Casanza

di Alessandro Pera (da In tempo di guerra e altri racconti, Lorusso editore, 2014)

Franco corre da solo, con quei suoi passetti sbilenchi, l’aria afflitta e il sudore che ormai dilaga sulla maglietta grigia. Nel piccolo, affollato cortile si mescolano lingue, grida, risate; i cinesi parlano fitto nell’angolo a destra, vicino all’entrata, ma non danno mai troppa confidenza agli altri, sempre chiusi nel loro universo. Passeggiano in silenzio, invece, i polacchi, a passo svelto, immersi in un’inguaribile malinconia, che il sole non riesce a dissipare. Peruviani e argentini gridano di calcio in uno spicchio di sole e giurano che Maradona era un’altra cosa. Su questo trovano facili alleati in Giovanni e negli altri; anzi, a Ciro quasi vengono le lacrime agli occhi, rievocando quel campionato e poi Ferrara e Careca, altri tempi, adesso pensano soltanto ai soldi.
«Era un ragazzo d’oro, i falsi amici l’hanno rovinato, un cuore così, da napoletano, ma troppa gente gli ronzava intorno, femmine, ladri…».
Così sentenzia Antonio, appoggiato alla recinzione, come morale del discorso forzatamente interrotto. L’aria è finita e la guardia batte le chiavi sul cancello senza troppa convinzione, incitando anche i ritardatari a risalire. Con lo sguardo annoiato, il giovane brigadiere sorveglia le operazioni, ma vorrebbe invece proprio indovinare cosa confabulano a bisbigli Salvatore e Marco rientrando rapidi verso le scale: Martino è diventato maresciallo origliando.

illcasanza

Illustrazione di Alex Lupei

 

«Ce l’hai la cena?»
«No, non lo so… vedo che passano, qualcosa c’è, la domenica. Se no mi faccio una pasta…»
«La domenica c’è spezzatino di mostro, sempre! Dai, ti mando qualcosa io, non posso pensare che stai lì a mangiare casanza, la domenica sera, come un disperato!»
«Grazie, quando arriva il pacco ti invito io, cioè io lo sai non sono molto bravo…».
La mano di Salvatore sospesa a mezz’aria respinge i complimenti.
«Oggi fettuccine al ragù. Alle due mi metto all’opera».
«Alle due?»
«La carne deve cuocere prima nel vino e poi nel sugo. Si deve sciogliere, cedere tutto. Appena passa la spesa, comincio. Tu stai sempre a leggere, ti trascuri ma per la cucina ci vuole tempo».
Marco sorride pensando al tempo che sempre gli vola e al libro sui sogni che lo aspetta, disteso sopra lo sgabello.
«Manda il piatto alle sei».

Il pomeriggio si presenta lungo e tranquillo: né colloqui, né pacchi la domenica, e poi da due settimane il campionato è finito, quindi le urla e le scommesse non turberanno la quiete. Peraltro Salvatore non scenderà neanche nel cortile perché preferisce fare tutto con calma. Non vuole deludere gli ospiti. Lui a Bologna non è mai stato ma, tanti anni fa, in cella con Claudio, ha rubato parecchi segreti, spiando tempi e ingredienti. Del resto gli piace imparare cose nuove; si è fatto insegnare dai somali e dai palestinesi piatti dai nomi impronunciabili, ma buoni, davvero, anche se da noi non si trovano tutte le spezie, neanche fuori. E loro scuotevano la testa, non era mai come a casa, devi venire da noi a mangiarlo, laggiù, con i miei fratelli. Sono inviti un po’ indefiniti, indirizzi incompleti, nomi mandati malamente a memoria, ma chissà…
Per prima cosa, bisogna preparare gli attrezzi. Salvatore spezza allora il rasoio Bic con un colpo secco della mano e con la lama costruisce un affilato taglierino. Prende quindi il bastone della scopa, strappa la copertura di plastica e al bagno lo lava con cura, con il sapone. Con il taglierino nuovo attacca le verdure per il soffritto, la cipolla per prima, tenendo il viso lontano, e poi, lentamente, la carota e il sedano. Uno spicchio d’aglio, un poco di burro, l’olio e avvia il soffritto con il fuoco bassissimo. Sono già le due e mezza quando mette la carne; alimenta il fuoco, rapido gira e rigira con il cucchiaio di plastica, evitando che fonda. La carne deve essere ben cotta, nessuna traccia di rosso e di crudo; solo allora si può mettere il vino.

Il manico della scopa non è certo lo strumento più adatto e la sfoglia gli appare sempre troppo spessa, non aderisce al movimento come dovrebbe, forse neanche l’impasto è riuscito perfettamente. Ma Salvatore continua accanito la sua lotta. Intanto, dalla cella 21, si sparge, in tutto il reparto, un profumo di spezie che porta lontano: è il lento sugo che gli arabi stanno preparando per la loro serata.
Il lavorante è un ragazzo africano, in galera per un niente; mantiene la sezione pulita come fosse la sua casa ma soprattutto si impegna nei commerci, nei baratti, nei regali che garantiscano a ciascuno il necessario. Adesso si è messo di nuovo in cammino e da una cella all’altra transitano, per le sue mani, pelati, farina, uova; in ogni cella si completa la cena. Un tempo era quasi tutto in comune; poi, come dice Giovanni, l’ambiente si è un poco guastato. Spesso i ragazzi non hanno né i soldi né il pacco e assediano di gavette il carrello del vitto. Salvatore preferisce restare con il pane e con l’acqua, ma la sbobba di casanza non la vuole accettare, ha sapore di prigione e di unto.
Piano piano, lo spirito vince la materia, la pasta si distende fino allo spessore previsto. Finalmente prendono forma le fettuccine, strette, lunghe e sottili, come diceva Claudio, con il tono professorale che esibiva nelle grandi occasioni. Le fettuccine si distendono sul minuscolo tavolino, poi sopra il letto, invadono infine tutta la cella.

Alle sei precise la porta si apre e Giovanni si affaccia dentro, con il suo sgabello, il fornello e mezzo litro di vino.
«È quasi pronto!»
«Ehi, ma sei impazzito, quanta roba hai preparato?»
«Ma no, ne ho fatto un po’ di più per Antonio e Pietro, che stanno alla 12. E poi anche Marco, gli ho detto di mandare il piatto».
Giovanni si guarda intorno come se le fettuccine gli impedissero di prendere posto, lo assediassero da tutte le superfici. Alla fine si siede sul suo sgabello, accanto al tavolino, e senza dire niente osserva le complesse manovre di Salvatore che nel minuscolo spazio inizia a cuocere, scolare e condire l’enorme massa di pasta.

Mangiano in silenzio; Giovanni fa però gesti di approvazione e di compiacimento, quasi che non trovasse adeguate parole per lodare la cena. Bevono il vino fresco a piccole sorsate, stasera violeranno la dose giornaliera. Marco si affaccia dalla cella per ringraziare, saluta anche Giovanni, è giovane ma conosce le usanze degli anziani.
«È bravo quel ragazzo ma non lo devi viziare…»
«Ma l’altra volta mi ha mandato il salmone del pacco, cioè non è uno che si approfitta. È un pesce fuor d’acqua ma è preciso».
«Bisogna saper vivere. Cioè, adesso a tante cose non si bada, prima c’era più rispetto, in generale, ma chi sbagliava…»
«Prima era diverso. Alcuni sbagli non si potevano fare».
Giovanni beve di nuovo, un sorso più lungo, come stesse cercando di affogare un ricordo.
«La conosci la storia delle polpette?»
«Polpette?»
«È successa in un carcere del sud, parecchi anni fa. Il lavorante era un ragazzo, giovanissimo, Paolo si chiamava, mi pare, non aveva neanche vent’anni e gli volevano tutti bene, rideva, cantava, era uno di quei tipi così. Anche i boss giù lo avevano preso in simpatia, cioè per questo lavorava, sai com’era prima…»
«Certo che lo ricordo».
«E allora questo Paolo portava anche i pacchi del colloquio in sezione, li distribuiva lui stesso. Un giorno, porta su un pacco per un detenuto che non conosce, cioè che è appena arrivato lì, e la famiglia lo va a trovare e gli porta il pacco, e ci sono anche delle polpette, sai quelle buone, fatte alla vecchia maniera, con la mollica di pane, l’aglio e il resto, insomma, ce n’è un contenitore di plastica pieno. E allora questo Paolo va su e giù con i pacchi e vede le polpette, gli viene la tentazione di mangiarne una, così per provare, perché lui non ha nessuno fuori, e gli viene voglia di provare le polpette…»
«Non si rende conto, perché insomma è un’infamità, mangiare il pacco di un altro».
«Lui non si rende conto e le polpette sono buone, ne mangia un’altra e un’altra ancora. Capisci, lui mangia un po’ di queste polpette, sono tante e poi ci sono altre cose, non è che chiedi a casa quante erano le polpette. Invece quello, che è uno importante, capito, proprio di quella zona, sai, allora comandavano pure sulle guardie e sui direttori, lui se ne accorge, cioè prima si insospettisce, poi chiede a casa, per l’affronto ovviamente, non che gliene frega niente delle polpette, ma è incazzato che hanno fatto questa cosa a lui… E risale a Paolo, cioè forse qualcuno l’ha anche visto, sai com’è. Non gli dice niente, tutto come prima, normale, non è che lo accusa. Ma un giorno a questo Paolo lo trovano morto nella doccia, l’hanno zaccagnato, capisci, con il punteruolo, allora c’era chi faceva questi lavori, cioè è morto per quattro polpette. La cosa più assurda è che stava dentro per una cazzata, doveva fare pochi mesi, era uno sfigato, neanche l’avvocato aveva…»
«È da infami mangiare il pacco di un altro, è roba di casa mia. Però, cazzo, morire così a vent’anni…»
«Ne succedono di storie, capisci, anche fuori, c’è il giro sfortunato e se sbagli paghi per tutti, la vita ti ha sbattuto dove non dovevi stare e amen, non è che puoi farci niente».
La cena è finita e tutte le parole sono state consumate; soltanto un poco di vino è rimasto e i due amici lo sorseggiano lentamente, in silenzio, aspettando le otto.

Prima che chiudano le porte per la notte, arriva trafelato il lavorante che annuncia a tutti, nel suo italiano un po’ incerto, le novità del momento: «Sotto ci sono due amici di passaggio, li hanno messi alle celle, isolati. Stanno andando al processo».
«E perché non li portano in sezione?»
«Dice che per una notte non lo fanno, cioè domani mattina partono, non so perché sono isolati».
«Chiamiamo il brigadiere».

La trattativa è lunga e complessa. Il brigadiere, che è nuovo e appare piuttosto nervoso, addirittura nega all’inizio che ci siano detenuti di passaggio al piano terra. Messo alle strette, frappone poi alla richiesta di portarli in sezione le disposizioni del giudice che prevedono l’isolamento. Il lavorante non potrà incontrarli né dare loro il vino e la cena.
Ma Salvatore queste cose non le può proprio accettare. Quando nella sezione ritorna la quiete, si mette al lavoro: uno spicchio d’aglio schiacciato sulla padella, l’olio, il peperoncino, il pelato, si ricomincia. Di nuovo profumo di cibo nella piccola cella, acqua che bolle, sugo mescolato con cura. Prima di scolare la pasta, con il taglierino taglia a metà una bottiglia vuota dell’acqua minerale, poi strappa da un lato il lenzuolo, disegnando una lunga e stretta striscia, e rapido, poiché molte volte ha ripetuto il rito, dal niente costruisce una corda. Batte dunque sul pavimento con il matterello, rientrato nei suoi ranghi di scopa, due colpi soli, ma forti, secchi. Un grido risponde dalla finestra.
«Ciao, sono Salvatore».
«Ciao».
«Benvenuti. Il viaggio?»
«Da cani. Caldo e ci hanno fatto pisciare con gli schiavettoni, una bestia, il capopattuglia. Non voleva neanche fermarsi».
tempo-di-guerra-web«Stronzo».
«Comunque domani mattina ripartiamo».
«Hanno fatto difficoltà per far scendere la roba. Ti mando io qualcosa, tra un minuto. Quando busso affacciati».
«Grazie».
«Figurati. Tra un minuto. E buon appetito».
Scola la pasta, la ripassa rapidamente nella padella a fuoco allegro, un pugno di prezzemolo e poi tutto dentro la bottiglia tagliata. La lega con la corda, bussa di nuovo e senza attendere risposta cala la pasta fumante dalla finestra.

Non li ha visti nemmeno in faccia e non ricorda più il loro nome ma Gaetano gli ha fatto cenno che sì, li conosce, sono bravi ragazzi. Salvatore a queste cose ci bada. Mentre pulisce per bene la stanza, ripensa a questa giornata passata ai fornelli; non gli dispiacerebbe un giorno, avendo del tutto consumato la pena, guadagnarsi da vivere cucinando, qualcosa può aver imparato, in tutti questi anni. Ma è un futuro opaco, lontano, come quando ti aggrappi alle sbarre e provi a guardare l’orizzonte, oltre il secondo muro, dove inizia la strada del mare.

 

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