Colombia, raccontare le lotte

da Laspro numero 27

Intervista a Bruno Federico

Bruno Federico è un giornalista indipendente e regista di documentari che vive da dieci anni in Colombia. I suoi lavori (Casanare – Exhumando el genocidio, 2009, 107 Secondi – Operai del sud, 2011, El Gigante, 2012 e Apuntando al corazon, 2013) sono frutto di un rapporto diretto con le realtà di lotta che descrive, sia in Colombia che in Italia. Lo scorso 3 dicembre, mentre era insieme a un gruppo di contadini che reclamavano le proprie terre nella zona di Pitalito, due uomini armati hanno aperto il fuoco contro di loro, fortunatamente senza conseguenze. Gli abbiamo fatto quindi alcune domande sul suo lavoro e sulla condizione della stampa in Colombia.

Bruno Federico (a sinistra) durante riprese in Colombia

Bruno Federico (a sinistra) durante riprese in Colombia


Qual è la situazione della libertà di stampa in Colombia?
La Colombia è uno dei paesi in cui è più difficile raccontare un certo tipo di storie e svolgere un certo tipo di attività: è il paese al mondo in cui vengono uccisi più sindacalisti, uno dei paesi al mondo dove vengono uccisi più giornalisti e attivisti dei diritti umani. Opporsi in qualsiasi forma all’apparato dirigente del paese è represso in maniera violentissima. La repressione contro i giornalisti non è perciò un elemento isolato, ma parte della repressione a qualsiasi alternativa al sistema di potere economico e politico vigente.
In Colombia, come in Italia, c’è un serio problema di pluralismo nell’informazione: ci sono due televisioni, Caracol e Rcn, che sono in mano ai padroni del paese, che hanno sostenuto il regime paramilitare di destra che ha governato la Colombia per 60 anni e che continua a governarlo. Non c’è mai stata una televisione pubblica, con un ruolo informativo e educativo realmente efficace, quindi le persone costruiscono il loro immaginario, la loro lettura del mondo attraverso Caracol e Rcn. Caracol, ribattezzata “paracol”, appartiene al gruppo Prisa, un gruppo spagnolo che ha interessi giganteschi in Colombia, Rcn è di Ardila Lülle, proprietario praticamente di metà della Colombia. Esiste un solo quotidiano a tiratura nazionale, El Tiempo, di proprietà della famiglia del presidente della repubblica Juan Manuel Santos.
La repressione dei giornalisti avviene su due livelli: negando gli spazi sui mezzi di comunicazione ufficiali a tutti i giornalisti scomodi, se poi questi “insistono” vengono assassinati, perseguitati, incarcerati o costretti a lasciare il paese. È una situazione che rende l’idea di un regime formalmente democratico, dove formalmente esistono libertà di stampa, di espressione, di opposizione politica, la libertà sindacale, ma con giornalisti e sindacalisti uccisi e in cui l’ultima volta che la sinistra ha avuto la possibilità di avere un partito di opposizione reale, l’Union Patriotica, negli anni ’80, ha avuto quattromila militanti uccisi in due anni.

Il tuo giornalismo si pone quasi al confine con l’attivismo sociale, ti poni il problema dell’obiettività dell’informazione?

L’obiettività del giornalismo è una leggenda. Quando tu racconti una storia non sei mai neutrale, un tg che dà le notizie non è mai neutrale. Ieri vedevo il telegiornale, le notizie riguardavano il traffico e gli incidenti causati dall’alcol, il tutto trattato in modo apparentemente neutrale. La scelta dei temi, l’agenda setting del notiziario, è già una scelta: decidi che è più importante parlare dell’ubriachezza al volante che degli omicidi di oppositori politici, in un contesto, la Colombia dell’ultimo anno, dove l’omicidio politico e la repressione dei movimenti sono aumentati a dismisura. Io vivo in Colombia da dieci anni e non ho mai vissuto un anno violento come il 2013. Non sei neutrale già dal modo in cui poni la telecamera o dalle persone che scegli da intervistare.
La mia scelta è quella di raccontare storie, prospettive che non vengono raccontate normalmente ma che meritano e hanno bisogno di essere raccontate. La nostra visione del mondo è determinata dalle informazioni che ne abbiamo, la maggior parte di esse non sono informazioni dirette, le riceviamo attraverso i libri, la scuola, ma soprattutto dalla televisione. Incidere sull’informazione, e quindi sulla visione del mondo vuol dire fare un lavoro di pedagogia fortissimo, ad esempio sulla scelta degli “eroi” da rappresentare. Gli eroi della nostra infanzia rappresentati in tv, sui quali noi ci siamo costruiti generalmente sono poliziotti, paramilitari… insomma, un macho alfa armato, accompagnato da una bona a lato, questo è lo stereotipo. Far vedere che i nostri eroi sono il contadino che difende la sua terra, il pescatore che difende il fiume, il sindacalista che lotta contro la multinazionale più grande al mondo significa rovesciare questa prospettiva. Cercare di cambiare quest’influenza è cercare di cambiare il mondo in una piccola parte.

Che differenza c’è tra il tuo giornalismo e quello che veniva definito mediattivismo?

Il mediattivismo ha avuto un exploit fortissimo, interessantissimo in un certo momento in cui noi, che ci consideriamo antagonisti a questo sistema, per la prima volta avevamo la capacità di usare una tecnologia accessibile, telecamere, macchine fotografiche, computer, internet. È una cosa fondamentale perché è la comunicazione diretta da parte dei movimenti. Serve però anche mantenere un giornalismo critico, di ricerca, professionale ed è quello che ho scelto io perché il fatto di rappresentare una realtà non dal punto di vista di un movimento o di un’organizzazione sociale permette di avere una prospettiva diversa anche se con una presa di posizione chiara.
La comunicazione alternativa realizzata da organizzazioni politiche tende a diventare una forma di propaganda, questo influenza la relazione che tu hai con la storia e i protagonisti che stai raccontando: l’intervista che puoi fare con il contadino, con l’operaio, diventa molto guidata. L’idea è invece quella di cercare di comprendere la realtà che racconti con una visione esterna al movimento, esterna ma amica. Inoltre, parlando di forme della comunicazione, nel mio caso l’audiovisivo, necessita di un certo livello di professionalizzazione: per realizzare il documentario El Gigante ci è voluto un anno. Se questo non fosse stato il mio lavoro non avrei potuto farlo.

Che tipo di rapporto hai avuto con le persone raccontate nei tuoi documentari e che influenza hanno avuto i documentari nelle lotte che raccontano?

La storia più bella è quella avvenuta per El Gigante: questo documentario ha significato accompagnare il processo di lotta, stare con le persone che la conducevano per otto mesi, il tempo delle registrazioni, ed è stato quindi frutto di un’interazione, di un’amicizia, di una militanza che si è costruita insieme. Nel momento in cui è finito ed è stato pubblicato ha avuto molteplici funzioni: a livello interno, per le persone che si sono viste rappresentate nel documentario, questo è stato assunto come il proprio libro di storia, la propria mitologia, il “noi siamo questi”. Il documentario racconta la resistenza di un gruppo di contadini e pescatori alla costruzione di una diga, questo movimento si è riconosciuto e ha riconosciuto la rilevanza della lotta che stava conducendo a volte anche dal documentario stesso, nel senso che le lotte come tutte le cose umane sono prosaiche, stancanti, vedersi rappresentati ha voluto dire: «Quello che stiamo facendo è importante!». Inoltre in Colombia se ne è parlato tantissimo, quella del Gigante è una storia uguale a cento altre che è diventata oggetto di discussione nazionale a partire dal documentario, mentre le altre vengono facilmente dimenticate. Il documentario ha circolato molto in circoli alternativi, spazi sociali, politici, cineclub ed è diventato anche strumento di formazione per movimenti di resistenza. Qualche tempo fa sono andato in una regione rurale distante mille chilometri dal luogo del documentario, il Catatumbo, nel corso di una protesta sociale fortissima contro lo sfruttamento delle terre, con occupazioni di strade, ci sono stati morti, feriti, 45 giorni di assedio della forza pubblica. Quando sono arrivato lì mi hanno detto che il giorno prima di iniziare la protesta, per dare forza alle persone hanno proiettato El Gigante: io mi stavo per mettere a piangere!
A livello internazionale, anche se non abbiamo la Bbc, la Cnn, però piano piano queste storie circolano, per raccontare questi eroi che difendono fiumi, vallate, raccontare al mondo che le lotte continuano a esistere e che il mondo non lo hanno conquistato tutto, ancora.

 

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