevo aprire e ritrovarci dentro quello che vi era rimasto incastrato in tutti i settembri precedenti. Come gli esseri umani avevano scoperto all’alba della nostra storia, stavo infine scoprendo l’emozione e le suggestioni del tempo ciclico. Nietzsche parlava di eterno ritorno, spiegando il tempo circolare come un tempo che non si esaurisce, proprio per la costante reiterazione dei suoi momenti. In una circonferenza nessun punto si perde mai, lo si incontra di nuovo, sempre uguale e diverso, a ogni passaggio. Ogni momento diventa assoluto. Riflettevo sul senso di sicurezza e di conforto che quest’idea mi trasmetteva. Ma un tempo circolare ti può anche incastrare all’interno di quel cerchio. Darti una sensazione di terribile ripetitività, un dogma metafisico vestito dei colori di tutte le stagioni che suona un po’ come “quello che è stato sempre sarà”.

Il tempo lineare, dal canto suo, ci appare come un tempo spietato: una linea diritta in cui ogni suo punto – questa è la sensazione – va inesorabilmente lasciato indietro, mentre noi siamo costantemente proiettati in avanti. Trattandosi di una retta, possiamo comunque vedere il futuro davanti a noi: basta prolungare il binario su cui ci stiamo muovendo. Entrambi questi tempi, circolare e lineare, hanno un enorme problema: il futuro ha una sua direzione già assegnata. I giochi sono già fatti e il binario si può solo seguire. Non c’è alternativa, diceva la Thatcher. In realtà lo sentiamo dire tutti noi di continuo. Ultimamente ho sentito perfino qualcuno che il ritorno di “una” Thatcher se l’augurava. Augurarsi l’ineluttabilità. Ma a essere inevitabile e privo di alternative è un mondo che fa un po’ acqua da tutte le parti. Un mondo in cui, solo per dirne una, i Casamonica possono usare Roma come palcoscenico privato, ma il pugno di ferro l’amministrazione lo usa la settimana dopo, contro gli occupanti di uno spazio sociale, accusati di “invasione di terreni o edifici”. Quand’è che abbiamo smesso di immaginarci il nostro futuro? Quand’è che ci siamo convinti che quanto ci aspetta sia solo la prosecuzione di quello che abbiamo alle spalle? Ecco: disegnare una nuova figura, né diritta né curva. Inventarsi una nuova idea di futuro. Dedicarcisi minuziosamente, con passione e spavalderia. Mi sembra un ottimo proposito, per questo anno appena iniziato.

[Laspro 33] Annuncio + L’editoriale fantasma

L’annuncio è che il numero 33 di Laspro, che doveva uscire a giugno, poi slittato a luglio, è definitivamente rimandato a settembre (d’altronde, chi di noi non lo è stato?). Promette che si applicherà di più. Intanto, pubblichiamo qui l’editoriale, che non avrà mai il sostegno della carta. Qualcosa ancora qui la scriveremo per un po’, prima della pausa estiva. Intanto iniziamo ad augurarvi buona estate. Fa un po’ caldo?

di Luigi Lorusso

Opera di Hitnes al Parco delle Energie - Ex Snia (foto di Valentino Bonacquisti tratta da

Opera di Hitnes al Parco delle Energie – Ex Snia (foto di Valentino Bonacquisti tratta da “La Street Art romana attraverso i centri di aggregazione sociale”)

Riprendendo una vecchia canzone dei Kina, intervistati in questo numero di Laspro, sfoglio i miei giorni uno a uno, i giorni di questo anno prima dell’estate, trascorso come sempre ormai tra l’uscita di un numero e la preparazione di un reading. E sfogliare i giorni equivale a sfogliare le pagine di questa rivista, numero per numero: dalla nostra dichiarazione di sempre, di appartenenza e di militanza, segnata dalle nostre facce con o senza la maschera a gas, in pace o in guerra oppure ancora in guerra e in pace nello stesso momento, come nei murales di Aladin, al nostro Dizionario autocritico della militanza, per ridere di noi, fino alla nostra Dichiarazione di guerra. Dichiariamoci guerra, dicevamo, a noi stessi. Continua a leggere

Gli alberi all’inferno

Mentre nel quartiere Prenestino-Torpignattara si lotta contro il taglio degli alberi e l’ennesima cementificazione, ad opera del supermercato Lidl, riproponiamo questo testo di Alessandra Amitrano, del Comitato di Quartiere di Villa Certosa. A cosa servono gli alberi in quartiere?
di Alessandra Amitrano
(da Laspro 32 aprile/maggio 2015)

Quando sono in macchina, ma anche quando cammino in città, se sono nervosa, alzo la testa e guardo gli alberi e nella mente mi dico: guarda gli alberi, guarda gli alberi, guarda gli alberi.
Finché non li vedo: sono vivi e silenziosi.
Mettono pace.
Lo faccio spesso da quando sono madre. Il quartiere in cui vivo, sciatto malconcio maltrattato, mi fa male. Mi fa male vedere i miei figli camminare accanto a mucchi di spazzatura, mi fa male scansare con loro le siringhe nei parchi, cercare delle risposte quando mio figlio più grande mi chiede perché delle persone gridano, bestemmiano, vomitano, barcollano. Mi fanno molto più male queste cose, da quando sono la madre di due persone.
Allora guardo gli alberi e li faccio guardare anche a loro. Gli dico guarda, glielo dico una volta sola, tanto loro li vedono subito.

Tutte le fotografie sono di Sabrina Ramacci

Ne stavamo guardando uno ieri, quando Diego mi ha detto: «Mamma, puoi smettere di parlare che non sento?» mentre un amico, Luca, ci mostrava i semi della catalpa e ci diceva che hanno le piumine per farsi portare via dal vento, oppure per attaccarsi ai manti degli animali per essere portati in giro da loro.
È vero, mentre Luca parlava, in quel momento, stavo chiacchierando con un’altra persona, ma sentivo tutto e questa cosa dei semi con le piumine che li aiutano a farsi portare via dal vento mi ha dedicato un momento di tenerezza. Per un attimo, per gli attimi di tutti gli alberi che abbiamo guardato, per gli attimi delle bambine e dei bambini che ascoltavano le parole della guida, mi sono dimenticata Torpignattara. Anzi, non me la sono dimenticata, l’ho sentita in un altro modo. Torpignattara ieri era anche amabile, stranamente rasserenante come il rumore delle foglie nel bosco, come il sole che scende sotto il mare.
TP1Grazie ai platani di via Torpignattara, agli olmi e ai tigli di via Filarete, alle catalpe della Casilina, Torpignattara, ieri, non era solo un posto ostile.
Delle persone sconosciute si sono via via unite a noi per fare dei tratti di strada insieme, ad ascoltare le storie degli alberi. Una signora si è affacciata dalla finestra, ci sentiva benissimo, poi ci ha chiesto come si chiamavano gli alberi alti, quelli in mezzo a via Filarete. «Ah sì, gli olmi!» ci ha detto prima di salutarci «ci stanno anche a casa mia, in Abruzzo».
Poi siamo arrivati dall’albero che sembra una madre con tante appartenenze: la quercia del pratino del costone della Certosa. Il costone che di notte si riempie di buchi e disperazione.
Le siringhe erano dappertutto, sbucavano come i fili di un prato umiliato, abbattuto, deriso. E di fronte alla quercia che da un tempo troppo lungo osserva tutto in silenzio, abbiamo guardato l’albero con il cane di pelouche attaccato, quello sotto al quale è morto un ragazzo poco tempo fa. Stava con una ragazza, dormivano. Lui era pieno di roba cattiva. Continua a leggere

Turchia: il ritorno della politica

di Serena Tarabini

«Al sana yeni Türkiye!» – Prenditela la nuova Turchia! – : questo era uno dei titoli dei giornali dell’8 giugno, il giorno dopo il voto. Un invito che riprendeva ironicamente il mantra utilizzato da Erdoğan per questa campagna elettorale: «Vota per una nuova Turchia».

La prima pagina di Cumhuriyet dell'8 giugno 2015

La prima pagina di Cumhuriyet dell’8 giugno 2015

La frase campeggiava sulla prima pagina di Cumhuriyet, il quotidiano per il cui direttore il presidente Erdoğan in persona aveva evocato l’ergastolo la settimana prima, avendo il giornale pubblicato delle foto che ancora una volta provavano l’aiuto materiale in armi che la Turchia da tempo fornisce alle milizie dell’Isis, con la copertura dei servizi segreti. Continua a leggere