Il più grande reporter del futuro

di Alessandro Bernardini (da Laspro 27, febbraio 2014)

Facciamo un passo indietro. A me la penombra del balcone mi dava sempre quella sensazione di vuoto interiore che riuscivo a colmare solo con tre coppie di Gentilini e Nutella imbevute nel tè al limone che faceva nonna.
A Centocelle all’epoca non c’era la mela monca del Mac che oggi garantisce la scrittura lesta. Non c’era nemmeno l’orgasmo regalato dai polpastrelli sulla superficie argentata e ruvida trionfante di design che ogni mattina sfioro appena sveglio, prima ancora di andare a pisciare.
A Centocelle c’era nonna che faceva il tè e io me la guardavo, mentre il suo girovita da pallone aerostatico danzava come un derviscio tra le piastrelle celesti della cucina lunga e stretta tutta in formica.
Fu in uno di quei pomeriggi di sabato che chiusi Omaggio alla Catalogna e decisi di diventare il più grande reporter del futuro.
Ero pronto: pronto per un bombardamento a Beirut, pronto per lavarmi la faccia nel Gange, pronto per schivare le pallottole in un villaggio boliviano sperduto, pronto per intervistare il Subcomandante Marcos e, una volta finita l’intervista, prendere il fucile e buttarmi nella mischia con lui.

Illustrazione di Lisa Lau

Illustrazione di Lisa Lau

Avrei raccontato tutto: le agonie, le disuguaglianze, gli spari, le fortune, la luna, i paesaggi, le lotte dei contadini, le sopraffazioni del nuovo colonialismo, le speranze sotterrate. Avrei girato il mondo su furgoni smarmittati, a piedi sotto il sole o la tempesta, in compagnia di terroristi, contrabbandieri, ladri, spacciatori, eroine misconosciute all’occidente opulento. Avrei contratto la malaria in Africa, l’epatite nelle Filippine, lo scorbuto a Canicattì.
Mi guardavo allo specchio, ancora col Gentilino penzolante al lato della bocca, e fiero gonfiavo il petto ridendo di gusto all’immagine di me: gli occhi di Hemingway, la bocca di John Reed, le guance scavate di Orwell e i muscoli del Capitano «tutti di plastica e di metano».
Bisognava prepararla quella partenza.
Dovevo studiare, anche perché fino a quel momento non l’avevo fatto mai. Avevo bighellonato tra i “miei” libri, una coltivata predisposizione per il teppismo scolastico, condito da un anarchismo confusionario e pressappochista e l’innata capacità di imparare a memoria, leggendo solo una volta, quello che mi veniva propinato come testo scolastico.
A diciannove anni, fresco di 48 sessantesimi (tra le proteste dei miei compagni di classe che avevano studiato fino alla morte) conferitimi con lode presso l’Itc Michelangiolo (si scrive così) di Roma, mi imbarcai nell’avventura del test d’ingresso a numero chiuso per il corso di laurea in Scienze della Comunicazione. Detto corso di laurea, nato per soddisfare i pruriti massmediologici di alcuni sociologi mummificati, era all’epoca (1994) considerato il trampolino di lancio per la nuova generazione di intellettuali: i Maurizio Costanzo con la kefiah.
Insomma, quale miglior percorso di studi se non quello collegato direttamente alla fiorente industria della comunicazione, che proprio all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ruggiva alle porte della lottizzazione, spinta dalle migliori intenzioni del pluralismo dell’informazione?
Chi abbocca? Io.
E quindi vatti a studiare la sociologia del biennio. Kant, Weber e Marx. Il terzo lo conoscevo se non altro per simpatie proletarie e almeno non lo confondevo col Mars (che tirava tantissimo) come facevano alcuni miei amici giù al quartiere. Il primo per me era solo la via che portava a Montesacro, ma almeno non mi impelagavo nella pronuncia Kent che, sempre quelli giù al quartiere, tiravano fuori pensando fosse americano. Weber: mai sentito.
L’abboccone ci mise sei mesi per fare due esami, capendo miseramente sulla sua pelle la differenza tra i diplomati del liceo e quelli degli istituti tecnici. Per dirla tutta anche qui, quelle facce da cazzo dei diplomati del liceo mica tutti passarono il test d’ingresso a numero chiuso: soddisfazioni di gioventù.
Poi venne la coscienza politica, l’ingiustizia del numero chiuso, il Sol dell’Avvenire, le occupazioni, le ragazze emancipate, le riunioni di autocoscienza maschile e soprattutto l’esame di Teorie e Tecnica del Linguaggio radiotelevisivo con nientepopodimenoche il signor Maurizio Costanzo Show.
Duello al sole. Io e lui (con dietro trecento studenti liquefatti sui banchi alle temperature di luglio).
Io e lui, e la richiesta da parte sua di poter fumare durante l’interrogazione. La mia benevolenza nel concedergli il diritto e la mia faccia di bronzo nel dirgli: «Bene, fumo anch’io quindi!» (ne vado così fiero che quasi mi commuovo ancora oggi). Trenta. Un tranquillo e fumoso trenta, discutendo (giuro) dell’evoluzione della soap opera, da strumento di vendita di sapone in tv negli Usa, a romanzo circolare incastonato nel palinsesto berlusconiano di Canale 5 nell’ora postprandiale.
Hemingway mi avrebbe sparato in faccia, Orwell mi avrebbe seppellito a distanze siderali dai compagni del Poum e John Reed mi avrebbe dato in pasto al Comintern.
Era giunta l’ora di fare pratica: prendere il benedetto patentino da pubblicista e dopo i famigerati settanta articoli pagati e firmati, poter fare l’esame di Stato che consente di entrare a far parte dell’Ordine dei Giornalisti, istituito nel 1963 dalla legge Gonnella che reintroduce l’Albo di fascista intelletto.
E il Sol dell’Avvenire?
Tramite una non ben precisata conoscenza mi presero al quotidiano La Sera. La redazione si trovava in uno scantinato nel quartiere Prati. Sicuro di impressionare il direttore mi resi disponibile a tutto. Dopo centoventotto caffè portati alla redazione dal bar di fronte e un ridicolo affiancamento di due settimane da parte di un annoiatissimo cronista, ero pronto per essere pubblicato.
Primo articolo: il problema dell’otturazione dei tombini su viale Germanico, causata dalla caduta delle foglie dei pioppi in autunno. Cinquecento battute.
Secondo articolo: la protesta degli abitanti del quartiere contro le merde lasciate dai cani sui marciapiedi. Cinquecento battute.
Terzo articolo: il traffico e i disagi per gli abitanti del quartiere (che protestavano). Quattrocento battute.
Il direttore, un tipo tale e quale a Junio Valerio Borghese coi baffi, mi disse senza mezzi termini che se volevo firmare gli articoli l’Iva me la dovevo pagare io. Indignato e consapevole del mio valore di cronista mi rifiutai di stare al gioco. I primi tre capolavori se li accaparrò quello annoiato che mi aveva fatto l’affiancamento. Me ne andai.
Andavo in giro a dire alla gente: «Vedi questo pezzo qui, be’, l’ho scritto io, solo che non me lo hanno fatto firmare». Un’alzata di spalle era il massimo che riuscivo a ottenere.
Dovevo trovare un altro posto, un posto in cui si sarebbe creduto in me, un posto in cui a un certo punto mi avrebbero dato una scrivania, un telefono e un computer. Le sentivo già quelle parole: «Bernardini, ti mandiamo al confine tra Libano e Israele. Tira fuori una storia!».
Tramite la conoscenza non precisata, approdai al Messaggero. Via del Tritone. E il Sol dell’Avvenire?
Quando arrivai davanti al palazzo mastodontico con la porta a vetri ebbi il presagio: la sensazione che la mia vita stava prendendo la direzione che volevo, che tutto stava per cambiare. Capita a tutti di fermarsi un attimo, tirarsi sulle punte dei piedi e prendere il respiro più lungo di sempre, indurire le mascelle, spingere in avanti le spalle e buttarsi tra le fiamme.
Feci un articolo per la redazione Economia sulle rimesse degli immigrati che fu per l’ottanta per cento cassato dal caporedattore. Mi tacciò di essere ideologico, sinistrorso e confusionario. Lo firmai, ma quella che venne pubblicato fu una fredda cascata di dati. E io che pensavo di aver fatto lo scoop.
In realtà qualcosa l’avevo scoperta davvero: Angelo Costa, azionista non più di maggioranza della Costa Crociere, aveva ricevuto l’incarico di agente non esclusivo di Western Union per l’Italia (da cui si invia denaro all’estero con commissioni altissime), usate nella maggior parte dei casi dai migranti che lavorano in Italia per mandare denaro contante nei loro paesi di provenienza. Casualità voleva che il fratello di Angelo, Francesco, era a capo della casa editrice Stranieri in Italia che pubblicava un portale di informazione, assistenza legale e consulenza per migranti. Francesco era anche il patron di testate in lingua straniera che raggiungevano le duecentomila copie. Mi sembrava quantomeno singolare che chi faceva i soldi sulle commissioni del denaro inviato all’estero fosse collegato ai servizi per i migranti. Fu l’unico pezzo firmato e non pagato al Messaggero.
Dopo la delusione nel “giro che conta” decisi di mettere in pratica la mia militanza politica e buttarmi nella mischia dei giornali in cui nessuno avrebbe mai censurato un mio pezzo.
Entrai (da solo) nella redazione di Lettera Internazionale, una rivista trimestrale europea di cultura, nata nell’estate del 1984, per iniziativa di Antonin Liehm, intellettuale dissidente cecoslovacco spalleggiato da Federico Coen (ex MondOperaio), ma io delle origini della rivista non ne sapevo nulla. Anche qui: piano interrato, odore di carta fresca, polvere, tanto amore, ma niente articoli pagati.
Venne il servizio civile che rallentò la mia incivile voglia di fare il giornalista, per cui passai un anno nelle patrie galere sociali a non fare niente se non scrivere la tesi di laurea. Altro che Maurizio Costanzo Show: il digital divide nell’epoca del neocolonialismo tecnologico. Un mattone di 328 pagine che fece sgranare gli occhi al relatore. Dopo anni di bisbocce, lotte e perdita progressiva di fiducia nell’”opera sociale” del giornalista, mi laureai.
Che fare? Partii per un po’ e vissi d’espedienti (tra cui anche l’infame che porta le cartelle esattoriali, chiedo perdono a tutti quelli che ho fatto piangere).
Un paio d’anni più tardi ci riprovai: corso di giornalismo e relazioni internazionali e stage finale, scelto a “pugno chiuso”, presso la redazione di Carta, noto settimanale di movimento deceduto da qualche tempo. Tutto bello, ma una volta finito lo stage…
Poi capii: il giornalismo tradizionale era morto! Bisognava “essere il medium” parafrasando il vecchio e caro Indymedia. «Il futuro è nel videomaking!», così imparai le basi della ripresa e del montaggio e finalmente feci il viaggio che Orwell, Hemingway e Reed mi avrebbero finanziato: la Palestina!
E così partii con l’obiettivo di intervistare le donne palestinesi che si candidavano alle elezioni politiche del gennaio 2006. Incontrai candidate di tutti gli schieramenti, ripresi le loro facce e ascoltai i loro programmi elettorali. Ma non finii mai il lavoro. Il futuro, per un attimo, si bloccò lì, su una strada polverosa e secca di Gaza. Invece di raccontarla la storia, ne divenni inconsapevole protagonista e mi ritrovai tra fucili, campi incolti, miliziani e tazze di tè a sperare di tornare sano e salvo nel mio letto caldo e sicuro di Gerusalemme.
Per sapere come andò dovete leggervi Un B-movie girato a Gaza. Su Laspro, ovviamente, numero 18 (prossimamente su questo blog).

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