Il velo della discordia

di Patrizia Fiocchetti

Le immagini sanno emozionarti, coglierti di sorpresa, offenderti. Le immagini arrivano dritte a colpire un punto dolente dello spirito, andando a sollecitare moti che spesso lasciamo impigrire in qualche angolo di noi stessi. Le immagini, le foto parlano. Ma la loro lingua va poi decodificata, in qualche modo contestualizzata.

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Non ho potuto fare a meno di passare interi minuti ad osservare la fotografia scattata l’11 febbraio scorso a Teheran, dove sono ritratte alcune ministre svedesi in hijab (coperte sia il capo che le forme del corpo) sfilare, con una postura alcune quasi ripiegata su se stessa, di fronte ad un sorridente e, perché no, anche soddisfatto Hassan Rouhani, presidente di quel regime teocratico che dal 1979 stringe in una morsa l’Iran e il suo popolo.

Non mi soffermo sui sentimenti provati, ne citerò uno solo, la vergogna, per me rappresentativo in quanto donna che guarda altre del suo genere rinnegare se stesse nello spregio delle proprie sorelle.
Il punto del contendere non è il velo di per sé, tanto per chiarire. O almeno non nella lettura un po’ frettolosa e sempre così tritamente “relativista” fatta da taluni giornalisti e/o commentatori su Facebook. Perché il velo, lo hijab in Iran non è legato all’appartenenza religiosa all’Islam sciita o ad una caratterizzazione socio-culturale. In questo grande e tormentato paese il velo è sempre stato inteso quale strumento di natura politica.
Nell’ultimo periodo della monarchia Pahlavi, durante le manifestazioni popolari di piazza che contestavano una politica di occidentalizzazione sfrenata colpevole di aver impoverito la società a favore di una classe dominante arricchitasi grazie agli accordi economici con le aziende straniere, soprattutto americane e britanniche, in materia in primis di estrazione e vendita del petrolio, le donne erano in prima fila a sfidare la polizia a cavallo indossando il chador, letteralmente “tenda”, l’abito nero e informe che ricopre completamente il corpo femminile. Il chador era divenuto un simbolo di lotta contro quei valori importati che servivano però gli interessi della casta. I cavallerizzi monarchici caricavano le manifestanti strappandoglielo di dosso.Iran Revolution 1979
Nella breve parentesi post-rivoluzione del 1979 – non islamica come viene troppo spesso definita da chi tende a semplificare processi storico-politici ben più complessi – durante la quale gli iraniani assaporarono il senso della libertà di espressione e di partecipazione, le donne godettero della possibilità di scegliere, tra le altre cose, anche come vestire.
Ma fu una parentesi appunto: come dimenticare la preghiera del venerdì di inizio 1980, quando Khomeini, che stava consolidando il proprio potere effettivo attraverso l’elaborazione di una costituzione, questa sì basata sulla lettura più radicale dell’Islam sciita, profittando della debolezza di quei partiti e organizzazioni politiche decimati nelle prigioni dello scià, tenne il suo definitivo affondo alla libertà del popolo iraniano?

«I riflessi della luce del sole sui capelli delle donne
sono come le fiamme dell’inferno».

Non dimenticherò mai questa frase: ero in Inghilterra e ascoltai il suo discorso alla televisione, con i sottotitoli in inglese. Da quel giorno le donne e la società tutta si sono ritrovati nella morsa di una dittatura teocratica spietata. Il velo è diventato una imposizione, il simbolo stesso della teocrazia.
Torniamo alla foto. A queste donne occidentali, di un governo femminista, in fila, una dietro l’altra, quasi passate in rassegna dallo sguardo dei due uomini presenti. Perché sono lì? Il motivo è chiaro: con l’Iran si fanno affari, si stringono accordi commerciali vantaggiosi per entrambe le parti. D’altronde, prima di loro altre rappresentanti di istituzioni europee hanno sfilato incuranti dei diritti delle iraniane calpestati ogni giorno della loro vita dal regime degli ayatollah. La Mogherini, ad esempio, che ha partecipato agli incontri per gli accordi sul nucleare iraniano, e che mai, proprio come i suoi colleghi maschi, ha messo sul tavolo delle trattative la questione della violazione dei diritti umani e di genere e civili e delle minoranze e sindacali e religiosi. Gli affari prima di tutto. Non rappresenta forse l’Iran, nella dinamica del neo-liberismo e nella ingordigia del libero mercato una terra vergine dove andare a riaffondare le mani?

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Quindi, queste donne occidentali a cui è facile, troppo anche, sfidare un Trump reso così banalmente nemico delle donne, con foto rivendicativa o con proclami che stressano i valori europei, mettono a nudo la falsità del loro dichiararsi portatrici di una politica al femminile, se non addirittura femminista, proprio lì dove l’interesse di un potere che segue i dettami economici del moderno patriarcato, le pone di fronte al limite da non superare.
Per cui si parte verso uno stato omicida, detentore del record di esecuzioni capitali, al fine di promuovere gli interessi del proprio paese seguendo le orme e i dettami dei colleghi/predecessori uomini. Tutte le atrocità commesse contro altre donne come noi, contro altri esseri umani, non contano: in fin dei conti, da quando i diritti umani in ogni loro gradazione, sono diventati questione da dibattere a livello politico?
Ma a queste donne e alle tante femministe che hanno parlato in loro difesa, voglio dire: non è sufficiente una foto di sfida a dare sostanza e profondità alla lotta.

Per una politica al femminile occorre cambiare passo, prospettiva per le azioni che si vanno ad intraprendere e promuovere. E in Iran, come in tanti altri paesi, la questione della repressione praticata e codificata contro le donne è innanzitutto politica, fa parte della ragion d’essere di un sistema che altrimenti scricchiolerebbe e andrebbe in frantumi.

Questo, infine e tanto per sfatare qualsiasi dubbio, proprio nel rispetto di tante nostre compagne che decidono di portare avanti la proprio lotta per l’affermazione dei diritti coprendosi la testa e il corpo.

 

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