Viaggio nel limbo ateniese (I parte)

di Patrizia Fiocchetti

Elaborare il dolore è diventato esercizio sempre più lungo e complesso. Passare al setaccio della mia anima immagini strazianti e parole di rabbia e disperazione per trasformarle in scrittura, richiede uno sforzo che mi priva di energie. Per questo, faccio trascorrere i giorni, prendo un distacco, provo a riempirmi gli occhi di altri orizzonti, le orecchie di altri suoni e poi, solo allora mi sento pronta a testimoniare.

Atene 4 – 12 aprile 2016

«Quando apriranno i confini?» «L’Europa riaprirà i confini?» «Che fine faremo qui in Grecia?». Li osservo, ragazzine con al collo bambini di pochi mesi, giovani uomini accanto, gli occhi a mandorla che tradiscono la loro appartenenza all’etnia hazara.
Mi hanno circondata appena hanno sentito che parlavo farsi. Avevo provato ad approcciare alcune giovani donne, una di nome Fereshteh, diciottenne di Kabul. Ma subito, a interromperci erano arrivati gli uomini e la parola era passata a loro.

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Tutte le foto sono di Patrizia Fiocchetti

Siamo fermi davanti al Gate 3, porto del Pireo più di un chilometro dal cancello d’ingresso che si percorre, privo di ripari, sotto l’inconsueto sole di quest’inizio aprile.
Mentre mi avvicinavo a quel primo blocco accompagnata da Lila, una conoscente greca che di mestiere fa la guida turistica, avevo incrociato profughi che a gruppetti sparsi si recavano alla fermata della metro Piraeus che collega al centro di Atene: piazza Omonia e piazza Vittoria i luoghi di ritrovo per quelli che vogliono organizzare il prosieguo della fuga verso Idomeni. Verso l’inferno delle barriere e degli scontri, rifiutando quell’incertezza che nel limbo ateniese si è impadronita delle loro esistenze.
Nei posteggi che come ali si aprono a destra e sinistra del Gate 3 ci sono file di tende canadesi di vari colori da dove si vedono emergere donne e bambini, questi ultimi sporchi ma giocosi, le madri o sorelle stanche, lo sguardo vuoto. Nessun sorriso.DSCN0139
Dirimpetto alla palazzina dove nella stagione estiva si riparano i turisti diretti a Creta, stazionano una ventina di poliziotti che a distanza controllano i movimenti nel cortile – anche questo zeppo di tende – del cosiddetto centro d’accoglienza il cui ingresso è interdetto da alcune transenne dipinte in celeste.
Mi sono posizionata proprio lì davanti ma subito mi comunicano l’impossibilità di entrare nella struttura. «Dentro non si va. L’accesso è permesso solo ai volontari del comitato di accoglienza dei profughi» mi spiega seccata una piccola greca bionda, in un inglese impeccabile che indossa la divisa della “sicurezza”.
E chi sarebbero? Mi indica un paio di giovani e una donna di circa 60 anni che chiamano “Maria”. «Sono loro che si occupano di queste persone. Ma ho sentito che lei parla la loro lingua perché non gli dice che è il caso che si spostino da qui con le buone?».DSCN0118
Dove li vorrebbero mandare? «Al Gate 1. Gli stanno predisponendo le docce, che qui mancano. È anche più grande, così hanno più spazio». Intorno gli afghani che si sono radunati scuotono la testa ma aspettano che la donna si allontani per parlare.
«Ci vogliono trasferire a chilometri di distanza perché qui siamo troppo visibili. Dovresti venire a vedere dentro com’è la situazione. Tutto sporco, il cibo non ha sapore, manca l’acqua. Dormiamo per terra sulle stoffe e coperte che ci siamo portati nella fuga. Ma è accettabile vivere da bestie?» urla uno esasperato mentre gli altri annuiscono. Intanto le giovani si sono distanziate di qualche passo, capisco che non riuscirò a parlare con loro anche se continuano a guardarmi.
Vorrei raccogliere alcune informazioni più precise, capire se ci sia stato un censimento, se è presente sul posto l’ufficio legale dell’Unhcr che li informi sulla procedura d’asilo in Grecia, chiedere dove e quando verranno trasferiti e in che centri. Ma a parte gli interpreti, due afghani e un iraniano che mi osservano con una certa diffidenza e un paio di volontarie che provengono dalla California e stanno svolgendo un semplice lavoro di supporto, non vedo nessuno. Ciò che mi scuote, è lo stato di abbandono in cui questa sorta di struttura versa, l’assenza dei minimi criteri igienico-sanitari di base. La sera prima qualcuno mi aveva detto di stare attenta perché gli edifici erano infestati di cimici da letto (piaga presente in molti centri di accoglienza anche qui a Roma, difficile e costosissima da debellare). Ma soprattutto una sfacciata promiscuità.
«Qui hanno ammassato soprattutto noi afghani» mi conferma il marito di una delle due ragazze con cui inizialmente mi ero fermata «ma ci sono anche iraniani, siriani e iracheni. Tutti insieme, famiglie e singoli. Devo vigilare, mia moglie non può essere toccata».
Gli chiedo perché abbia deciso di fuggire affrontando un viaggio così pericoloso con la moglie e il figlio di pochi mesi. «Per i talebani. Il nostro paese non è più sicuro. Anche Kabul è continuamente obiettivo di attentati. Abbiamo passato tre mesi in fuga. Neve, mare per approdare e trovarci imprigionati in questo paese. Non ho idea di quale sia il futuro che ci aspetta» conclude mentre gli altri sottolineano con grida inneggianti lo slogan che in quei giorni si ripete in tutta la Grecia Open the borders.

DSCN0133«Io sono fuggito dall’Iran» s’inserisce un ragazzino che mi confermerà di avere 15 anni. «Sono cresciuto in Iran senza documenti e senza la possibilità di studiare. Facevo i lavori peggiori. Poi un giorno si presentano dei pasdaran e mi dicono che se andrò a combattere con loro in Siria avrò una paga mensile e probabilmente una volta rientrato in Iran anche un documento di riconoscimento. Un mio amico ha accettato ma l’ultima volta che l’ho sentito era terrorizzato. Io e un altro abbiamo preferito scappare. Non volevo morire per gli iraniani che ci sfruttano e disprezzano». (vedi L’armata degli invisibili di Joseph Confavreux, Internazionale 1150, 22/28 aprile 2016).
Gli agenti di polizia si avvicinano all’ingresso e iniziano a invitare tutti i giornalisti presenti e i videoperatori ad allontanarsi di una decina di metri, quindi in fila ci si piazzano davanti a impedirgli il movimento. Non mi prendono neanche in considerazione o forse pensano che lavori lì visto che sono circondata da profughi.
Sta arrivando qualcuno? «Si, sono in attesa di due pezzi grossi del ministero dell’interno e di quello per i profughi insieme all’ammiraglio, comandante del porto». A rispondermi è uno dei mediatori afghani. Mi sorride e aggiunge: «Vengono qui per parlare con loro e convincerli a spostarsi in un’altra palazzina. Sai, devono preparare il porto per il 1 maggio, la Pasqua ortodossa che coincide anche con l’inizio delle vacanze estive». Lila in inglese mi spiega che metà del Pireo è di proprietà di una società cinese e l’altra metà è in vendita. DSCN0153
«Ci dicono che è meglio organizzata, ma è lontanissima. E poi una volta spostati là che faranno di noi? Perché non ci dicono nulla? I documenti che la polizia mi ha consegnato a Lesbo sono scaduti da un mese e la polizia ci continua a dire di aspettare che poi arriverà il nostro turno». La voce di quest’uomo afghano è esasperata. Poi, però, abbassa la voce e mi domanda come può fare a raggiungere il padre che si trova in Germania. «È già riconosciuto rifugiato politico». Gli spiego a grandi linee come si può richiedere il ricongiungimento familiare, ma che occorre procedere nel paese dove è accolto il famigliare. In tanti mi fanno la stessa domanda: c’è chi ha un fratello in Svezia, chi la madre in Norvegia.
«Un’organizzazione che a Oslo si occupa di rifugiati ha dato l’appuntamento a mia mamma tra un mese. Ma è tantissimo tempo. Io non ne posso più. Perché la comunità europea ci ha fatto questo. Sono loro che hanno scatenato la guerra nel mio paese». È giovane e disperato.
Non riesco più neanche a chiedere i loro nomi. «A noi ci trattano peggio che ai siriani e agli iracheni» mi dice un altro. «Ma da noi la guerra c’è da 40 anni». Che cosa intendi per trattamento peggiore? «Impossibile vedere un medico. Ci sono quelli della Croce Rossa greca ma con il furgone stanno all’altro campo» e indica un punto lontano. «Gli avvocati saranno non più di sei e non si riesce ad avere un appuntamento per capire che cosa dobbiamo fare». Scuote la testa sconsolato.

«Come potremo sopravvivere? Qui non abbiamo neanche cuscini su cui appoggiare la testa per dormire. Io ho problemi con i reni e l’acqua, poca, che mi danno da bere mi sta procurando molti disturbi». Una donna piccola e rotondetta mi si è avvicinata. La sua età mi colpisce, decisamente più alta della media. Sei afghana? «Si, sono qui con mio marito. Siamo fuggiti dall’Iran dopo tanti anni che vivevamo lì. Ma l’esistenza era diventata impossibile, il governo iraniano è duro con i profughi afghani, li condanna ai lavori più umili e faticosi e non gli riconosce alcuno status. Ma quando hanno cominciato i rimpatri in Afghanistan ci siamo spaventati e siamo fuggiti per venire in Europa. E guarda ora, bloccati qui senza sapere cosa ne sarà di noi. Ma li apriranno i confini per farci passare?».
In troppi continuano a fare questa domanda. Sanno di quello che sta accadendo a Idomeni, sanno che dalle isole hanno iniziato a rimandare in Turchia i nuovi arrivati. Sanno dell’accordo sulle quote di profughi per ogni paese membro dell’Ue e che gli afghani come d’altra parte gli iraniani, non sono contemplati. Ma sentendoli mi rendo conto che continuano a vivere nell’illusione che un giorno il muro di filo spinato verrà tolto e che loro riusciranno finalmente a passare uscendo da quel limbo in cui si trovano condannati. Difficile distruggere le loro speranze, e mentre parlo pur cercando di addolcire la verità gli spiego che loro, questi 50-60 mila profughi rimasti in terra ellenica, giunti prima della fine di marzo 2016, dovranno seguire la procedura per il riconoscimento della protezione internazionale in quel paese da dove, in realtà, fuggirebbero se solo ne avessero l’occasione.
Si sono tutti zittiti. «Proverò ad andare a Idomeni» esclama un giovane senza alzare gli occhi da terra. In quel momento vedo arrivare accompagnato dal secondo mediatore afghano un greco alto, capelli lunghi e bianchi, orecchio incollato al cellulare. Si presenta come “presidente del comitato di accoglienza dei rifugiati” – non riesco a capire il nome, il suo cellulare continua a squillare. Gli chiedo se posso fargli qualche domanda. Mi guarda in maniera interrogativa poi, però, lo chiamano dentro la palazzina perché, intanto, sono giunti i tre pezzi da novanta. Se ne va con un vago gesto di saluto. Avrei voluto chiedergli come stanno gestendo l’accoglienza ad Atene. Ma la risposta è davanti a i miei occhi: in degrado e disorganizzazione.
«Sai» il mediatore afghano che è rifugiato da diversi anni in Grecia e parla il farsi e non il dari tipico della sua provincia di provenienza Ghazni, mi si è avvicinato nell’attimo in cui mi ritrovo da sola. «Trovo assurdo che l’Unione Europea abbia chiuso le frontiere. Illegale, contro il diritto. Non hanno forse provocato loro le guerre e la distruzione dei paesi da cui tutte queste persone sono fuggite per salvarsi la vita?» Annuisco, mentre urla arrivano dall’interno della palazzina e bambini sporchi ma comunque allegri, giocano in mezzo a quel tratto di molo tra le tende e le gambe dei poliziotti.
Con Lila decidiamo di andare a vedere anche il secondo edificio dove hanno messo i profughi. «Non vogliono spostarsi da qui» mi spiega il mediatore mentre ci salutiamo. Da dentro giungono voci di uomini che gridano tutta la propria rabbia. «Non capiscono il motivo. Non hanno fatto altro che essere mossi da un posto all’altro da che sono arrivati. Ma i signori del governo non danno risposte su cosa sarà di loro. Ripetono la solita litania: andrete a stare meglio. Qui c’è penuria d’acqua. È sporco e non sicuro. Non potete proseguire il vostro viaggio. Le frontiere sono chiuse, eccetera. Qualcuno può comprendere la frustrazione, lo strazio di chi è stato costretto ad abbandonare tutto e ora viene costantemente rifiutato?». Ci diamo la mano: il punto, vorrei dirgli, è la mancanza d’interesse per una tragedia di cui ogni aspetto è analizzato solo in forma di numero, dove l’individuo e la sua storia immancabilmente si perdono.

Ci incamminiamo, passando accanto ad altre tende – queste occupate per lo più da donne siriane con bambini. Si fanno mano a mano più rade e ci ritroviamo in fila dietro gruppetti di giovani o nuclei familiari che camminano rasenti il marciapiede della battigia. Non parliamo: Lila solo dopo mi confesserà che non aveva idea del dramma che si consumava al porto del Pireo.
Lo spazio si apre davanti ad un molo maestoso, ecco riapparire le canadesi multicolori situate di fronte un edificio chiuso, probabilmente in procinto di ristrutturazione, sulla cui facciata è stato appeso un manifesto dagli altisonanti toni nazionalisti: “2021. 2.500 anni dalla battaglia di Salamina”.DSCN0137
Davanti all’ingresso principale stazionano un’ambulanza e un caravan con le insegne della Croce rossa ellenica. I volontari – tutti si presenteranno sempre e comunque come volontari – indossano la pettorina d’ordinanza dell’organizzazione. Accanto a loro un cerchio di uomini e donne, siriani per la maggior parte, soprattutto bambini guardano divertiti lo spettacolo improvvisato di alcuni giovani vestiti da pagliacci.
«Sono i clown senza frontiere» mi spiega la responsabile di quell’agglomerato che definisce con il vago appellativo di “centro”. «Ogni mercoledì su nostra richiesta, vengono qui a fare attività d’intrattenimento per i bambini». In cosa consiste la vostra opera? «Siamo operatori sociali, ogni giorno svolgiamo attività di sostegno in favore dei rifugiati quali la distribuzione dei pasti, coperte, generi per la pulizia personale. Abbiamo anche volontari che si occupano di supporto psico-sociale». La nostra conversazione s’interrompe per l’arrivo del funzionario del ministero per i rifugiati che richiede la sua presenza (l’uomo scende dall’automobile accompagnato da alcune persone. Appare provato, con un fazzoletto si asciuga il sudore dalla fronte. Non si avvicinerà all’accampamento).DSCN0144
Mi affida a un suo collega operatore sociale di nome Ioannis. «Noi ci occupiamo solo di questo gate. Qui ci sono soprattutto siriani e iracheni. Non abbiamo un censimento preciso: qui avremo circa 2.000 profughi di cui tra i 500 e i 600 bambini. In tutto il porto arriviamo a più di 3.500. Ma non posso essere più preciso, comunque decisamente tanti e noi siamo sotto organico». Com’è la gestione della quotidianità? «Le problematiche sono molteplici. Innanzitutto, i troppi bambini da controllare, soprattutto i piccolissimi, in un’area abbastanza ampia e pericolosa visto la vicinanza con il mare. A questo si aggiunge come gli adulti utilizzano i piccoli per le proprie richieste. Ad esempio, li esortano a venire da noi a gruppetti urlando di aprire le frontiere, che vogliono andare in Germania… Poi c’è l’esplosiva questione della convivenza tra le diverse nazionalità. Qualche settimana fa è scoppiato un contenzioso sulla distribuzione del cibo. I rappresentanti dei gruppi nazionali ci hanno chiesto di formare quattro file così suddivise: due ai siriani, uomini e donne, in cui si sono inseriti anche gli iraniani, le altre due afghani divisi per genere. Comunque, da qualche giorno è iniziato il trasferimento di gruppi di profughi in altri centri. Secondo le previsioni entro la fine di aprile il porto sarà completamente sgomberato» (al 2 maggio, risultano 2135 rifugiati ancora al porto del Pireo. Fonte: Ekathimerini).
Cosa pensi della decisione della UE di chiudere le frontiere? «Ho una sola frase: l’Europa ha cancellato la propria storia. Ha dimenticato cosa ha fatto ai paesi di provenienza di tutti questi profughi». Cosa può fare il governo greco? «Nulla. Secondo la Convenzione di Dublino II la Grecia, come primo paese d’approdo dei richiedenti asilo, nonché confine dell’Europa, è responsabile della procedura. Pertanto, tutti loro devono rimanere qui. Se la situazione economico-finanziaria della Grecia continuasse a peggiorare, noi qui ci troveremo ad affrontare un grave problema sociale. È ciò che temo». E dell’accordo chiuso con la Turchia? «Positivo, a mio avviso. Già da due settimane gli arrivi da Lesbo si sono fermati. Per vederne l’efficacia, dovremo però aspettare almeno tre o quattro mesi, il tempo di verificare se possiamo fidarci delle autorità turche».
Quanto dura la procedura di riconoscimento della protezione internazionale? «Secondo la normativa greca e fino a un anno fa, il tempo di risposta variava dai tre ai quattro anni. Ora, a fronte di alcune riforme apportate soprattutto per l’emergenza che ci troviamo a vivere con mancanza di risorse umane ed economiche, dovrebbe diminuire a sei mesi».
Le donne riescono a instaurare dei rapporti? A superare la diffidenza nazionale? «Per quanto ho potuto riscontrare in questo periodo, le donne siriane sono educate, molto spesso sole con bambini e in attesa della riapertura del confine europeo per riunirsi ai mariti già in Germania. Le afghane sono più pretenziose: tutto, subito e ogni giorno. Ma tra di loro non riescono a legare. Gli uomini vigilano. Comunque, questa condizione di vita diciamo promiscua, è molto pericolosa e ormai tutti i giorni accadono incidenti o litigi. Ci sono molti uomini single e purtroppo per noi affrontare i conflitti è impossibile: se inizia uno scontro, chiediamo l’intervento delle forze dell’ordine». Perché parli dell’impossibilità di un dialogo? «Non riusciamo a sapere quale sia il vero fattore scatenante. Non ti permettono di penetrare all’interno delle loro logiche e ognuna delle parti ti racconta la propria versione. Com’è successo domenica scorsa (3 aprile, nda) quando è esplosa una rissa tra siriani e afghani. Era a causa di una ragazza, siriana sembra, ma non siamo riusciti a sapere altro. Solo Dio sa qual è la verità».
Lo saluto, deve andare a distribuire il pranzo. Lila mi dice di aver parlato con il rappresentante della comunità siriana. Ha rifiutato di farsi intervistare, considerandolo inutile e frustrante. «Le nostre parole non servono a niente, mi ha detto. Quante interviste che ho fatto! Ma guarda in che modo continuiamo a vivere: inascoltati e abbandonati a noi stessi».
Facciamo il percorso in senso inverso e arrivate dinanzi al Gate 3 vediamo che la polizia ha circondato un gruppo di profughi che sta tentando di improvvisare una manifestazione di protesta. Al centro della strada hanno messo una fianco all’altra delle tende canadesi. Tre iraniani tra cui una donna con il viso completamente coperto da un foulard, cercano di organizzare i dimostranti, per lo più afghani, mettendo in prima fila i bambini con cartelli su cui c’è scritto Open the borders. Appunto.
La mattina dopo sui giornali greci si sarebbe parlato di scontri tra le forze dell’ordine e alcuni manifestanti. La foto che ricorre in prima pagina è quella di un uomo che tiene sotto le ascelle un bambinetto di non più di due anni affrontato dalle divise con in mano gli sfollagente.

Fine prima parte

 

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2 pensieri su “Viaggio nel limbo ateniese (I parte)

  1. Pingback: Viaggio nel limbo ateniese (II parte) | LASPRO

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