Cycling for Palestine #1 – Dubbi prepartenza

Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, è in procinto di partire nel suo viaggio con la sua buffa bici gialla con le bandiere della Palestina, ma come a volte accade prima di un’avventura, al capitan Tom No sale un po’ d’ansia. Magari passerà con le prime pedalate e le prime sudate. Ricordiamo che è possibile sostenere il viaggio (presentato qui), che verrà seguito da Laspro in tutte le sue tappe, con un abbonamento speciale alla rivista da 20 euro, di cui 10 per Cycling for Palestine.

di Captain Tom No

TIME BEFORE DEPARTURE: 01 DD – 16 HOURS

Gesù Cristo, ho appena realizzato quanto assurdo sia il mio piano. La verità è che il vostro si sta cagando addosso e non c’è nulla di male ad ammetterlo. Per rendere l’idea di quanto remota sia la possibilità che io possa entrare in Israele con una bici reclinata gialla, tronfio di un baule con su non una, ma ben due bandiere palestinesi, vi basti sapere che ieri a Ilan Pappè è stata negata la possibilità di intervenire sul tema Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi, grazie alle pressioni della comunità ebraica romana (la notizia non è ufficiale, tuttavia Pappè, docente all’Università britannica di Exeter, ha spiegato di «non avere le prove, ma di sospettare che l’ambasciata israeliana e la comunità ebraica in Italia siano dietro l’accaduto»); pappel’incontro si sarebbe svolto presso il Centro di Studi Italo-francesi dell’Università di Roma 3, tuttavia, molto probabilmente col solito e ultracollaudato pretesto dell’incitazione all’antisemitismo, la conferenza è andata a monte; e Pappè è uno storico israeliano (nato ad Haifa, 7 novembre 1954), ho detto tutto (intanto l’incontro è stato spostato al Centro Congressi di Via dei Frentani, lunedì 16 febbraio dalle 14 alle 18, vedi locandina a fianco, ndr).
Un incontro programmato da chissà quanto tempo è stato cancellato in extremis per “motivi tecnici”, causati magari della dabbenaggine dell’università romana; e questa, ove non sia del tutto succube della locale lobby sionista, quantomeno è complice dei consueti esercizi mistificatori della stessa, per cui, cito le parole dello stesso docente: «Parlare delle sofferenze dei palestinesi è considerato incitamento».
Screditare la doverosa denuncia di quanto oggettivamente accade ai danni del popolo palestinese, sotto agli occhi di tutti; bollare ogni sacrosanto atto di solidarietà col solito vecchio vergognoso sigillo; per esercizi mistificatori intendevo esattamente questi.

Fabrizio Fiorelli di Radio Onda d’Urto mi scrive in chat:
«Ciao! ti ha chiamato il giornalista palestinese?»
«No. Quale giornalista?»
«Un palestinese… voleva informazioni su dove e quando partivi… gli ho detto di chiamare te».
«Lo conosci bene?»
«No…»
«Mi ha chiamato dopo aver letto il comunicato stampa».
«Ok se mi chiama ci parlo ma sulle info resto cauto, che dici? Vabbè che tanto è inutile, se hanno cattive intenzioni mi beccano strada facendo; hai saputo di Pappè? Incontro a Roma annullato; pressioni dalla comunità ebraica. non ho parole…»
«Ho visto, che scandalo».
«Fabbri come si chiama quel giornalista palestinese?»
«Jamal.. Jamal qualcosa, me l’ha detto al telefono si sentiva male e non parlava molto bene l’italiano».
In serata mi squilla il telefono da un numero che non conosco, vedrai che è Jamal ma non rispondo, lo so, sono paranoico. A scuotermi c’è anche il fatto che a Bil’in hanno arrestato Mohammad, per l’ennesima volta. Le foto di Haitham Al Khatib lo ritraggono nelle consuete pose in cui viene picchiato, bendato, ammanettato e gettato a terra vicino al solito autoblindo.
Stavolta hanno pestato anche un attivista inglese…10959465_10205086986547288_767192885487974149_n 10993962_10205087020068126_4817507497416307962_n 1904062_10205086998347583_499906986945576102_n 1662057_10205087024588239_5836509827559536346_n
Questo è quanto accade a chi lotta in modo non violento per la dignità del proprio popolo, contro l’occupazione illegale dei propri territori, contro il furto sistematico delle proprie risorse naturali e per prima l’acqua.
Non il petrolio, l’acqua! Non i diamanti, gli ulivi!
Mohammad Al Khatib lo arrestano una settimana sì e l’altra pure; questa gente viene picchiata, arrestata, colpita a morte dai proiettili di gomma o dai lacrimogeni sparati ad alzo zero.
Ma è vita la loro? Sì.
Perché quando si lotta per la libertà, se un giorno capita che ti sparano addosso te ne fai una ragione; perché almeno quel giorno lo avrai vissuto da persona libera. Loro la pensano così e fanno la loro parte.
È vita la nostra in questa parte “fortunata” di mondo? Forse no.
Perché se a farci chiudere gli occhi è il solo fatto che non siamo noi le vittime, da qui al futuro, ci toccherà vivere con le palpebre saldate.
È vero, mi sto cagando addosso; solo oggi mi rendo finalmente conto di quanto sia folle il mio piano.
Chissenefrega! Io ci provo lo stesso 🙂

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