#CyclingForPalestine Day 93 Hebron. The day before

Il 17 maggio è arrivato in Palestina Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, il viaggio in bicicletta di Captain Tom No che Laspro segue sin dalla sua partenza da Roma del 16 febbraio. Ora il giro prosegue all’interno della Palestina sotto occupazione, con la partecipazione anche di cicloviaggiatori palestinesi. È  possibile sostenereCycling for Palestine con un abbonamento speciale a Laspro da 20 euro (10 per la rivista, 10 per Cycling for Palestine).

di Captain Tom No

Ci si abitua a tutto nella vita. Io per esempio mi sto abituando ai coloni che girano attorno al piccolo edificio in cui mi sono, diciamo, sistemato. Loro sono qui per provocare e noi per respingerli e per filmare. Ci si abitua persino all’esercito, che la mattina alle otto te lo trovi già implotonato davanti al cancello.
Nelle ore centrali e in quelle tardo pomeridiane invece c’è un bel commando di capre le quali, noncuranti della situazione, brucano e scacazzano placide, salvo qualche sporadica cornata al piccolo cane che in teoria dovrebbe fare da pastore, e che in realtà non si capisce bene che ruolo abbia se non quello di essere mero oggetto di sfogo. L’itinerario delle capre prevede anche uno stretto passaggio tra due mura a secco, con alla fine una scala in ferro piuttosto ripida; e non vi dico che situazioni si vengono a creare quando il gregge s’arrampica sui pioli: spinte, cornate, calci, momenti di altissima tensione. Il cagnetto in una nuvola di povere scaraventato qua e là a testate, una roba decisamente inquietante insomma.

Con Em Abed e la sua bellissima casa a Hebron, vicino Shuhada street.  Ieri sera ho potuto assaggiare sulla pelle l'umiliazione dei checkpoint: un gruppo di coloni ha deciso di creare disordini e in tutta risposta l'esercito ha chiuso il checkpoint ai palestinesi. Tra loro uomini anziani in attesa da ore, in piedi, a cui si impedisce persino di tornare a casa.

Con Em Abed e la sua bellissima casa a Hebron, vicino Shuhada street. Ieri sera ho potuto assaggiare sulla pelle l’umiliazione dei checkpoint: un gruppo di coloni ha deciso di creare disordini e in tutta risposta l’esercito ha chiuso il checkpoint ai palestinesi. Tra loro uomini anziani in attesa da ore, in piedi, a cui si impedisce persino di tornare a casa.

Pranzo da Em Abed, la quale ha una bellissima casa proprio in Shuhada Street che da dove sono io è a due passi letteralmente. Shuhada Street e i suoi piani in successione, non saprei dire se più spettrali o più surreali: porte in ferro sprangate dall’esterno e grate alle finestre, soldati, torrette. Con gli accordi del ’96 che ne stabilivano la riapertura e il libero accesso ai palestinesi, gli israeliani ci si sono puliti il culo con licenza parlando, e la ratifica l’hanno siglata col filo spinato e del buon acciaio.
Ma fatto sta che grazie a Sohaib riuscirò a trovare tutto, basilico fresco, cipolla fresca, carne macinata, carote, aglio e pasta italiana. Non mi ci vorrà molto per preparare un discreto ragù. Strano poi, non è da me. Io sono negato in cucina. Ebbene si, ho fatto la spesa e ho cucinato per sette persone. Io. In Palestina. A Hebron città polveriera. Arrivo con la bici e faccio fettuccine al ragù, per i palestinesi. Pazzesco davvero.
La casa ha un ingresso su strada con un’ampia scalinata che termina in una corte; da questa poi si accede a ognuno dei vani coperti, cinque in tutto: cucina, bagno e tre camere. La corte funge anche da soggiorno e zona pranzo ed è davvero piacevole starsene tra le sue fresche mura in questi giorni di caldo opprimente. Ovviamente non si è potuto evitare di installare una robusta grata in ferro di dimensioni pari all’area della corte stessa; sospesa a circa sei metri da terra, la grata protegge le nostre teste da pietre o oggetti vari che erroneamente i coloni potrebbero scagliare in modo reiterato e sistematico. Ad ingentilire le sue maglie non può esserci l’edera, datosi che questa necessita di posizioni fresche a mezz’ombra o a ombra, pertanto si è optato per della juta plastificata di colore verde, non bella certo ma che facilmente può illudere l’occhiata fugace, e sicuramente fornisce riparo dal sole cocente e tonalità appropriate. Continua a leggere

Palestina, obbligati a resistere – parte III

Il villaggio di At-Tuwani: dove esistere è resistere e resistere è esistere

di Patrizia Fiocchetti

Qui la prima e la seconda parte

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In rosso, l’area C della Cisgiordania (fonte: B’tselem)

Sud della Cisgiordania, provincia di Hebron. Transitiamo accanto alla zona dove sparirono i tre giovani coloni, la via è bloccata per impedire il passaggio dei palestinesi verso nord. Già da tempo gli israeliani sono impegnati nella costruzione di una superstrada che conduce verso il Mar Morto tagliando a metà i territori palestinesi.
Sulla cima di una collina si intravede una torretta di guardia, segno inequivocabile della presenza di una base militare, altro sistema utilizzato per la confisca delle terre palestinesi. Siamo in area C sotto il completo controllo israeliano, dove i palestinesi residenti sono soggetti alla legge militare. L’espressione magica è “motivi di sicurezza”, e seppur permesso ai palestinesi appellarsi alla Corte Suprema israeliana per far valere i propri diritti di proprietà, difficilmente gli verranno restituite: nel 2013 il governo ha riconosciuto ai militari il diritto di esproprio di terre. Tra un anno o due invece delle postazioni militari si vedranno già i primi nuclei dei nuovi insediamenti che giorno dopo giorno, acro dopo acro si annetteranno altra parte dello Stato palestinese.
L’area C, dove vivono 297 mila palestinesi, rappresenta il 62% della Cisgiordania. Militari e coloni, il cui numero è in aumento con l’espandersi degli insediamenti, vi spadroneggiano usando contro i palestinesi tattiche coercitive e violente con il chiaro obiettivo di costringerli ad abbandonare “spontaneamente” le loro terre. Qui la resistenza degli uomini e delle donne assume i contorni di una quotidianità che si trasforma nell’esistenza stessa.

All’inizio della strada che conduce ad At-Tuwani c’è un checkpoint di soldati israeliani. Hanno fermato un trattore guidato da un uomo anziano con seduto accanto un adolescente. Li osserviamo in silenzio mentre gli controllano i documenti, gli fanno delle domande, probabilmente sempre le stesse a cui l’uomo pazientemente risponde per poter avere il permesso di recarsi a coltivare i suoi campi.
20140807_At-Tuwani_6 (1)Ad accoglierci al villaggio c’è Abdel Nourani coordinatore dei comitati popolari di resistenza non violenta a sud di Hebron. «At-Tuwani conta 350 abitanti. Fino al 2008 qui non c’erano costruzioni a parte due o tre case. Quello che vedete è frutto delle nostre attività di resistenza non violenta». Abdel è nato qui, dove giunsero i nonni fuggiti dal loro villaggio vicino Beersheva durante la Nakba (catastrofe) nel 1948. Ci fa visitare At-Tuwani che si sviluppa in alto tra le brulle colline. «Nel 1999 venne dato l’ordine di abbandonare i villaggi di tutta questa zona che doveva essere trasformata in area di addestramento militare. Si è scatenata un’ondata di violenza indicibile, gli abitanti sono stati caricati a forza sui camion, una vera e propria deportazione. Ma tutto ciò rispondeva a una chiara strategia sionista, ancora in atto. Le colline a sud di Hebron sono delimitate a nord dalla bypass road» il nuovo sistema di strade adottato da Israele fin dal 1970 è quello di bypassare le città e i villaggi palestinesi, collegando direttamente gli insediamenti tra loro e alle grandi città israeliane «e a sud dalla linea verde, i confini del 1967, l’obiettivo è il trasferimento dei palestinesi che qui risiedono nelle aree a nord della bypass road, per liberare la zona delle colline a sud di Hebron dalla nostra presenza».
20140807_At-Tuwani_2 (1)«Siamo sparsi in piccole comunità. At-Tuwani è la più grande e anche la più rappresentativa poiché è la porta di accesso alle colline. Le persone campano di agricoltura e pastorizia e distruggere questo mondo è semplicissimo: basta dichiarare le nostre terre fire zone. Nel 1999 noi decidemmo di resistere, di non cedere e questo mentre era già in atto l’altra forma di occupazione attraverso la costruzione selvaggia degli insediamenti lungo il percorso dell’autostrada, con il chiaro intento di tagliare la via di comunicazione verso il nord usata dai palestinesi che vivono in questa zona».
At-Tuwani fu oggetto di attacchi continui proprio a causa della posizione considerata strategica. Ma la notizia della deportazione aveva raggiunto alcune organizzazioni pacifiste israeliane che si recarono nella zona rompendo il silenzio intorno a ciò che stava accadendo e affiancandoli in un’azione legale davanti alla Corte suprema israeliana che dopo quattro mesi decretò il rientro degli abitanti nelle loro case. «Fu un grande successo ottenuto grazie all’attenzione internazionale che si focalizzò sulla nostra causa. Ad At-Tuwani abbiamo continuato a costruire abitazioni, infrastrutture. Siamo l’unico villaggio ad avere strade, elettricità, accesso diretto all’acqua di cui usufruiscono gli altri villaggi della zona che vivono in condizioni decisamente peggiori. At-Tuwani è inserito in un piano regolatore che non cessiamo però di “forzare”: l’ultimo esempio è l’asilo nido, l’edificio all’ingresso del villaggio, in un’area dove non avremmo il permesso di costruire. I militari israeliani si sono presentati per portare via il materiale edile ma le nostre donne si sono messe davanti alle ruspe e con i loro stessi corpi hanno impedito l’esproprio».
Abdel ci guarda, occhi scuri profondi e tranquilli. «At-Tuwani era un villaggio come gli altri. Ma ha deciso di sfidare l’occupazione militare: le intimidazioni, la violenza e gli arresti perché diciamo no a chi ci nega la libertà di movimento, a chi ci ruba la terra, ci demolisce le case. Teniamo testa alle logiche aggressive dei coloni israeliani, i più violenti della West Bank poiché seguono un’ideologia nazional-religiosa in cui si teorizza che queste terre siano state donate loro da Dio. Ci attaccano fisicamente, distruggono le nostre proprietà, avvelenano i nostri pozzi uccidendo le nostre bestie, bruciano i nostri campi, tutto ciò con la protezione dei militari che non possono neanche sfiorarli poiché i coloni sono soggetti alla legge civile. Ed ogni denuncia è inutile: nessun poliziotto israeliano andrà mai a chiedere conto a un colono di un sopruso commesso contro un palestinese».
«La forza che prendemmo da quel primo successo ci convinse che la strada da seguire era quella della resistenza pacifica. Ma fu una decisione anche politica poiché uno degli obiettivi non dichiarati dell’occupazione è spingere i palestinesi a rispondere in maniera violenta dando così al sistema sionista l’alibi per intensificare la pulizia etnica. I palestinesi usano la forza? Sono dei terroristi. Pertanto anche se difficile poiché le sirene della vendetta hanno un ben più potente richiamo, l’azione non violenta è stata la scelta irrinunciabile legata alla nostra ferma volontà di restare. Nessun regalo all’occupazione, anche quando si trattò di affrontare la costruzione del muro nel 2006».
Eretto lungo l’autostrada per una lunghezza di 41 km, dalla colonia di Carmel a quella di Baia, il muro impediva ai palestinesi l’accesso a un’ampia zona della Cisgiordania. «Per un anno e mezzo con cadenza settimanale abbiamo tenuto manifestazioni di protesta pacifiche mentre in parallelo portavamo avanti l’azione legale. Una prima decisione della Corte suprema sentenziò la legalità della costruzione del muro; noi proseguimmo nella nostra azione. Nel 2009 la sentenza girò a nostro favore e il muro fu completamente abbattuto».
«La resistenza non violenta è un cammino difficile da mantenere e l’appoggio internazionale è importante poiché per questo tramite la nostra verità può raggiungere l’opinione pubblica di altri paesi, soprattutto dell’Unione Europea e Stati Uniti. Occorre che si comprenda ciò che i palestinesi stanno soffrendo dal 1948. La campagna mediatica sionista ha distorto i fatti storici e quindi il pensiero comune. Quando i palestinesi si difendono militarmente dall’attacco genocida dello stato occupante come sta avvenendo a Gaza, vengono etichettati immediatamente di “terrorismo”. Eppure si tratta di resistenza legittima, riconosciuta anche dal diritto internazionale. Ma il diritto viene sospeso quando si tratta dei palestinesi. Anche se mi rendo conto che parlare di norme internazionali è assurdo trattandosi di una valigia che gli americani spostano o depositano secondo gli interessi che li coinvolgono».
Sorride. «Dunque, vi aspetta un compito importante, quello di farci conoscere. Di raccontare della nostra quotidiana resistenza. Quella delle nostre donne che lavorano nei campi ma sono le attiviste più coraggiose e determinate, insostituibili nell’azione non violenta. Quella dei nostri figli che vanno a scuola tutti i giorni sfidando la rabbia dei coloni e i loro sassi. Come i bambini del villaggio di Tula che passano accanto a due insediamenti di fanatici, scortati dai militari e controllati dai nostri giovani amici italiani di Operazione Colomba che ne salvaguardano l’incolumità; i nostri figli fanno dell’istruzione la loro arma contro l’occupazione. Ognuno di noi è consapevole del ruolo che ricopre nella resistenza contro di essa».
«Immaginate vivere ogni minuto, di ogni giorno, di ogni mese, di ogni anno della vostra vita in un regime di occupazione, di apartheid; soggetti a umiliazioni, privazioni, furti, maltrattamenti, detenzione. A Gaza ti uccidono una volta. Qui ti uccidono ogni minuto, di ogni ora, di ogni giorno, di ogni mese, di ogni anno della tua vita. Il valore della resistenza non violenta sta nell’esistenza stessa di ogni singolo palestinese».

Alfabeto palestinese

Scrissi questo testo nel 2011, al ritorno da un workcamp di lavoro e solidarietà in Palestina, principalmente a Nablus, organizzato dall’associazione Zaatar di Genova nel corso dell’estate. Da allora, le cose sembrano sempre uguali ma in realtà peggiorano, giorno dopo giorno: nuove colonie, nuove forme di oppressione e di apartheid israeliano, nuovi prigionieri, nuovi feriti, nuovi morti. Periodicamente, qualche operazione di sfoltimento demografico della popolazione palestinese, come quella in corso a Gaza a partire dal 6 luglio (bilancio a oggi: 1156 morti, 6700 feriti, 200.000 sfollati su una popolazione di 1,8 milioni di abitanti). I palestinesi però continuano a esistere e a resistere. Allora come oggi, nessuna equidistanza: non c’è una guerra tra due parti in corso. C’è un oppresso e un oppressore. Palestina libera, boicotta Israele. (L.L.)

Arabi
Il primo arabo che incontro è appena dentro la porta di Jaffa, a Gerusalemme, gli chiedo la via del mio ostello e mi ci accompagna. «Sei cattolico?» mi chiede e non so cosa rispondere. «Sì» dico «sono italiano». «Io sono cristiano» dice lui, troviamo l’ostello e mi saluta, «you’re welcome» risponde al mio «thank you». Ho imparato, al prossimo dirò shukran. L’ultimo lo incontro appena fuori dalla porta di Jaffa, è un tassista che mi dice di stare attento agli autisti dell’autobus per il Ben Gurion, l’aeroporto di Tel Aviv, perché «sometimes they are police». In mezzo, un mare di inviti, incontri, mani strette, tè, ringraziamenti e quelli che da noi chiamiamo dispregiativamente salamelecchi. Al-aikum salaam, gente.

Bambini
I bambini di Nablus quando colorano escono dai contorni, quelli di Hebron scappano tra le gambe dei soldati, a Gerusalemme manovrano carri al mercato e hanno la faccia seria. A Qalandia i bambini chiedono shekel ma sono contenti se gli regali un cappellino, a Qalquilya stanno seduti composti e fanno disegni bellissimi. Ad Askar ti fanno gli scherzi ma poi gli dispiace che ti sporchi il vestito, i bambini a Balata non vogliono essere fotografati, le bambine invece sì e si mettono in posa. Ai bambini di Palestina piace il wrestling, soprattutto John Cena, dicono hello, what’s your name e how are you, disegnano il cielo con gli F16 e amano la loro bandiera ma soprattutto ti chiedono «Barcelona o Real?». I bambini palestinesi vogliono il mondo e gliene danno uno spicchio, ma sono tanti e non si danno per vinti.

disegno

Disegno di Raheel, 13 anni, scuola femminile Unrwa di Nablus

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Hebron

Questa sera Laspro partecipa all’aperitivo benefit a sostegno dell’associazione Zaatar per la Palestina. Zaatar da alcuni anni svolge attività di solidarietà con il popolo palestinese, tra cui l’organizzazione di workcamp estivi. Quest’anno ne sono previsti due:
DIRITTI DELL’INFANZIA a Nahr el-Bared, in Libano, dal 25 agosto all’8 settembre
CULTURE, EDUCATION AND REHABILITATION al campo profughi di Askar, a Nablus, in Cisgiordania, dal 20 agosto al 1 settembre.
Durante l’iniziativa (dalle 19 allo spazio Fucina 62 in via Ettore Giovenale 62 al Pigneto), sarà esposta la mostra fotografica Ordinary Restrictions di Alessandro Ciccarelli e la mostra delle illustrazioni di Shahd Abusalama, blogger di Gaza già intervistata su Laspro, e minireading di Laspro con Luigi Lorusso e Luca Palumbo.
locandina zaatar - fucina
Quello che segue è un testo che scrissi durante il mio primo viaggio in Palestina con Zaatar, due anni fa, al ritorno da Hebron, dove andammo in visita, prima di cominciare il workcamp vero e proprio. Continua a leggere