Vuoi metterti con me? [PornoGraffi #2]

Di Sabrina Ramacci

[illustrazione da quadretto made by The Babbionz]

Made by The BabbionzI glitterati anni Ottanta splendevano su di noi e all’epoca mai avremmo mai immaginato le conseguenze di tutta quella superficialità esistenziale. Noi avevamo altro a cui pensare. Il consumismo ci imponeva un’unica sola fede nei beni materiali poiché solo possedendo i giusti feticci si sarebbe rimorchiato il tipo giusto. Io possedevo poco o niente. Avevo il Ciesse e non il Moncler, avevo delle Timberland rosa comprate in svendita, perché quelle marroni costavano troppo, ma avevo lo zaino Invicta, quello sì. Soprattutto avevo tante spalline e tanti body, quelle magliettine con i bottoncini a scatto, tanto pratici e tanto orribili.

Ci sentivamo bellissimi ma in verità coltivavamo l’estetica del cattivo gusto, nelle idee come nella moda. Le ragazze con i capelli cotonati e scolpiti dalla lacca andavano in giro a rimorchiare ragazzi con i ciuffi impastati da gelatina cementificata che dopo mezz’ora produceva forfora chimica, persino peggiore di quella naturale. Il ricordo amplifica la ridicola bellezza di un’epoca così vacua e vuota, non avevamo molto se non le illusioni del futuro, ma avevamo una frase che oggi non si usa più, una sorta di formula segreta che apriva le porte del cuore: “Vuoi metterti con me?”.

Ecco a me quella frase nessuno l’ha mai detta e cazzo se rosicavo. Io ero una donna, quindi non potevo dirla e per anni aspettai, invano. Pronta a dire “Sì” al primo pischello, anche bruttino, anche per lasciarlo il giorno dopo, ma niente. Le mie amiche invece erano delle esperte, facevano persino le prove davanti allo specchio in vista del fatidico momento, io le guardavo ammirata. Loro sbattevano le ciglia come dive del muto, io contavo i peli superflui. Alcune di loro, le più fortunate, ricevevano persino dei bigliettini: “Mi piaci tanto, ci mettiamo insieme?”, i maschietti più coraggiosi disegnavano delle caselle per il “Sì” o il “No”, pronti a sfidare il rifiuto, che poi non c’era quasi mai perché il cuoricino disegnato in fondo alla missiva assicurava loro una risposta positiva. A me sarebbe bastato un bigliettino con una minaccia di morte, anche cosparso di refusi, ma niente, manco quello.

Di conseguenza abbandonai il lato romantico dei primi appuntamenti e optai per quello più lussurioso della scoperta del corpo: io baciavo tutti. Non c’era bisogno di mettersi insieme per baciarsi, lo si poteva fare anche per un solo pomeriggio. Poi bastava dichiarare la fine della pomiciata ammettendo che non si era pronti a… Dio solo sa che cosa, considerata l’età! Con un ragazzo biondo e con gli occhi azzurri mi baciai per tre mesi, sempre seduti sulla stessa panchina non ci dicevamo nulla, stavamo zitti, ma ogni pomeriggio ci baciavamo dalle 17.00 alle 19.00. Poi c’era Happy Days e io non ebbi più a che fare con uomini biondi.

Di lì a poco le mie amiche si sposarono tutte, o quasi. Un paio – tra quelle che avevano persino più peli di me – rimasero single. Ai matrimoni si andava in pompa magna, tutte. Non solo le pelose, ma anche quelle che in dote portavano cellulite, smagliature, acne e iperidrosi ascellare. Insomma: “Quelle da maritare”. La sposa era per tutti un idolo: colei che ce l’aveva fatta. Avvolta nel suo abito bianco si ergeva come un’enorme meringa sopra la scalinata della chiesa, le sue spalline sembravano toccare il cielo, pronte a esplodere fuochi d’artificio. Poi arrivavano i figli, le rate di ogni cosa, casa compresa, il divorzio e il crollo del Muro di Berlino. A quel punto comprammo tutti una piastra per lisciare i capelli, soffiamo via il glitter dalla nostra pelle e bruciammo le spalline in piazza. Oggi le ragazze non hanno più un pelo, per non parlare dell’acne, ma se qualcuno chiede loro: “Vuoi metterti con me?”, ancora sbattono le ciglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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