Di nausee, razzismi e paura: perché occorre agire

di Patrizia Fiocchetti

Cammino per le strade di questa città. E non ha importanza quale sia, potrebbe essere Roma dove vivo, Pordenone o Udine dove lavoro, o qualsiasi altra che mi capita di attraversare. E mentre ne solco gli spazi i miei sensi sono sempre all’erta a catturare gli stimoli, sguardi fugaci, saluti frettolosi, odori acri o gradevoli, scambi di battute e gesti.

keep fighting

Illustrazione di Lisa Lau

Mi è sempre piaciuto studiare gli altri, le donne e gli uomini nella loro quotidianità costituita da frammenti di stati d’animo e millimetriche espressioni. L’ho fatto fin da giovanissima, semplicemente perché l’essere umano per me ha sempre rappresentato la precipua forma vitale degna d’interesse, da cui imparare, da difendere e proteggere.

Tutte le scelte essenziali della mia vita sono state segnate da questa passione.
Ma ora avrei solo voglia di non sentire e non vedere. Oggi ho la nausea. Da giorni ormai ci convivo. Bloccata lì nello stomaco dove si è ricavata un rifugio, non si trasforma in liberatorio sfogo fisiologico.
Lo ammetto subito: non ho nulla di fisico, sono più di dieci anni che non vengo colpita da alcuna forma di virus influenzale. La radice del malore è chiara: si è sviluppato piano piano, sotto i colpi di un quotidiano e di un contesto politico che inesorabilmente è andato degenerando in modelli di disumanizzazione che non pensavo mai di poter conoscere. 
Stamane la classica goccia, anzi più d’una, che ha fatto traboccare un vaso stracolmo. Tre fatti, non concatenati tra loro ma che si sono succeduti nella giornata a distanza di poche ore, hanno sollevato la nausea, alla mia attenzione. Velocemente li illustro:
1. Mercato: un anziano gestore di un banco urlava contro un giovane straniero che lavora allo stesso mercato: «Aho! Qui buongiorno se dice na vorta sola. Hai capito? Al paese mio è così, la seconda vorta è na presa in giro. Ma vattene ar paese tuo! Va a vede’ che fa tu’ moglie. Sì, va a vede’ che fa mentre tu stai qua».
2. Interno bar. TV accesa su Rainews24 che parla dell’attacco a Parigi di un presunto terrorista contro dei militari davanti all’ingresso del Louvre. Uomo con i capelli bianchi appena entrato: «Oddio! È morto qualcuno?». Risposta di un vecchio seduto a leggere il Corriere dello Sport: «No, pare che questo abbia gridato Allo Acbar (fedele alla pronuncia, nda), e il soldato j’ha sparato». Uomo con i capelli bianchi: «Bravo. Speriamo che l’ha ammazzato».
3. Homepage di Repubblica: notizia del giovane di 22 anni ucciso per vendetta a Vasto dal marito della donna da lui investita e deceduta in ospedale. Freddato con tre colpi di pistola, ha poi deposto la pistola sulla tomba della moglie. Intorno al suo gesto un tifo da stadio a sostenerlo, scatenatosi sui social network.

Non capita anche a voi d’imbattervi in cose simili? E non scatta, forse o qualche volta, in un angolo del vostro cervello la domanda “Ma cosa siamo diventati?” per poi, magari con il tempo, arrivare alla consapevolezza che c’è in atto un cambiamento talmente profondo e radicale nei membri della razza umana, da far letteralmente a pezzi quei valori, quei comandamenti, quei capisaldi – chiamateli un po’ come preferite – con cui si è cresciuti, in qualche modo inscindibili dalla nostra identità?

Be’, confesso, a me sì. Ultimamente queste domande mi assalgono e mi assillano come donna e come persona. E in una società sempre più sbilanciata sullo sviluppo frenetico della tecnologia risolutiva e salvifica, anche se ci ruba l’anima privandoci della capacità di analisi e pensiero, ci ritroviamo a fare i conti con le parti più istintuali di noi stessi.
Nel suo ultimo libro Appello agli abitanti della terra contro il cancro della paura (Pendagron ed.), il ricercatore di medicine naturali Simone Ramilli, fondatore della psicobiotica, scrive: cover Ramilli:Layout 1«Osservando la litigiosità sociale in forte aumento, è legittimo sospettare che l’essere umano nel delegare alle macchine molte delle sue funzioni cognitive superiori (in passato necessarie a svolgere la vita quotidiana e le relazioni sociali), abbia per paradosso favorito il riaffiorare del suo fondo ferino e più brutale»

Davvero paradossale, ma la paura oggi impera tra le persone. La paura che ci venga portato via ciò che è nostro dall’altro, lo sconosciuto che irrompe nelle nostre vite, le nostre città, ci ruba il lavoro, l’avvenire, attenta alla nostra vita e al nostro spazio esistenziale. La paura, privata della curiosità sentimento performante e cinetico, che spinge l’umanità a scoprire, a superare i limiti, a confrontarsi con l’ignoto, fa ripiegare su se stessi nella scelta di difendere ciò che stabiliamo essere nostro. E si tracciano confini, si elevano muri, si alzano barriere e barricate a respingere.
Siamo esseri predatori, i più sofisticati ed evoluti, ma quando i sentimenti primitivi entrano in azione, siamo i più crudeli, gli sterminatori, unici che decimano senza pietà i propri simili e distruggono città e villaggi, danneggiando in modo irreparabile il proprio stesso habitat.
Gli editti dei potenti di turno si reggono su tali istinti e allo stesso tempo ne fomentano il dilagare. La pancia della società parla e agisce con sempre maggior foga e spietatezza, forte di chi ispira che è poi lo stesso che gli concede la legittimità del giusto. Ma la pratica dell’odio è forse un’azione di controllo esercitata su tutti noi? E gli interessi di chi serve?
La nausea è il segno psico-fisico della ripugnanza morale. La via per non soccombere ad essa risiede nell’azione del pensiero che si fa parola, segno, nella libertà d’espressione che è denuncia forte e adamantina. Perché occorre agire per scuotersi dall’oscuro impulso primordiale di sopraffazione e annientamento. Assumere ognuno il senso di sé attraverso la difesa dell’altro e del tutto, inteso come esseri viventi e natura.

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