[Laspro 36] La prima comunione

di Alessandro Bernardini (da Laspro 36)

A guardare la foto non ci sono dubbi: io sono l’unico coi bermuda. È una di quelle immagini verdognole scattate senza flash. Il fotografo probabilmente è un purista, alza gli ISO e apre il diaframma e così noi veniamo tutti un po’ sgranati, con gli occhi leggermente cerchiati di nero. È quasi arrivata l’estate e qui dentro non ci sono finestre. Le luci artificiali glorificano l’altare e la coppa d’argento piena di pietruzze, in cui tra un po’ dovrebbe essere versato il sangue di Cristo.
agostino_di_bartolomei_roma_1978-79A dire la verità il calice somiglia molto alla coppetta che mia sorella ha vinto qualche giorno fa al torneo di tennis a largo Preneste, un accrocco fatto di latta e plastica che si è meritata stracciando la concorrenza. È stato il capitano Agostino Di Bartolomei – che ha da poco chiuso la sua carriera con la Roma con 214 presenze e 49 gol per passare al Milan – a consegnarle il trofeo sotto gli occhi adoranti di noi bambini.
A proposito di Cristo: lui c’è, è proprio dietro di noi e non se la passa poi tanto meglio, visto che è inchiodato a una croce con la testa piegata a sinistra e probabilmente è già morto. Ogni tanto mi giro a guardarlo e sinceramente la sua faccia mi inquieta un po’. È così magro, scavato, con tracce di sangue che gli scivolano sul costato, i piedi ossuti bucati da un chiodo enorme e arruginito e le mani che sembrano due polipi in fuga. Continua a leggere

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[Tiratura limitata] Millemari – Il sole dell’avvenire

tl364Vincenzo Libonati
MILLEMARI – LE SOMIGLIANZE PARTICOLARI

Lepisma Edizioni, 2015
139 pagine, 14 euro

Millemari – Le somiglianze particolari è il romanzo d’esordio di Vincenzo Libonati, pubblicato da Lepisma Edizioni nella collana di narrativa curata da Andrea Gareffi. Vincenzo, lucano di nascita e romano d’adozione, autore e compositore, scrive di letteratura e cinema per diverse riviste e teme di fare la fine di Salinger. Prima di darsi alla macchia, questione che, senza dubbio, i clienti del suo locale alla Certosa (la collinetta che sta sopra Torpignattara) troverebbero di cattivo gusto, Vincenzo ci ha consegnato il suo romanzo: «A Vince’ se non ci piace però famo i vaghi e, niente, la recensione salta… Daje, versa un bianco!». Poi il libro lo abbiamo letto e sì, ci è piaciuto perché è la storia di una vita che si adatta a mille esistenze i cui temi sembrano quelli comuni a molte narrazioni: odio e amore in primo piano. È la storia di una famiglia raccontata con lo sguardo di un bambino, Nino, che si fa uomo attraverso piccole storie di tutti i giorni o storie eccezionali ma soprattutto è un viaggio al Sud, a Camarda, un nome di fantasia, una città qualunque del Sud Italia che sembra essere ovunque e in nessun luogo della cartina geografica. È un Sud che evoca alla nostra memoria Armando Gnisci, studioso di letteratura comparata, che così scrive in Il rovescio del gioco parlando di Salah Methnani, autore tunisino: «Alla fine, con lucidità, ho pensato che risalire l’Italia corrispondeva, nella mia personale geografia, a una discesa nel Sud di me stesso». Millemari è il nostro Sud, quello che respiriamo ovunque, anche a Nord di ogni Sud che si fa per questo eterno Sud. È quindi un viaggio etnoantropologico, nelle tradizioni e nei territori comuni a ciascuno di noi, per alcuni cari, per altri da fuggire ma, in ogni caso, impossibili da dimenticare e Libonati è bravo ad aiutarci a elaborarli e ad accoglierli con leggerezza, poiché in questo romanzo, dove la storia principale è scandita da storie autonome, ogni viaggio è affrontato con accurata e precisa ironia che piacevolmente ti spiazza, pagina dopo pagina. E il mare? Il mare c’è e non è mai un solo mare… Ci versiamo un altro bicchiere?

Sabrina Ramacci

Valerio Evangelisti
IL SOLE DELL’AVVENIRE

Vol. I – Vivere lavorando o morire combattendo
2013 – 530 pagine, 17,50 euro
Vol. II – Chi ha del ferro ha del pane
2014 – 532 pagine, 18 euro
Vol. III – Nella notte ci guidano le stelle
2016 – 508 pagine, 22 euro
Mondadori

1500 pagine in tre anni, per una trilogia che racconta la storia di un clan familiare romagnolo tra il 1870 e il 1945: dagli ultimi epigoni delle tendenze socialiste dei garibaldini alla Resistenza tra i colli e gli Appennini tosco-emiliani, passando per le leghe di resistenza contadina, la nascita delle cooperative, alcuni socialisti che diventano amici dei padroni, quel ragazzo taciturno figlio di un bravo compagno, Alessandro Mussolini, le due guerre, la Spagna dove i figli anarchici combatteranno contro i padri stalinisti e ritratti memorabili di quanto facevano e fanno schifo i fascisti.
Valerio Evangelisti in tre anni pubblica questa trilogia che fa riemergere pezzi di storia d’Italia che non troviamo mai sui libri di storia ufficiali e neanche in altri, semplicemente perché le categorie di interpretazione marxiste non trovano più spazio. La storia, secondo Evangelisti, è storia di lotta di classi, e questo è quello che ritroviamo nella carne e nel sangue vivo delle famiglie Verardi e Minguzzi e dei loro vicini e compagni. Scopriamo episodi di solidarietà internazionalista alla fine dell’Ottocento, l’organizzazione delle squadre fasciste, la realtà consolidata delle cameracce romagnole, antesignane dei centri sociali. Come spesso gli accade, Evangelisti è maestro nel tracciare ritratti degli infami e perciò una delle figure che rimane più impressa è quella di Spartaco Tito Vezio Verardi, figlio di Canzio “mezzo socialista e mezzo anarchico”, combattente della I guerra mondiale, fascista, nazionalista, ex legionario fiumano, rinnegato da sua madre come traditore.
Un’opera che andrebbe salutata come un capolavoro nazionale, studiata nelle scuole, premiata con onoreficenze, ricordata negli anni a venire: ci piace pensare che, di queste cose, forse l’ultima avverrà davvero. Questi sono libri che dureranno da qui a cent’anni.

Luigi Lorusso

[Laspro 36] Editoriale

Laspro 36 (maggio/giugno 2016) nasce in un tavolo da osteria, dagli attentati a Bruxelles, da quant’è bravo papa Francesco, dal Daesh e le teste mozzate, dai giornalisti in giro per Torpignattara alla ricerca di aspiranti kamikaze, dai family day e dai militanti antirazzisti che studiano l’Islam per dire che aspira alla pace, dalle marmellate regalate ai preti agli attici dei cardinali, dagli atei che hanno sempre Dio in bocca alle Scritture di tremila anni che ci insegnano a vivere alle prese di posizione celesti sui disegni di legge: è un grido. È l’insofferenza dell’ateo.

In questo numero: LA PRIMA COMUNIONE Alessandro Bernardini – SUNDAY BLOODY SUNDAY Sabrina Ramacci – DACCI OGGI IL NOSTRO INTEGRALISMO QUOTIDIANO Patrizia Fiocchetti –  CRISTO IN CROCE Valerio Musillo – ASPETTANDO I BARBARI Nicola Bonazzi – SAN BASILIO: LA BORGATA DELLA BALENA SPIAGGIATA Duka – UMANE, SACRE SCRITTURE Antonia Caruso – MAI SENZA RETE a cura di Rete Iside.

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Illustrazione di Ilaria Vescovo

Editoriale

di Emanuele Boccianti

A un certo punto della mia vita diventai ateo. Avrei potuto compiere questa scelta per un sacco di motivi “politici”: vivo in uno dei paesi in assoluto più collusi col potere secolare della Chiesa, un potere al tempo stesso tangibile e invisibile, e, come leggerete nel corso di questo numero, le ragioni per cui si possa crescere con uno spiccato atteggiamento di ribellione o di insofferenza verso il cattolicesimo non sono poche, e secondo me tutte giuste. C’era un “però”, almeno per il sottoscritto. Ateismo come ribellione? Poteva andare bene, ma non per molto. Dopo un po’ si diventa grandi e la ribellione deve trasformarsi, essere inglobata in un processo più ampio, adulto. È un po’ come rifiutare la verdura da piccoli. Che in certi casi – magari ne sapete qualcosa – è stato un rifiuto che aveva un deciso sapore politico, appunto, di resistenza al potere genitoriale, di rivincita. Fino a che non si diventa grandi, il che vuol dire che ci si comincia a muovere nel mondo staccando gli ormeggi che ci assicurano alla nave madre, e le cose che ci succedono finiscono per avere un colore – e un sapore – del tutto nuovo: è cambiato il contesto.
Tipo che siete in trattoria con una ragazza che vi piace e lei ordina una cicoria ripassata; la osservate guardinghi, un po’ di sottecchi, e vi rendete conto che se la sta davvero gustando. Facendo finta di niente allungate la mano e ne tirate su una forchettata, e improvvisamente BAM!, avete scoperto la delizia della cicoria ripassata, con tanto aglio e peperoncino. E vi siete resi conto che lo scontro politico va trasferito su un altro piano. Per me fu uguale.
Crescendo mi sono reso conto che rifiutare la verdura della religione non era qualcosa che volevo fare per non darla vinta ai preti o ai bigotti, ma perché senza un dio che funzioni da ultima istanza morale e teleologica, la narrazione della mia vita sarebbe stata molto più interessante. Agire eticamente diventava una scelta pura – e molto più misteriosa – se non esisteva lo stimolo del castigo divino (un modo di pensare che ho sempre trovato affetto dal modello del padre autoritario/figlio non adulto). Di più: se non esisteva alcuna vita dopo la morte, la mia esistenza tornava ad avere un suo perfetto baricentro interno, il suo senso non era più aldilà, ma era proprio qui, proprio in ogni momento, che è prezioso perché ne abbiamo a disposizione un numero finito. E ho compreso che la differenza tra me e un credente (in generale) è che abbiamo semplicemente dato due risposte esistenziali diverse al problema che hanno tutti, e cioè che la vita è un vero casino.
Per me la realtà è un po’ meno insensata e ostile perché ho scelto di raccontarmela senza nessun vecchio con la barba bianca; per lui è vero esattamente il contrario. Ma nessuna delle due scelte è intrinsecamente migliore, perché non hanno a che vedere col valore di verità dei nostri assunti, bensì con il loro valore esistenzialmente strategico.
Un sacco di atei però non sono arrivati alle stesse conclusioni, mi sembra. È come se avessero continuato a rifiutare la cicoria tutta la vita, irrigidendosi sempre più nella loro convinzione che sia cattiva, al punto che non l’hanno mai più provata. Sono ancora ribelli in fase vetero-adolescenziale, e quella rigidità, anche se non se ne rendono conto, gioca contro di loro. Tanto da farli assomigliare, opposti e simili, ai credenti che detestano. Perché si sono convinti che il loro punto di vista è intrinsecamente giusto. E il punto di vista razionale è quello corretto, l’unico. Se esista o meno il tipo con la barba bianca nessuno lo sa di fatto, e chi pretende di avere certezze gioca sporco, in qualsiasi campo giochi. E per quanto riguarda ragione e razionalismo, esigere che l’universo ragioni come facciamo noi è anch’essa una pretesa infantile. Come scriveva un autore di fantascienza tempo fa: «Per quanto possiate desiderarlo, l’universo non è costretto a restare serio mentre lo osservate». Mi colpì molto quella frase. Ricordo di aver pensato: se non lo è neppure l’universo, figuriamoci se devo sentirmi obbligato io a essere serio.