La rete è libera e democratica? FALSO! – Intervista a Ippolita

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Intervista a Corinna Caracciolo del collettivo Ippolita
a cura di Giusi Palomba

Ippolita è un gruppo di ricerca interdisciplinare attivo dal 2005. Conduce una riflessione ad ampio raggio sulle ‘tecnologie del dominio’ e i loro effetti sociali. Pratica scritture conviviali in testi a circolazione trasversale, dal sottobosco delle comunità hacker alle aule universitarie. Tra i saggi pubblicati: “Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale” (Elèuthera 2005); “Luci e ombre di Google” (Feltrinelli 2007); “Nell’acquario di Facebook” (Ledizioni 2013); “La Rete è libera e democratica. FALSO!” (Laterza 2014).

Nei vostri studi vi riferite spesso alle dinamiche usate dai social network commerciali usando espressioni come “commercio relazionale”. Perché precisamente vi esprimete in questo modo? 

Ragioniamo sul funzionamento di questi network. Il commercio si basa sulla contabilità. La contabilità si basa sulle misurazioni. I social commerciali sono fondati su strumenti che utilizzano dei sistemi di misura per arrivare a definire delle qualità, che sottintendono una forma di contabilità, più o meno esplicita, spesso in base al grado di visibilità.
Queste interazioni di solito non sono direttamente monetizzabili, il profitto non è immediatamente monetario, ma è abbastanza esplicito. Si tratta di una sorta di reddito psichico. Da un po’ di anni stiamo seguendo anche studi di neuroscienze e gli effetti emotivi misurabili sono interessanti. Parliamo ad esempio delle microcelebrità in rete. Cosa succede quando si è abituati a ricevere una certa quantità di like e a un certo punto se ne ottengono meno? Il livello di soddisfazione crolla vertiginosamente e genera scompensi a livello neurologico. Praticamente la stessa reazione conseguente all’assunzione di una dose inferiore all’abituale di una sostanza da cui si dipende.

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Quindi percorrono gli stessi canali delle dipendenze…

Sì, in senso letterale: si tratta del circuito di rinforzo della dopamina, un neurotrasmettitore implicato nel diffondere la sensazione di piacere, che è stato associato anche allo sviluppo di stati di assuefazione e dipendenze. Ad esempio, rivelare informazioni su noi stessi è intrinsecamente appagante dal punto di vista neurochimico, perché rilascia dopamina. I social commerciali giocano sulle nostre tendenze biologiche, usarli significa quindi abituarsi, assuefarsi ed eventualmente diventare dipendenti, da una forma di contabilità non esplicita: mentre è esplicito che se vai a lavorare stai vendendo il tuo tempo, le tue braccia, non è esplicito che se stai su facebook stai in realtà lavorando per un sistema non tuo, che non gestisci, che è in grado di contabilizzare le tue interazioni e trarne profitto. Le relazioni sono strutturalmente mercificate anche se le persone non vogliono.

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Il discorso sulla privacy sembra stia diventando un po’ obsoleto, non è più sentita come prima anche perché volontariamente forniamo tutti i nostri dati in pasto ai network o alla rete. Possiamo percorrere effettivamente il percorso di questi dati, in modo da rendere più chiaro ciò a cui non facciamo più caso?

Come panorama generale, noi abbiamo l’impressione che ci si stia muovendo rapidamente da un sistema in cui una fetta importante di popolazione storicamente interessata alle reti digitali, diciamo di produttori di contenuti, ma anche di strutture, da sempre molto attente alla privacy, a una situazione in cui se ne occupano molto meno; oppure, che è peggio, se ne occupano molto e oscillano dal terrore di essere spiati a un “ma chi se ne frega, tanto ottengo molti vantaggi in cambio”.
Per quanto riguarda le masse, a livello statistico, si va nella direzione di un’invasione totale della pubblicità, perché complessivamente le persone non hanno le competenze tecniche e nemmeno vogliono averle; dall’altra parte c’è già una ristretta élite, in crescita, di gente che paga per non avere pubblicità. Quindi si paga per togliere, stesso meccanismo delle bibite senza zucchero, che costano di più.
Sulla privacy in particolare si configura una chimera dal punto di vista logico. Nei nostri libri diciamo che la privacy è il «diritto di essere lasciati in pace». L’espressione completa sarebbe: “con le persone che abbiamo scelto”. Questa cosa è strutturalmente impossibile in un sistema come quello di adesso, perché i servizi commerciali si preoccupano di carpire tutto ciò che serve per allestire i circuiti di motivazione/piacere/appagamento in maniera personalizzata, rispetto a tutti i tuoi veri o presunti bisogni. Una volta fatto login e password in un posto che non sia un server autogestito, sei a casa di qualcun altro, ci sono delle regole e le regole sono quelle del capitale pubblicitario. Ci dimentichiamo spesso che il tempo che noi passiamo lì dentro è tutto tempo dedicato alla costruzione della piattaforma, non solo ai fatti nostri.
Risalire la corrente si può sempre, ma bisogna vedere cosa significa in termini di costi e benefici: potrebbe diventare talmente faticoso proteggere alcuni spazi di autonomia in casa d’altri, che in molti casi è più semplice rinunciare a usare lo strumento. Un esempio tipico: una persona priva di specifiche competenze tecniche mi chiede come si fa a rendere sicuro un iPhone. In teoria tutto si può fare, ma devi essere un vero nerd di quel mondo, ci sono talmente tanti vincoli e condizioni che la risposta pratica è che non si può. O sei preoccupato per la sicurezza o sei preoccupato di avere l’ultimo oggetto tecnologico, le due cose non possono andare di pari passo. A meno che tu non sia deciso a investire molto del tuo tempo in questo, ma non sarà mai una scelta di massa, o di movimento probabilmente.

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Quali sono gli scenari se si continua a considerare l’esperienza virtuale come una forma di socialità alternativa a quella reale su molti livelli?

Ricordiamo che dal punto di vista neurologico non c’è alcuna differenza qualitativa tra l’esperienza virtuale e l’esperienza reale. Per il nostro corpo sono esperienze con il medesimo valore di verità, come accade quando il cervello non distingue le allucinazioni dalla realtà. Ricordiamo anche che il punto dolente sono i social e servizi commerciali, non le tecnologie digitali in sé. Detto questo, il virtuale è un mondo che rinforza il reale e ne viene corroborato, non è «alternativo al reale». Questo vale specialmente per i più giovani che non hanno un’esperienza pregressa di un mondo disconnesso, di un mondo in cui quando non sei presente fisicamente esci dall’occhio dei genitori, della famiglia, della polizia e sei libero, nel senso che nessuno ti guarda. E non basta essere disconnessi singolarmente, è sufficiente che gli altri intorno a te non lo siano per vanificare ogni tentativo di sottrazione in un attimo. Tra l’altro andiamo incontro all’Internet degli Oggetti, cioè all’esposizione in rete di una quantità enorme di oggetti, che diventano tutti strumenti di monitoraggio potenziale. Dunque la disconnessione ormai rasenta l’impossibile, almeno dalle nostre parti. La realtà dei social commerciali non è però lo specchio della realtà analogica: presenta delle peculiarità da analizzare nel dettaglio, e in generale spesso amplifica ed estremizza ciò che le persone sono e fanno quando sono disconnesse. Razza, religione, classe, discriminazioni non scompaiono affatto. Questo anche perché vivere delle esperienze attraverso i media digitali, per molte persone è un’esperienza molto più forte della vita disconnessa, ed è questo il punto. A un concerto la gente ha i telefoni alzati, registra ciò che succede, lo condivide con qualcuno, con la propria comunità più o meno immaginaria e aspetta una sorta di validazione dell’esperienza. Se la comunità – che per il solo fatto di essere gestita da interessi commerciali e non da se stessa non può essere una comunità – valida l’esperienza con un mi piace o simili, allora forse puoi mettere via per un attimo il dispositivo. È come se passando così tanto tempo lì dentro, non avendo esperienza senza, le persone avessero bisogno di quella mediazione per decifrare la realtà circostante. Dunque è la realtà analogica che diventa sempre meno decifrabile senza un mezzo digitale; quella che chiamiamo realtà disconnessa e ha degli effetti cognitivi ed emotivi meno potenti del virtuale.
Basta osservare le persone per capire che tipologia di utilizzatori sono. Se il telefono lo si usa per guardare o fare delle cose insieme agli altri, significa che quello è il collante di una socialità altrimenti controllata e ostacolata, o addirittura che non si riesce più a non avere un contatto che non sia mediato. Questo vale in particolare coi ragazzini: tra pari hanno bisogno di uno strumento che li aggreghi.
Chiaramente è molto ingenuo non considerare i risvolti politici e cioè che la piattaforma non è assolutamente fatta per facilitare la tua socialità, in primo luogo è stata creata per estrarre valore mercificato dalle relazioni.
Invertire la tendenza vorrebbe dire innanzitutto abbassare il livello di abitudine alla delega, di dipendenza.

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Scatta il lavoro sull’autodifesa, comunque si tratta di un lavoro sempre sulla difensiva o no?

Il termine autodifesa è mutuato dall’auto-difesa femminista. Riconoscere di avere una vulnerabilità è il primo passo per superarla, il secondo passo di solito è quello in cui ti accorgi che non sei affatto una vittima, semplicemente dal momento in cui sei nata ti hanno fatto credere di esserlo e quindi lo sei diventata.
Diciamo che un’idea sarebbe uscire dalla dinamica attacco-difesa. Le persone in quanto utilizzatori di media digitali commerciali che non gestiscono, sono vulnerabili, spesso non ne sono consapevoli o pur essendo consapevoli, scelgono di attuare forme di disattenzione selettiva, anche perché a sorbirsi sempre troppi problemi non si vive più!
Diciamocelo: assumersi l’onere di cos’è davvero il mondo digitale è quasi impossibile: in tutti i dispositivi digitali si assommano sfruttamento di risorse primarie, sfruttamento di manodopera, inquinamento per il trasporto, inquinamento dell’immaginario attraverso la pubblicità. Per evitare il collasso cognitivo, la maggior parte delle volte dici “vabbè, ci sono questi strumenti, utilizziamoli!”.
Autodifendersi vuol dire scegliere di capire quali sono gli strumenti che ti servono davvero, avere un posizionamento, fare delle scelte. Sembra banale, ma basta dire “a cosa ti serve il telefono?” e agire di conseguenza per trasformare la vulnerabilità in forza, non per andare allo scontro, ma per evitare lo scontro e per essere meno ingenui.
La sicurezza, uno dei punti focali di tutti i movimenti che si occupano del digitale, deve essere scissa dal concetto di controllo. Lo sappiamo, le strade non sono più sicure perché ci sono tante telecamere, ma se ci sono in giro tante persone che non si comportano come automi. Autodifesa significa tirar fuori un po’ delle competenze che sono state delegate a sistemi digitali che non controlli, a partire dall’orientamento: meno navigatori più cartine! Se siamo abituati a usare qualcosa che funziona gratis e a un certo punto ce la tagliano, siamo fregati. Autodifendersi è anche riprendersi le competenze materiali, abbassare i livelli di consumo di cose che non si gestiscono.
È lo stesso discorso dei piccoli gruppi autorganizzati, per esempio dei gruppi d’acquisto solidali. Ovvio, c’è più sbattimento, c’è una scelta di fondo, una concertazione collettiva; possono di certo nascere problemi e contraddizioni anche pesanti per i singoli, ma ragioniamo sempre su piccola scala. Mentre i grandi agglomerati hanno il grosso problema che se si verifica una catastrofe, cosa sempre più probabile, le conseguenze sono devastanti. Il piccolo gruppo, essendo fatto di persone un po’ più consapevoli, solide e autonome, con un percorso per capire la propria vulnerabilità, magari riesce a sviluppare un mutuo appoggio rispetto alle vulnerabilità; maturare questo genere di competenze è fare autodifesa digitale.
Per i nerd l’autodifesa è autodifesa da se stessi, cioè dal loro desiderio di imporre al mondo un sistema perfetto che funzioni per tutti.

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[FINE PRIMA PARTE]

[Questo articolo è presente sul numero cartaceo di Laspro gen/feb 2015]

[Tutte le immagini sono tratte dal videolavoro dello street artist Above]

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2 pensieri su “La rete è libera e democratica? FALSO! – Intervista a Ippolita

  1. Pingback: La rete è libera è democratica? FALSO! – Intervista a Ippolita [seconda parte] | LASPRO

  2. Pingback: Keep calm and kick ass. Breve manuale di autodifesa digitale in chiave antisessista | LASPRO

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