Viaggio nel limbo ateniese (II parte)

Qui la prima parte

di Patrizia Fiocchetti

Ritorno al Pireo, questa volta da sola, dopo due giorni. Cammino e avvicinandomi al Gate 3, mi avvedo del parcheggio vuoto. Scomparse le tende e un uomo con un gilet arancione sta lavando l’area. Dall’interno della palazzina escono operai che trasportano sacchi pieni di rifiuti mentre un altro è alla guida di un’auto pulente.
«Non può entrare». La biondina greca della sicurezza mi lancia il monito senza alzare lo sguardo dal cellulare. Non ne ho intenzione, la rassicuro. Li hanno trasferiti, quindi. «Sì, ieri mattina. Alla fine hanno ceduto» e mi volta le spalle per rispondere a una chiamata.
Proseguo lungo l’ampia banchina a cui sono attraccate le navi traghetto che portano a Creta. Incrocio gruppetti di ragazzi che si dirigono verso l’uscita, camminano in silenzio, il sole è impietoso. All’ombra di una tettoia che protegge una fermata d’autobus, incontro due uomini iraniani che parlano con una ragazza greca, una volontaria che prima di allontanarsi li abbraccia.

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Tutte le foto sono di Patrizia Fiocchetti

Ali Reza ha 25 anni e viene da Teheran. «Sono fuggito perché non volevo andare a farmi ammazzare in Siria. Dopo una sessione di tiro nel mio addestramento come militare di leva, fui chiamato dal comandante che mi diede la notizia: vista la mia bravura sarei stato inviato in guerra. Non ne volevo sapere. Sono fuggito dalla caserma ma quelli della Sepah pasdaran (corpo dei guardiani della rivoluzione, nda) mi hanno trovato e arrestato. Ho trascorso diversi giorni nella prigione della 66° Sepah, picchiato con bastoni, guarda» e mi mostra le mani. «Mi hanno spezzato le dita. Alla fine ho ceduto, e nelle 24 ore che mi hanno concesso per preparare i miei effetti personali, sono scappato fuori città, nei villaggi. Lì ho contattato dei passeur che mi hanno aiutato ad attraversare le montagne. E poi la Turchia, il mare e ora qui, intrappolato in Grecia».
Il secondo si presenta come Mo, 35 anni di Ahwaz (sud dell’Iran). Lui in carcere ci ha passato un anno e mezzo. «Ho subito torture, violenze di ogni genere. Non ci volevo proprio andare a morire in Siria. Li ho ingannati dichiarando che mi pentivo e che accettavo di partire. Ma sono riuscito a fuggire approfittando di una loro distrazione». È di poche parole, preferisce non fornirmi altri particolari.
«La situazione economica in Iran è un disastro. Ma non me ne sarei mai andato per quel motivo. Il problema è un governo che non pensa al bene della propria gente». Ali Reza è decisamente più prolisso. DSCN0237«Qui dormiamo in strada, due tende una vicina all’altra a Ellinikon, vicino l’aeroporto dismesso dove il governo greco ha ammassato altre migliaia di profughi. Una condizione in cui non immaginavo proprio di trovarmi. Tornare indietro? Impossibile. Sono un disertore, mi fucilerebbero subito» conclude Ali Reza amaro.
Ma fare la procedura di riconoscimento qui in Grecia? «E con quali tempi? Non si capisce nulla, nessuno ti spiega niente». Mo si infervora. «Ci hanno detto che l’appuntamento con l’ufficio che si occupa delle richieste di asilo qui ad Atene dobbiamo prenderlo via Skype». Via Skype? «Già. Il problema è che non risponde mai nessuno. Qui è senza speranza. L’unica è andarsene. L’Europa non riaprirà i confini? Bene, io riproverò a passare da Idomeni». Mo risponde in inglese al cellulare. Lo guardo chiedendomi se ha idea della situazione drammatica in cui vessano i profughi ai confini con la Macedonia.
Ali Reza sembra leggermi nel pensiero. «Lo so, è praticamente impossibile. Ma restare nell’immobilità più assoluta mi fa diventare pazzo. Un tentativo già l’abbiamo fatto, fallito e abbiamo rischiato le botte dalla polizia di frontiera. Dall’Albania non ci azzardiamo nemmeno, ci sono tipi strani e pericolosi che girano in quelle zone alla ricerca di profughi da far passare. Idomeni è uno sparo nel buio ma meglio che marcire qui…».
Al nostro terzetto si è avvicinato un uomo con un foglio piegato in mano e si intromette nella conversazione. «La Germania ha promesso che entro un mese aprirà i confini e accoglierà i profughi». «Ma che dici barader (fratello, nda)!» lo interrompe Ali Reza. «Non c’è nessuna certezza. È tutto bloccato». «No»insiste lui «la Merkel lo ha detto e lo farà». «Non è per noi» interviene Mo che ha finito di parlare al cellulare «se decideranno di prendere qualcuno saranno siriani e iracheni».
Hamid, così si è presentato l’uomo, è afghano e sta rientrando all’accampamento spostato al Gate 1. Sei riuscito a parlare con qualcuno per la richiesta d’asilo qui ad Atene? «Ancora no. Oggi un amico mi ha preso il foglio con i numeri Skype da contattare». Apre la carta bianca che ha in mano e, incredibilmente, mi trovo davanti un prospetto in quattro lingue: greco, inglese, arabo e farsi, con giorni, orari e numeri da chiamare. Non so che pensare. Ali Reza lo fotografa con il cellulare. «Comunque, è più di una settimana che provo e non mi ha mai risposto nessuno».
I due ragazzi iraniani mi salutano, hanno un appuntamento al centro di Atene. Io mi incammino con Hamid verso il Gate 1. «Sono dovuto fuggire con mia moglie e tre figli. A Herat lavoravo come guardia del corpo di un signore locale. Un giorno, i taliban mi hanno preso dicendomi che avrei dovuto aiutarli a rapire quest’uomo. Volevano chiedere un riscatto. Ho cercato di rifiutarmi, ma loro hanno minacciato di rapire uno dei miei figli. Ho preso tempo, ma ero terrorizzato. Per questo ho deciso di lasciare l’Afghanistan e sono ormai diversi mesi che mi trovo qui». Non potevi chiedere la protezione della polizia? «Macché. Il governo del mio paese non garantisce la sicurezza. Altro che democrazia. Ghani è un fantoccio degli americani e il popolo non riesce più a vivere».
DSCN0267Mentre camminiamo – il tragitto è decisamente lungo e faticoso per il caldo di fine mattinata – osservo sotto il cavalcavia della superstrada che corre accanto alla banchina del porto del Pireo gruppi di tende canadesi e alcuni giovani che beneficiano dell’ombra.
«Le condizioni d’accoglienza sono pessime. Al Gate 1, dove ci hanno costretto a trasferirci c’è qualche doccia in più, ma sempre insufficiente rispetto al numero di persone».
Siamo arrivati. Passo accanto a file e file di tende canadesi, molte senza alcuna tettoia sotto la quale ripararsi, in mezzo a un gruppo di uomini e bambini che giocano a pallone e arrivo alla banchina del Gate dove svettano due tendoni bianchi. «Ecco, lei è la responsabile del campo». Hamid mi indica una donna di circa 40 anni, capelli scuri legati e occhiali da sole.
Anche lei fa parte del comitato di volontari greci che si occupano dei profughi. «Abbiamo già iniziato a spostarli in altri centri» mi spiega. «Un gruppo è partito ieri, sono stati trasferiti a Katerini, una località a più di un’ora da Atene» (qualcuno mi dirà più tardi che è distante circa 5 ore dalla capitale). «Sono gli hotspot aperti dal governo greco, più attrezzati ma decisamente troppo distanti dalla capitale e quindi dall’ufficio che si occupa della procedura per il riconoscimento dello status di rifugiato. Alcuni di loro hanno già l’appuntamento fissato per i prossimi mesi. Questa decisione crea tensione. Oggi, la polizia ne dovrebbe trasferire un altro gruppo a Salonicco…». Ancora più lontano.DSCN0249
In quel momento sento delle grida. Alle mie spalle è scoppiata una lite tra un gruppo di uomini e donne siriani e la mediatrice culturale – che mi diranno essere egiziana – in merito alla comunicazione sull’imminente loro trasferimento, appunto, all’hotspot di Salonicco. La responsabile si scusa e si allontana cercando di gestire la situazione ma è in palese difficoltà. La rabbia monta, gli uomini lasciano il posto alle donne che litigano furiosamente con la mediatrice ormai completamente circondata. Discosti, un paio di agenti di polizia e un tizio in abiti civili, basso e grassoccio con dei fogli in mano, si tengono alla larga.
DSCN0244La folla si va ingrossando. Al mio fianco si ferma una donna. Indossa una maglietta lunga su pantaloni neri e i capelli sono avvolti in un foulard a fiori celeste. «Mi chiamo Ibtisam, vengo da Idlib, provincia di Aleppo e lì lavoravo come pediatra» mi dice in un ottimo inglese. «Sono qui sola con mio figlio Omar, ha 12 anni. Mio marito è rimasto ucciso nei bombardamenti». Le chiedo cosa sta succedendo. «Protestano perché dicono che ci spostano in un posto lontano. Ma ci hanno portati qui solo ieri dal Gate 3! E poi la pratica per l’asilo si fa ad Atene. Cosa succederà una volta laggiù? Le persone che sono partite ieri hanno riferito per telefono che il posto dove si trovano ora è privo di qualsiasi cosa, insomma non è migliore di qua».
Come sono le condizioni? «Pessime. Mancanza d’acqua, quasi impossibile riuscire a fare la doccia o a lavare i vestiti e con questo caldo… il cibo è un po’ migliorato. Al Gate 3 ci davano sempre le stesse pietanze. Alla fine ho protestato insieme ad altre donne, e lo hanno variato. Dormiamo per terra e poi come me ci sono tante donne siriane sole. Ho paura che gli uomini di altre nazionalità ci possano fare del male. Non mi sento protetta».
Quando sei fuggita dov’eri diretta? «In Germania. Ancora ci spero che riaprano le frontiere o che ci accolgano anche se i giorni passano uguali a se stessi senza che ci siano cambiamenti nella nostra sorte. A Idomeni però non andrei: ho amici lì che mi dicono in che inferno stanno vivendo. Se non c’è altra possibilità, rimarrò qui in Grecia». Ma hai un appuntamento con l’ufficio per la richiesta di asilo? «Non sono ancora riuscita a prenderlo. È molto difficile, non rispondono quasi mai e qui non so con chi parlare». Mi sorride, ma ciò che mi colpisce è il suo sguardo perso, di una dolorosa malinconia.
Ormai c’è una folla di persone che si agitano e gridano in inglese e arabo la loro rabbia e frustrazione. «È pazzesco quello che ci sta succedendo. Non l’avrei mai immaginato che i governi europei ci avrebbero abbandonati». A parlare è Rachid, 28 anni ingegnere informatico anche lui di Idlib. «Da un mese e mezzo sono bloccato qui. I miei genitori con mio fratello più piccolo li ho lasciati al campo profughi di Atema, al confine tra Siria e Turchia, il viaggio da affrontare era troppo pericoloso. Ma poi mi sono trovato prigioniero».
Lavoravi a Idlib? «Avevo una mia società ma è andata distrutta sotto i bombardamenti dei russi. Idlib si è trovata prigioniera dei combattimenti tra le truppe di Assad, i ribelli e i miliziani del Daesh. Solo il 5 per cento dei palazzi è rimasto in piedi. Vedi, ho una rabbia accumulata dentro, se nel 2011 Assad non avesse sparato contro le manifestazioni non sarei qui, la Siria esisterebbe ancora. In fondo chiedevamo solo più libertà e democrazia, non che lui se ne andasse. E invece che ha fatto? Ha chiamato in aiuto gli iraniani che fin da subito gli hanno dato man forte nella repressione dei dissidenti».
Com’è la convivenza in questo campo? «Pessima. Ci sono molti iraniani, sciiti e io non mi fido di loro. L’intenzione è sempre stata quella di dominarci». Non faccio in tempo a dirgli che i giovani iraniani di cui parla sono anche loro vittime del regime al potere, che un altro ragazzo si inserisce nella conversazione.
«Io sono afghano e sciita e posso dirti che non tutti gli sciiti sono come tu li descrivi. Inoltre, nel mio paese la minoranza hazara, sciita, ha subito repressione e violenza». La discussione tra i due si accende, interviene anche un altro afghano e i toni si alterano. «A noi ci stanno bombardando tutti i giorni dal cielo. Abbiamo perso tutto. Avevamo diritto di metterci in salvo» afferma Rachid. «In Afghanistan sono 40 anni che c’è una guerra in atto. I talebani sono divenuti più forti e sempre più spietati» rincara l’afghano. «Noi avevamo tutti contro, compreso il Daesh. Ho un video sul cellulare che fa vedere di quali crimini si sono macchiati». «Io ne ho un altro che mostra le decapitazioni di donne e bambini in una provincia afghana da parte dei talebani…».
Questa gara a chi è fuggito dalla situazione peggiore appare assurda nel contesto di miseria e abbandono in cui avviene. Se non fosse che tutti loro sono al corrente della decisione presa dall’Unione Europea di accogliere nei propri paesi – ad oggi con lentezza e numeri talmente esigui da sfiorare il ridicolo – i profughi provenienti da Siria e Iraq a cui, inoltre, il governo greco garantirà la procedura d’asilo. Per tutte le altre nazionalità il destino è molto incerto se non addirittura cupo, con rischio di espulsione verso i propri paesi.
Mentre provo a sedare gli animi, accanto a noi è partita una manifestazione spontanea al grido di “Open the borders” slogan ormai simbolo delle rivendicazioni dei profughi bloccati in Grecia. Per un attimo fa la sua apparizione il fantomatico presidente del comitato dei volontari, sempre al cellulare, che sparisce però nel giro di qualche minuto.
L’attenzione di tutti è puntata sul corteo, ne approfitto per chiedere a Rachid se mi può accompagnare a vedere l’interno di uno dei tendoni bianchi – la responsabile mi aveva fatto capire che non era possibile. «Certo. Vieni a vedere come ci hanno ammassati».
DSCN0256Nella confusione, entro per una manciata di minuti – scatto un’unica fotografia – ma quello che vedo mi lascia agghiacciata: non ci sono brandine, lungo le pareti della tenda uomini, donne, famiglie di diverse nazionalità hanno steso a terra coperte o stole dove si coricano uno accanto all’altro in una promiscuità igienica ma soprattutto di genere che ha dell’assurdo. Alcuni nuclei hanno fissato delle cordicelle e appeso delle lenzuola a chiudere lo spazio da loro occupato. «Sì, dormiamo così, tutti insieme».
DSCN0242Usciamo e Rachid si accomiata. Mi dirigo al limite dell’area occupata dalle canadesi e da lì mi fermo a osservare i manifestanti. Una ragazza con la maglietta di Medici senza frontiere è anche lei a guardare quanto sta accadendo. Si chiama Yana. «Msf ha una postazione di guardia medica dalle 9 alle 12 e un presidio notturno. I problemi sanitari diagnosticati all’inizio, soprattutto nei bambini, erano di carattere respiratorio. Solo con il passare del tempo sono venute fuori anche le patologie pregresse. È difficile che le donne manifestino problemi ginecologici, probabilmente non ne vogliono parlare. Comunque, la preoccupazione più forte è legata alla presenza di così tanti minori».
Decido di tornare indietro. Ci metterò quasi 30 minuti a raggiungere il cancello di accesso al porto. I dati che mi sono stati forniti oggi testimoniano la mancanza di un censimento: la responsabile ha parlato di circa 2.500 profughi, di cui moltissimi bambini e donne sole. Niente di più preciso.
Arrivo alla fermata metro Pireus. Accanto alla scala mobile due ragazze e un ragazzo con la maglietta rossa della Vodafone hanno fermato tre coetanei afghani. Passandogli accanto, sento che il ragazzo Vodafone sta illustrando in un farsi fluente una qualche tariffa.
Magia del mercato libero, dove i confini non esistono.

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