[Laspro 36] La prima comunione

di Alessandro Bernardini (da Laspro 36)

A guardare la foto non ci sono dubbi: io sono l’unico coi bermuda. È una di quelle immagini verdognole scattate senza flash. Il fotografo probabilmente è un purista, alza gli ISO e apre il diaframma e così noi veniamo tutti un po’ sgranati, con gli occhi leggermente cerchiati di nero. È quasi arrivata l’estate e qui dentro non ci sono finestre. Le luci artificiali glorificano l’altare e la coppa d’argento piena di pietruzze, in cui tra un po’ dovrebbe essere versato il sangue di Cristo.
agostino_di_bartolomei_roma_1978-79A dire la verità il calice somiglia molto alla coppetta che mia sorella ha vinto qualche giorno fa al torneo di tennis a largo Preneste, un accrocco fatto di latta e plastica che si è meritata stracciando la concorrenza. È stato il capitano Agostino Di Bartolomei – che ha da poco chiuso la sua carriera con la Roma con 214 presenze e 49 gol per passare al Milan – a consegnarle il trofeo sotto gli occhi adoranti di noi bambini.
A proposito di Cristo: lui c’è, è proprio dietro di noi e non se la passa poi tanto meglio, visto che è inchiodato a una croce con la testa piegata a sinistra e probabilmente è già morto. Ogni tanto mi giro a guardarlo e sinceramente la sua faccia mi inquieta un po’. È così magro, scavato, con tracce di sangue che gli scivolano sul costato, i piedi ossuti bucati da un chiodo enorme e arruginito e le mani che sembrano due polipi in fuga.
10 giugno 1984: Bettino Craxi guida il governo e accompagnato da Gianni De Michelis va all’ospedale dov’è ricoverato Berlinguer, ormai senza speranze. Pertini è presidente della Repubblica, agli esteri c’è Andreotti, Nilde Iotti è presidente della Camera e Cossiga del Senato. Giovanni Berlinguer chiede ai militanti del PCI che presidiano l’ospedale di non contestare il presidente del Consiglio. L’ultimo desiderio di Berlinguer è quello di non essere sepolto al mausoleo del Verano, ma nella tomba di famiglia a Prima Porta.
Io di tutto questo sono ignaro. Io sto per fare la prima comunione e tra poco riceverò una splendida collanina d’oro e soprattutto il Commodore 64. Me l’hanno promesso e non c’è niente al mondo che mi renda più felice.c64c_system
Stamattina ero tutto un fremito e la cucitura dei miei bermuda punzecchiava dietro la coscia. Mia madre ci ha passato il borotalco perché, a forza di grattarmi, ho fatto uscire il sangue. Sono emozionato perché finalmente assaggerò l’ostia. Il corpo di Cristo. Sono mesi che cerco di immaginarne il sapore. Di che sa il corpo di Cristo? Di carne? Dolce? Salato?
Ho fatto tutto quello che mi hanno detto di fare. Il catechismo è una gran rottura, ma alla fine anche io potrò assaggiare questa benedetta ostia e soprattutto potrò giocare col mio Commodore 64! Non ho toccato cibo, perché voglio mantenermi leggero, non sia mai che arrivo sul più bello a stomaco pieno e non me la gusto.
Ho protestato tutto il tempo ma non c’è stato verso: «Ti metti i bermuda blu e la giacca a quadri marroni e blu abbinata».
«Ma io non li voglio i bermuda! Mi prenderanno tutti in giro!»
«Sei il più bello di tutti e poi fa caldo, non ti preoccupare».
Sconfitto mi faccio convincere anche a indossare un papillon (sempre blu), che “ti risalta gli occhi”.
Certo, caldo fa caldo e a vedere i miei compagni di cerimonia, mia madre non ha tutti i torti. C’è Marco che è vestito come un mafioso, indossa un completino monocolore gessato argento che neanche Tano Badalamenti da giovane.2_d_prima_comunione_gruppo_26-6-62_durello_gervasio Ivano sembra uno di quelli che si vedono in televisione e vivono a Berlino Est: pantaloni marroni larghi e maglioncino di cotone grigio topo stretto stretto, che non so davvero come faccia a respirare. Per non parlare poi delle femmine: Michela sembra una meringa e Alessia una sposa bambina pronta a essere sacrificata.
Don Carlo è dietro di noi e cammina sicuro sfiorandoci le spalle ogni volta che s’avvicina. Ha il giusto carisma per essere considerato infallibile da alcuni fedeli della parrocchia. Tutti qui al quartiere sanno che la BMW nera parcheggiata qui fuori è la sua. Le malelingue dicono che i soldi della questua sono finiti al concessionario sulla Tiburtina. Lui è una specie di papa sovrano, solo che il suo potere arriva al confine con Tiburtino III, in cui la giurisdizione passa in mano a don Mario che, per quelle due volte che l’ho visto, mi è sembrato più simpatico.
Il mio quartiere l’hanno costruito le cooperative rosse e la Chiesa di don Carlo, dove tra poco entrerò a pieno titolo nella comunità cristiana, è situata non lontano da viale Palmiro Togliatti, viale Sacco e Vanzetti e via Angelica Balabanoff. La Santa Bernardetta è un’oasi di resistenza cattolica nel mare magnum dell’edilizia popolare comunista. Io, che non ci capisco niente, partecipo con grande entusiasmo a tutte le feste dell’Unità che si organizzano ogni anno. Lì, ci vanno tutti, anche quelli che sono oggi qui in chiesa tirati a lucido. Non ci ho mai visto don Carlo, ma un paio di chierichetti in borghese, che se la spassavano tra salsicce e zucchero filato, sì.
Mia madre è bellissima e giovane e so che suscita i pensieri peccaminosi di molti dei mariti di quartiere (e anche delle mogli). È vestita come solo negli anni ’80 ci si può vestire: una via di mezzo tra Tina Turner e Farrah Fawcett. Mi tiene per mano e con l’altra trascina mia sorella che oltre alle glorie del tennis deve convivere con l’installazione di un apparecchio per i denti fisso, terribilmente invasivo. Odia tutta l’umanità, compreso me.
Sono pronto per l’eucarestia, ma prima mi devo confessare.
Sono così agitato che ho la vescica che scoppia e come faccio sempre, mi spremo lo scroto cercando di mandare indietro la pressione della pipì, col risultato di sembrare quantomeno equivoco. Non resisto, prima che don Carlo mi chiami per la confessione devo espletare le mie funzioni corporee, altrimenti finisce male.
Mia madre mossa a pietà mi lascia andare in bagno e proprio in quei due minuti di pace e liberazione, in cui vedo la pancia sgonfiarsi velocemente, a quanto pare nella grande sala della cerimonia, fatta di mattoni rossi e cemento armato, don Carlo chiama proprio me. Io ignaro tiro l’acqua del water, rilassato come solo dopo una pisciata epica si può essere.
Mia madre è agitatissima, mia sorella ne approfitta per fare il suo primo sorriso con l’apparecchio e mio nonno, fin qui ancora non menzionato, posa la sua macchina fotografica (lui sì che le foto le sapeva fare) e viene a cercarmi. Don Carlo resta infastidito al suo posto e, per la prima volta dall’inizio della mattinata, non sa cosa fare.
Esco dal bagno con un sorriso simile a quello di Jean Paul Belmondo che subito però si tramuta in smorfia quando vedo arrivare verso di me il padre di mia madre che, con la morte disegnata in volto, mi ringhia contro. Corro verso di lui e volo a dieci centimetri da terra quando mi prende per un braccio e mi strattona lanciandomi letteralmente in linea retta con lo sguardo inquisitore di don Carlo. Lui, il papa di periferia, mi aspetta ormai da troppo ed è visibilmente incazzato da questo ritardo sulla tabella di marcia.
Mi siedo e sudo freddo, addirittura devo pisciare di nuovo, ma respingo lo stimolo con coraggio senza toccarmi le parti intime. La confessione prima della mia entrata nella comunità cristiana non si svolge, come avevo sognato, nel confessionale, con la luce fioca e la grata a separare prete e peccatore, ma su due sedie alla sinistra dell’altare, messe una di fronte all’altra.
«Allora Alessandro, lo sai che cosa significa peccare?»
«No, non credo. Forse che sono stato cattivo?»
«Ogni giorno pecchiamo e ogni giorno dobbiamo chiedere a Cristo il perdono per i nostri peccati. C’è qualcosa che secondo te devi farti perdonare da Cristo?».
Inizio ad andare indietro con la memoria e mi concentro:
l’altro ieri ho catturato una lucertola insieme ad Andrea e l’abbiamo incollata col Bostik a un pezzo di legno, poi con l’accendino (che ha portato Andrea) l’abbiamo mandata al creatore;
a Natale, io, Andrea, Stefano e Marco abbiamo preso un pacco di miccette e, tra urla esultanti, abbiamo minato un formicaio per vedere l’effetto che fa un bombardamento in miniatura;
qualche giorno fa a scuola sono entrato nel bagno delle femmine e ho infilato la testa sotto la porta (ci sono le porte rialzate da cui si vedono i piedi di quelli che ci stanno dentro), ci ho trovato Silvia (che mi piace tanto) che stava facendo la cacca e le ho visto le ginocchia nude e le mutande calate;
una settimana fa ho rubato, insieme a Stefano, tre salami, un tubo di maionese, un pacco di caramelle, e un cartone di Calippo alla Coop;
la scorsa estate il nostro gioco preferito è stato quello di andare a spiare, insieme a quelli più grandi, quelli che stavano dentro le macchine a fare l’amore, sotto i garage dei palazzoni in costruzione. Uno di questi se n’è accorto ed è uscito fuori. Ci è corso dietro e ci è mancato poco che ci prendesse. Per fortuna siamo dei gatti e siamo schizzati via. Non vedo l’ora che inizino di nuovo le vacanze;
ho rubato le spade dei pupi siciliani di mia nonna, le ho distribuite ai miei amici e abbiamo bucato le gomme a tutte le macchine parcheggiate nel raggio di un chilometro dalle nostre case. Una sorta di comitato di quartiere è venuto a bussare alle nostre porte e ha chiesto il conto ai nostri genitori. Ne ho prese così tante che ancora mi fa male il culo.
Per ora non mi viene in mente altro.
Guardo fisso don Carlo che attende la mia risposta. Sposto gli occhi sulle sue mani: sono grosse e un anello d’oro sembra soffocargli l’anulare. Riporto lo sguardo sulla sua faccia e mi accorgo di non averlo mai visto da così vicino. Ha gli occhiali spessi e neri, pochi capelli simili a fili elettrici tirati all’indietro e la barba rasata che lascia sulla sua faccia un’ombra verde. È brutto e mi guarda con l’aria stanca.
«Allora Alessandro, hai sentito quello che ti ho chiesto?»
«Sì padre ho sentito. L’altro giorno ho fatto arrabbiare mia sorella, ma poi abbiamo fatto pace».
«Va bene, di’ due Ave Maria e un Padre Nostro prima di tornare dagli altri».

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