Dietro denti ben curati, la carie delle svastiche

di Giusi Palomba (da Laspro 30 – novembre/dicembre 2014)

Lontano dal considerare la complessità di ogni contesto, le ultime manifestazioni di odio nei territori, nelle periferie, che puntano su stranieri, rom, minoranze in genere, si riproducono ormai simili anche in luoghi molto diversi. Non perché le periferie siano tutte uguali, ma più probabilmente perché stiamo cedendo all’omologazione anche nelle forme della rabbia, quella funzionale al potere, quella che galleggia in un maleodorante brodo primordiale, e che rende troppo facile rinunciare a dotarsi di strumenti di lettura adeguati. Queste esplosioni di orrore quando avvengono nella realtà sono poi costrette a fronteggiarla fisicamente la realtà, a fare i conti con essa, vivendosi anche la possibilità che si riveli, fluorescente, il meccanismo perverso della guerra tra poveri.

mostro_pc

Foto di Giordano Pennisi

Ma in ambienti virtuali, in cui un confronto dal vivo non solo è evitato, ma non necessariamente previsto, si potrebbe andare avanti all’infinito, a legittimare e rinforzare quell’odio senza basi che fa tanto gioco alla politica, perché parte fondante di una campagna elettorale in certi periodi e perché arma di distrazione di massa in molti altri. La pseudocomunità virtuale che sa augurare la morte, lo stupro, il rogo, animata da una vorace pulsione distruttiva, è diventata incapace di analizzare le conseguenze delle parole su un piano di realtà, trova ovvio poterle conciliare con le individualità reali, ad esempio con un ruolo di madre o padre amorevole, e si sente coperta da una sorta di anonimato collettivo. Il rancore, l’espressione di sentimenti passivoaggressivi senza alcuno sfogo reale, sono elevati a valore, si afferma una cultura che non risolve le insoddisfazioni personali ma le rivolge all’esterno e con la maschera della distanza si autosolleva da ogni forma di responsabilità sociale. Questo paese accoglie sacche di arretratezza molto più gravi di quanto in molti ne abbiano percezione. L’orrore che si manifesta in 240 like e 322 condivisioni su un “sei morta troia”, sulla pagina Facebook di un femminicida racconta molto di questa subcultura. Relazioni di dominio, strutture oppressive, un’emotività repressa, morbosa e insalubre, l’analfabetismo delle relazioni, spesso proliferante nella famiglia tradizionale, ma non solo, diventano humus infernale che evidentemente trova nella rete la sua più vigliacca rappresentazione. L’alfabetizzazione informatica, invece, operata dai social network ha permesso che questa ignoranza collettiva si connettesse e trovasse conforto in comunità fittizie in cui autolegittimarsi. Senza impelagarsi nelle diverse forme di regolamentazione della rete, molto spesso problematiche perché confinanti con il concetto di libertà di espressione, tutto ciò ci dovrebbe far ragionare su altri livelli: non bisogna più concedere agio nel quotidiano, nel qui e ora, alle forme di intolleranza. Non basta più essere o considerarsi immuni, vivere le riserve indiane in cui troppo è dato per scontato. Ma intervenire continuamente nei luoghi in cui arriva un’eco troppo flebile dei documenti politici, degli slogan urlati nei cortei, delle elaborazioni anche raffinate che siamo capaci di fare nei luoghi liberati. Scriveva Vittorio Arrigoni a un’amica: «Non bisogna lasciar passare niente […]. A questi carriarmati di bigottismo e perbenismo fascista, bisognerebbe saper rispondere giorno per giorno. Che sia un risolino di scherno bisbigliato su di un mezzo pubblico, che cela dietro denti ben curati la carie delle svastiche, una usurpazione fatta sul posto di lavoro di cui siamo testimoni, una violenza verbale ai danni di un miserabile per strada. […] Semplici comportamenti, coerenti con se stessi, possono essere rivoluzionari». Facciamo come se dovessimo ricominciare ogni giorno daccapo a riconoscere il razzismo, il sessismo, il fascismo. Facciamo che però ricominciamo a riconoscerlo per strada, nel piccolo e nel quotidiano.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...