[Laspro 37] Babbo Natale e il mio amico Gianni

di Alessandro Pera (da Laspro 37, ottobre 2016)

christmas-1072575_960_720«Bambini, da oggi inizieremo un nuovo percorso, un laboratorio, ma non parleremo soltanto, faremo anche delle cose, tutti insieme. L’attività più importante sarà realizzare su un foglio gigantesco un disegno collettivo, fatto da tutta la classe. Con il vostro aiuto disegneremo una grande mappa, una cartina, che avrà come oggetto il vostro quartiere».

«Che vuol dire quartiere?».

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Il tradizionale concerto del primo maggio

illustrazione Rotiroti per Pera

di Alessandro Pera

Monologo tratto dallo spettacolo Ehi tu! Il lato cattivo di Ernesto Guevara di Antonio Sinisi e Alessandro Pera

Io veramente non posso soffrire l’espressione il tradizionale concerto del primo maggio. Però sopporto, non dico niente. Tradizionale de che? Per me il primo maggio è bandiere rosse, cortei, rivendicazioni… una volta ci caricarono, a piazza del Popolo, anni fa, era il primo maggio… Il primo maggio era di lotta, con i comizi, Bella ciao e Bandiera rossa, e poi, certo, si andava anche a fare la gita fuori porta, con le fave, il pecorino, il vino… però c’era sempre un vecchio compagno che ti raccontava la storia vera, quella degli anarchici impiccati, il bill delle otto ore, e poi Portella delle Ginestre e tutto il resto. Ma ti dicono e basta con queste cose vecchie, bisogna stare con la gggente, ascoltare i gggiovani e tutte queste G alla fine ti assediano.

Allora io ci sono andato, al tradizionale concerto del primo maggio. Da solo perché certe cose bisogna farle da soli, per mimetizzare il disagio… Ci sono andato al tradizionale concerto, per stare con la gggente, per ascoltare i gggiovani, e ci stavano i giovani, era pieno, ma mi sa che pochi lavoravano lì, e c’era una ragazza sul palco che aveva il nome di un fiore, che so, Viola, Rosa, Fiordaliso, e cantava una canzone… no, non era Bandiera rossa, era una canzone che parlava di un ragazzo, forse si erano lasciati, cioè lei c’era rimasta male, cioè questa Fiordaliso, Rosa o che ne so, e tutti i ragazzi la cantavano insieme, tutti meno me, era ovvio che ero fuori posto, lo sapevo, allora mi dico vado a fare un giro, comincio a camminare tra la folla e… l’ho visto, lui c’era.

Che Guevara c’era, c’era al tradizionale concerto, cioè era una maglietta, ma bella, grande, XXXLLL, appesa in alto, che sventolava sopra una bancarella. Il Che c’è! Allora mi avvicino, penso forse hanno anche le opere scelte, la vecchia edizione, con la copertina verde, le spillette, e poi… ma quello con la barba, chi è Ho Chi Min? Camilo Cienfuegos? No! No! È padre Pio, lì vicino al Che, c’è la maglietta di padre Pio, e dall’altra parte Totti… No, per carità è un grande campione, ma quello è un altro sport, è proprio un altro campionato, non è lo stesso del Che e padre Pio, per carità, brava persona eh, però mi sa che era uno di quelli che considerava Nenni un pericoloso sovversivo… Allora sono andato via e non sono più tornato al tradizionale concerto …

Alcuni anni dopo ho visto un manifesto elettorale. Era di uno un sacco di sinistra. E c’era il Che Guevara. Insieme ad altri. Sai quelle cose che fanno adesso, quali sono i tuoi riferimenti, e loro mettono tutti i santini, avete visto alle primarie del centro sinistra, erano santini veramente, c’era papa Giovanni, cardinal Martini e via via tutti gli altri, mancava soltanto san Gaspare del Bufalo. Lui, non so perché non lo hanno voluto. E in quel manifesto, c’erano tutte le fotine, a cui il candidato faceva riferimento, era un candidato un sacco di sinistra … C’era Gramsci, e ci sta, vicino al Che, niente da dire. Ma c’era anche Gandhi, cioè come dire il suo opposto, con la nonviolenza, ma non era il più strano, c’erano anche John Lennon, Madre Teresa di Calcutta, no dico Madre Teresa di Calcutta, e Marilyn Monroe. A parte tutto, li vedo poco insieme per stili di vita diciamo, e poi non è che Che Guevara e Marilyn Monroe avevano lo stesso rapporto con Kennedy, per dire, lui non è stato neanche invitato al suo compleanno… E allora mi sembrava che il Che fosse molto a disagio, in quella compagnia, mi guardava, e sembrava che lui mi dicesse lì dal manifesto: Ehi tu! Parla male di me per favore.

Ho preso allora l’impegno di parlare male del Che, di restituirlo alla sua dimensione scomoda e ingombrante, ai suoi pensieri, alle sue vere parole, alle sue azioni. Adesso tutti vogliono piacere a tutti, essere simpatici, perché hanno qualcosa da vendere o vogliono il voto. Ma se tu vuoi cambiare il mondo non puoi piacere a tutti, se parlano bene di te ti devi insospettire, che stai sbagliando qualcosa. A volte ti odiano, a volte cercano di stravolgerti. Anche a Mandela è successo. A parte Feltri, che non si batte, che ha titolato “Muore l’eroe dell’apartheid”, cioè tutto al contrario!

Hanno trasformato Mandela in un eroe della non violenza, è non è giusto, perché lui non lo era. Pochi ricordano che a un certo punto, aveva già scontato quindici anni di carcere, e allora gli dicono se vuoi uscire, basta che fai una dichiarazione, due righe e sei fuori. E mica doveva dire che i bianchi sono meglio dei neri o cose simili, che l’apartheid è giusta, no, doveva solo dire che rinunciava alla lotta armata come metodo di lotta, solo quello. E lui ha detto no. Non ha firmato. Non ha firmato e si è fatto altri dieci anni di carcere. Però questo pochi lo hanno ricordato, perché a questo punto bisogna farne un santo e giocarselo contro i violenti. E lo stesso hanno fatto in molti con il Che. Anche quello lì, che è sempre giovane, come si chiama giovanotto, Lorenzo, Cherubino, lui crede in una grande chiesa, che va da Che Guevara e Madre Teresa. Ma così non si fa un buon servizio alla verità, diventa tutta una melassa e non riesci a scegliere, puoi cambiare maglietta con rapidità. Lui invece, Guevara, è rimasto coerente, ha mollato tutto, non come certi un sacco di sinistra, attaccati alla poltrona e alla poltroncina; lui firmava le banconote, era stato ministro, ma ha mollato tutto, per andare a combattere in Congo e in Bolivia, in prima persona, mettendo il suo corpo, come amava dire, in ogni luogo del mondo, contro ogni sfruttamento, con ogni mezzo necessario. Questo è il Che che invece voglio raccontare, urticante e spiacevole, intransigente, testardo, rivoluzionario. Se raccontiamo chi è stato veramente il Che, il suo lato cattivo, quello che ha veramente detto e quello che ha realmente fatto, chi vuole potrà strapparsi la maglietta dal petto, perché non gli corrisponde, e altri indossarla con una diversa consapevolezza.

Casanza

di Alessandro Pera (da In tempo di guerra e altri racconti, Lorusso editore, 2014)

Franco corre da solo, con quei suoi passetti sbilenchi, l’aria afflitta e il sudore che ormai dilaga sulla maglietta grigia. Nel piccolo, affollato cortile si mescolano lingue, grida, risate; i cinesi parlano fitto nell’angolo a destra, vicino all’entrata, ma non danno mai troppa confidenza agli altri, sempre chiusi nel loro universo. Passeggiano in silenzio, invece, i polacchi, a passo svelto, immersi in un’inguaribile malinconia, che il sole non riesce a dissipare. Peruviani e argentini gridano di calcio in uno spicchio di sole e giurano che Maradona era un’altra cosa. Su questo trovano facili alleati in Giovanni e negli altri; anzi, a Ciro quasi vengono le lacrime agli occhi, rievocando quel campionato e poi Ferrara e Careca, altri tempi, adesso pensano soltanto ai soldi.
«Era un ragazzo d’oro, i falsi amici l’hanno rovinato, un cuore così, da napoletano, ma troppa gente gli ronzava intorno, femmine, ladri…».
Così sentenzia Antonio, appoggiato alla recinzione, come morale del discorso forzatamente interrotto. L’aria è finita e la guardia batte le chiavi sul cancello senza troppa convinzione, incitando anche i ritardatari a risalire. Con lo sguardo annoiato, il giovane brigadiere sorveglia le operazioni, ma vorrebbe invece proprio indovinare cosa confabulano a bisbigli Salvatore e Marco rientrando rapidi verso le scale: Martino è diventato maresciallo origliando.

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Illustrazione di Alex Lupei

 

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