Il pensiero a Kobane

di Patrizia Fiocchetti*

 

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Situazione sul campo in Siria ad agosto 2016 (da Internazionale)

Kobane è sotto l’attacco dell’esercito turco ormai da giorni. Il governo di Ankara ha dispiegato le scavatrici che a ritmo forsennato e con la copertura armata stanno edificando un muro – un altro ennesimo perimetro di calcestruzzo lungo un confine tra paesi – a dividere la Turchia meridionale dalla Siria settentrionale. Lì dove si trova la regione del Rojava, abbandonata dal governo siriano nel 2012 e dove è divenuto realtà il confederalismo democratico teorizzato da Ocalan, presidente del Partito dei lavoratori curdi (Pkk) con cui ormai da più di un anno si è riacceso lo scontro armato del governo di Erdogan.
I blindati turchi si sono spinti, pare, fino a 20 chilometri di profondità in territorio siriano, con la seconda finalità di impedire, dopo la liberazione da parte dei combattenti delle Forze di difesa popolare curda (Ypg) della cittadina di Manbj dai miliziani del Daesh, l’unificazione geografica e politica dei tre cantoni di Afrin, Kobane e Cezire che compongono, appunto, il Rojava. E questo non piace a nessuno degli stati coinvolti nel conflitto siriano, visti gli interessi che difendono.
Erdogan si è mosso su incoraggiamento iraniano, benedizione siriana – di Assad chiaramente, indifferenza russa, complicità dei curdi iracheni di Barzani e Talabani e impotenza statunitense. Per non parlare del silenzio fragoroso dell’Unione Europea.
Questi i fatti in breve, chi vorrà potrà approfondire: sono moltissimi gli analisti che in questi giorni stanno scrivendo in merito, alcuni sconfessando attraverso le odierne disamine quanto detto solo qualche mese fa.
La realtà è un’altra: nessuno degli stati sopra citati, ha mai veramente voluto che si formasse una realtà indipendente, a maggioranza curda in cui si attuasse un’azione di governo dal basso, condivisa e in cui la rappresentanza superasse le divisioni di appartenenza di genere, etnia e religione
A marzo del 2015 quando ho avuto la fortuna di vivere, anche solo per due giorni, quello che a Kobane si stava realizzando, la città appena liberata era quasi completamente distrutta (nel link il reportage di quei giorni pubblicato su questo blog). Ma intatto era lo spirito di coloro che vi erano rimasti, le donne della Yekitia Star (Unità Stella), le giovani e i ragazzi di Ypj (le forze di difesa femminile) e Ypg, e della gente, uomini e donne che avevano già cominciato a rientrare dal confine di Suruc.
Ciò che avvertivo era un’energia determinata a riprendersi la propria vita, a far rifiorire la propria città, a ricostruire le case, le scuole, le cliniche, i negozi… Su questo lavorava il governo del cantone mentre le famiglie cercavano quanto restava dei propri averi tra le rovine dei negozi e degli appartamenti.

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Manifestazione delle donne a Kobane – 6 marzo 2015

Non ho dimenticato quella sensazione potente di chi è abituato a non arrendersi. In questi mesi da allora l’aspetto di Kobane è mutato, si è liberata dalle macerie: i bambini sono tornati a scuola, le attività commerciali sono riprese, le case sono state bonificate dalle bombe, messe in sicurezza; la fase era quella della ricostruzione. E in questi ultimi mesi, gli operai edili hanno iniziato a scavare le fondamenta per la Casa delle Donne di Kobane – progetto finanziato dall’otto per mille della Chiesa valdese.
In questi giorni non ho fatto altro che pensare alle persone incontrate, alle donne soprattutto, come le amiche di Yekitia Star o alla direttrice della Tv locale Rohani, Xezne Nebi. Ma anche ai bambini che lungo la via principale di Kobane, quella che da piazza della Pace porta dritta all’enorme cancello che divide Kobane dal confine turco, giocavano su sgangherati e impolverati tricicli, spintonandosi e ridendo. Bambini come il taciturno Mustafà, occhi scuri e malinconici, che ci seguì a distanza finché non lo chiamammo per una foto.
Penso a loro perché sono l’ennesimo popolo su cui si consumano strategie internazionali, interessi individuali di superpotenze vecchie e risorte, di potenze regionali che non hanno il coraggio di affrontarsi e si contendono per procura il controllo dell’area, di governi che portano avanti la propria resa dei conti.
Eppure sono lacrime salate quelle versate, sangue rosso quello che scorre a bagnare il terreno…
Altre vittime, ancora e ancora e ancora. Ho la nausea. Bisogna agire.

 

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*di Patrizia Fiocchetti, collaboratrice di Laspro, potete leggere Variazioni di Luna – Donne combattenti in Iran, Kurdistan, Afghanistan (Lorusso Editore 2016). Prossime presentazioni a Roma: venerdì 9 settembre ore 21 Centro di Controcultura Malatesta (via Muzio Attendolo 95 – zona Pigneto); sabato 24 settembre ore 18.30 Libreria Griot (via di S. Cecilia 1 – Trastevere).

Viaggio nel limbo ateniese (II parte)

Qui la prima parte

di Patrizia Fiocchetti

Ritorno al Pireo, questa volta da sola, dopo due giorni. Cammino e avvicinandomi al Gate 3, mi avvedo del parcheggio vuoto. Scomparse le tende e un uomo con un gilet arancione sta lavando l’area. Dall’interno della palazzina escono operai che trasportano sacchi pieni di rifiuti mentre un altro è alla guida di un’auto pulente.
«Non può entrare». La biondina greca della sicurezza mi lancia il monito senza alzare lo sguardo dal cellulare. Non ne ho intenzione, la rassicuro. Li hanno trasferiti, quindi. «Sì, ieri mattina. Alla fine hanno ceduto» e mi volta le spalle per rispondere a una chiamata.
Proseguo lungo l’ampia banchina a cui sono attraccate le navi traghetto che portano a Creta. Incrocio gruppetti di ragazzi che si dirigono verso l’uscita, camminano in silenzio, il sole è impietoso. All’ombra di una tettoia che protegge una fermata d’autobus, incontro due uomini iraniani che parlano con una ragazza greca, una volontaria che prima di allontanarsi li abbraccia.

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Tutte le foto sono di Patrizia Fiocchetti

Ali Reza ha 25 anni e viene da Teheran. «Sono fuggito perché non volevo andare a farmi ammazzare in Siria. Dopo una sessione di tiro nel mio addestramento come militare di leva, fui chiamato dal comandante che mi diede la notizia: vista la mia bravura sarei stato inviato in guerra. Non ne volevo sapere. Sono fuggito dalla caserma ma quelli della Sepah pasdaran (corpo dei guardiani della rivoluzione, nda) mi hanno trovato e arrestato. Ho trascorso diversi giorni nella prigione della 66° Sepah, picchiato con bastoni, guarda» e mi mostra le mani. «Mi hanno spezzato le dita. Alla fine ho ceduto, e nelle 24 ore che mi hanno concesso per preparare i miei effetti personali, sono scappato fuori città, nei villaggi. Lì ho contattato dei passeur che mi hanno aiutato ad attraversare le montagne. E poi la Turchia, il mare e ora qui, intrappolato in Grecia». Continua a leggere

Viaggio nel limbo ateniese (I parte)

di Patrizia Fiocchetti

Elaborare il dolore è diventato esercizio sempre più lungo e complesso. Passare al setaccio della mia anima immagini strazianti e parole di rabbia e disperazione per trasformarle in scrittura, richiede uno sforzo che mi priva di energie. Per questo, faccio trascorrere i giorni, prendo un distacco, provo a riempirmi gli occhi di altri orizzonti, le orecchie di altri suoni e poi, solo allora mi sento pronta a testimoniare.

Atene 4 – 12 aprile 2016

«Quando apriranno i confini?» «L’Europa riaprirà i confini?» «Che fine faremo qui in Grecia?». Li osservo, ragazzine con al collo bambini di pochi mesi, giovani uomini accanto, gli occhi a mandorla che tradiscono la loro appartenenza all’etnia hazara.
Mi hanno circondata appena hanno sentito che parlavo farsi. Avevo provato ad approcciare alcune giovani donne, una di nome Fereshteh, diciottenne di Kabul. Ma subito, a interromperci erano arrivati gli uomini e la parola era passata a loro.

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Tutte le foto sono di Patrizia Fiocchetti

Siamo fermi davanti al Gate 3, porto del Pireo più di un chilometro dal cancello d’ingresso che si percorre, privo di ripari, sotto l’inconsueto sole di quest’inizio aprile.
Mentre mi avvicinavo a quel primo blocco accompagnata da Lila, una conoscente greca che di mestiere fa la guida turistica, avevo incrociato profughi che a gruppetti sparsi si recavano alla fermata della metro Piraeus che collega al centro di Atene: piazza Omonia e piazza Vittoria i luoghi di ritrovo per quelli che vogliono organizzare il prosieguo della fuga verso Idomeni. Verso l’inferno delle barriere e degli scontri, rifiutando quell’incertezza che nel limbo ateniese si è impadronita delle loro esistenze.
Nei posteggi che come ali si aprono a destra e sinistra del Gate 3 ci sono file di tende canadesi di vari colori da dove si vedono emergere donne e bambini, questi ultimi sporchi ma giocosi, le madri o sorelle stanche, lo sguardo vuoto. Nessun sorriso. Continua a leggere