Boxe e materialismo storico

Del come e del perché il pugilato è uno sport laico.

di Alessandro Bernardini (da Laspro numero 29, settembre-ottobre 2014)

Joyce Carol Oates, brillante autrice statunitense, scriveva: «Non è la boxe a essere specchio della vita, ma la vita a essere specchio della boxe». Aveva ragione.
Jack London, Hemingway, Sepulveda, Soriano e molti altri hanno scritto pagine memorabili sulla noble art, ma lei, frantumando lo specchio, ci dice l’essenziale: la vita è racchiusa lì, tra le corde e non è altro (e quindi tutto).
La boxe è la vita, perché la vita non è nient’altro che la boxe.

illustrazione alex

Illustrazione di Alex Lupei

 

Sarà colpa dell’odore. Quando entri in una palestra di pugilato, senti un fetore nauseante: sudore e muffa ti s’incollano alle narici. A questo punto una persona può avere due reazioni: o ha un conato di vomito e prende velocemente la via dell’uscita, oppure sta ferma lì e respira a pieni polmoni. Se respira resta, se resta vede e se vede, prima o poi, su quel ring ci sale. Quell’odore diventa necessario.
Il fatto è che il pugilato è laico. È materia che si trasforma in continuazione. È il corpo, quindi, sul ring che diventa contenuto. Lo spirito (se c’è) evapora col sudore e resta occasione di studio per gli antropologi. L’ultraterreno di un pugile soffoca nei guantoni, non sta nei muscoli, si perde a ogni colpo tatuato sui denti e soccombe alla materia, al cuore che si disarciona dai polmoni, alla polvere. Non c’è nessun fuoco sacro attorno cui ballare. Nessun battesimo, nessuna purificazione.
In molte discipline di gruppo, in cui c’è un maestro, una guida, il messaggio è chiaro: non sei solo, siamo con te. Dacci il tuo corpo e la tua fiducia. Tanto più è il corpo a mettersi in gioco, tanto più è lo spirito a sintetizzare l’incontro tra il bene e il male. È un rito collettivo. È l’apogeo del sincretismo culturale. Il rapporto insegnante/discepolo potrebbe – per dirla con il materialismo storico – riferirsi alla sovrastruttura che stabilisce potere, ruoli e rituali. E chi non ce l’ha? Scagli la prima pietra chi non si è fatto mai affascinare da qualcosa o qualcuno, dalla trepidante attesa dei corpi in tensione, dalle regole di una disciplina (non in senso militaresco).
Poco importa se si abbracciano alberi, si aprono i chakra (nei quali è ritenuta risiedere latente l’energia divina), s’indossa un kimono, si stringe una corda o una cintura o si calca un campo di calcio. Lo sport innalza le donne e gli uomini, li rende più forti, più sani, più belli, più caldi. Il corpo e l’anima. Il pugile invece rifugge dal rito, si nasconde tra le corde, copre gli occhi sotto l’accappatoio, se prega, prega per se stesso e per la morte che lo guarda fisso per tre minuti fino alla prossima campana.
E che non si faccia apologia di libri o film in stile Fightclub (per altro bellissimi) che hanno – purtroppo – scatenato le fantasie di microcefali fascistoidi affiliati a Casapound e a tutta la galassia dell’estrema destra nostrana. Per tanto (troppo) tempo il pugilato ha trovato nutrimento in sponde fasciste. Il ventennio ha utilizzato Primo Carnera come simbolo vivente della superiorità della razza italica e della grandezza del fascismo e i nostalgici hanno ri-significato il pugilato come strumento di supremazia e machismo. Il fascismo di ieri ha disperatamente tentato di “farsi” storia attraverso il pugilato e quello di oggi, sempre in cerca di una causa, azzarda mirabolanti appartenenze e neologismi che farebbero quasi tenerezza se non fossero partoriti da menti pericolose.

La noble art è tutta un’altra storia: è strumento di lotta e di narrazione, è lotta essa stessa, fenomeno di aggregazione. È la vita che è specchio della boxe, appunto. Il pugilato rappresenta (nello sport) come nient’altro, la lotta per la sopravvivenza, il conflitto di classe, la rivolta personale e collettiva, il fervore rivoluzionario, l’agonia e la solitudine, il tempo che passa.
Proprio in un’ottica d’inclusione, democrazia, partecipazione e antifascismo, in Italia, dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, nascono i progetti delle palestre popolari, con l’esigenza di contrastare la proposta degli impianti sportivi “classici” basata su mercificazione, agonismo esasperato, discriminazioni economiche e di genere.
Le palestre popolari mettono in risalto gli aspetti positivi dello sport (non solo della boxe, ma anche karate, capoeira, arrampicata e molte altre discipline) quali la socializzazione, lo scambio, il divertimento, la salute e l’aggregazione. Inoltre difendono uno spazio libero fungendo da catalizzatori per attività solitamente relegate a professionisti o a persone più abbienti, restituendo alla cittadinanza luoghi blindati, soggetti a speculazioni edilizie.
Sono laboratori di democrazia diretta, accessibili a tutti, con una sola clausola: non c’è posto per i fascisti.
La palestra, quindi, non è soltanto il luogo in cui sfogare frustrazioni (mens sana in corpore sano), ma anche e soprattutto un universo politico, di confronto, di attivismo, di contrasto alla discriminazione. Uno spazio pubblico che risorge dal basso che dà dignità alle periferie, ai luoghi dimenticati dalle amministrazioni comunali e pronti per essere fagocitati dalla logica da centro commerciale. A Roma è nata la Rete Romana delle Palestre Popolari che da anni punta a rendere duraturo il fenomeno su tutto il territorio cittadino.
Le storie sono tante e sparse in tutta la città: la Valerio Verbano al Tufello, quella del Quadraro, il Forte Prenestino, a San Giovanni c’è Scup, Ad Maiora a Casalbertone, Collesalario, la Palpop Corpi Pazzi alla Torre, il Corto Circuito, la palestra popolare di San Lorenzo e altre ancora.
Il pugile sul ring è solo, non cede alle lusinghe dei guru, non è sintonizzato sulle frequenze della spiritualità, ma condivide con gli altri, le idee, le lotte e le speranze. Mette in gioco il corpo. Chiude gli occhi e prende fiato. Difende insieme a uomini e donne quel ring che è della gente. Quella gente che viene anche solo per guardare, urlando ogni volta che la matematica precisione di un montante passa sotto all’avambraccio e si schianta sul mento dell’avversario.
Per questo le palestre popolari hanno vinto la battaglia: hanno reso il pugilato più accessibile spogliandolo dello stereotipo carico di violenza fascista.
La boxe non è più lo sport dei picchiatori in camicia nera, ma è una pratica molto diffusa, sana, in cui si rispettano le diversità, in cui le donne hanno ruolo e dignità pari all’uomo (cosa che difficilmente può dirsi per molte altre discipline sportive), in cui si rifugge dalla logica della competitività sfrenata.

«La prima volta che sali sul ring ti tremano le gambe. Non hai occhi che per quello che ti sta davanti. Il mondo sotto le corde smette di esistere. La seconda volta che sali sul ring ti tremano le gambe. E così la terza, la quarta, fino alla centesima volta. L’ultima volta che sali sul ring ti tremano le gambe.
Perché sai che sarà l’ultima»
(Un pugile anonimo)

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