[Pop-Corner]Il Duka e le serie tv: Black Sails

di Duka (da Laspro 37, ottobre 2016)

Le rotte atlantiche della guerra di classe

blacksails-sinfulcelluloid-skullsEra dai tempi di The Wire e Breaking Bad che non finivo magnato dalla rota per una serie tv. Causa della mia ennesima scimmia è Black Sails – la prima che mi sono sparato in streaming senza aspettare l’appuntamento settimanale su Rai 4. La fissa per la fiction – che si candida a prequel de L’isola del tesoro di Stevenson – mi è partita, sia per l’ammirazione che avevo da bambino per i pirati dei Caraibi, ma soprattutto per l’apertura – episodio 0.1 – del Capitano Flint: «Quando dico che sta arrivando una guerra… non intendo dire con la Scarborough, non intendo con re Giorgio né con l’Inghilterra. Sta arrivando la civiltà e ha intenzione di sterminarci». Per la prima volta una serie televisiva, prodotta da eredi dei proto-liberisti (Platinum Dunes, Quaker Moving Pictures) che sconfissero i pirati d’oltreoceano, non mette al centro della narrazione le avventure guascone, da cappa e spada, della pirateria, ma il suo ruolo di proletariato atlantico, significativo nella lotta contro il monopolio spagnolo del commercio e gli Stati-nazione agli albori di colonialismo e capitalismo. Secondo me gli ideatori della serie – due onesti marchettari come Jonathan E. Steinberg e Robert Levine – centrano per una botta di culo le origini del conflitto per il controllo delle rotte marittime – premessa alla guerra di classe nel Nuovo Mondo. A chi non dovesse accontentarsi di arrembaggi, battaglie navali, bordelli, rhum e intrighi vari e vuole una lettura radicale dei fatti, consiglio gli studi di Peter Linebaugh e Marcus Rediker, autori di I ribelli dell’Atlantico (Feltrinelli 2004). Un saggio straordinario da leggere assolutamente!!! Per chi, invece, ai pipponi preferisse la narrativa, suggerisco il capolavoro di Valerio Evangelisti – trilogia della Filibusta – Tortuga, Veracruz, Cartagena (Mondadori).

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[Pop-Corner] Il Duka e le serie tv: The Get Down

di Duka (da Laspro 37, ottobre 2016)

Dal ghetto alla conquista del mondo

the-get-downThe Get Down è una serie tv, uscita per Netflix nel 2016, ideata da Baz Luhrmann – regista cinematografico dei musical postmoderni Romeo + Juliet e Moulin Rouge! – ambientata a New York. Per la precisione nel South Bronx. Siamo nell’anno 1977, anno che i newyorkesi non scorderanno per i saccheggi avvenuti durante il famoso blackout. La musica sta cambiando. Nuovi generi musicali, il punk e la disco music, sono stati partoriti – dal seme fuoriuscito da soggetti marginali – dal ventre immondo della Grande Mela. Da lì a poco questi rumori soppianteranno i vecchi suoni e come un virus si diffonderanno in tutto il pianeta. In quei giorni, dentro la centrifuga generata da questo caos creativo, nel South Bronx – grazie anche alla tregua che pone fine alla guerra di strada tra le gang – inizia a prendere forma un nuovo stile. La cultura hip hop. Grazie a pionieri come – l’immigrato giamaicano – Dj Kool Herc, Grandmaster Flash e – l’ex capo guerra dei Black Spades – Afrika Bambaataa. Dal punto di vista musicale questo genere a cui piace collocarsi in opposizione alla disco ha subito da parte di quest’ultima una forte influenza. E condivide con il punk l’attitudine “fai da te”. La storia narra le vicissitudini di un gruppo di pischelli che ammazzano il tempo, uccidono la noia, tra rap, passi di danza e graffiti. Spraytando muri e vagoni della metro che fanno viaggiare i loro tag lungo le arterie della metropoli. Come set le macerie di edifici incendiati e poi demoliti dai palazzinari. Distruggere il Bronx per poi speculare con la ricostruzione. La serie è un kolossal: 120 milioni di dollari per rendere ogni dettaglio perfetto. Maniacale! Tutto deve essere come allora. Abbigliamento – scarpe scamosciate Puma, giubbetti Adidas, le divise con i colori delle gang – taglio di capelli, arredamento delle discoteche, macchine e vagoni tutti graffitati. Questa è la sua forza. Merito della costumista Catherine Martin che ha già lavorato – vincendo quattro premi Oscar – nei film di Luhrmann. Per saperne di più sulle origini dell’hip hop nel Bronx leggete il saggio R­­enegades of Funk di U. Net (Agenzia X).

[Pop-Corner] Il Duka e le serie tv: Vinyl

di Duka (da Laspro 37, ottobre 2016)

L’ascesa del punk, nella New York dei ’70, narrata da Martin Scorsese e Terence Winter

vinyl905-675x905Vinyl è una serie televisiva creata da Martin Scorsese, Mick Jagger, Rich Cohen e Terence Winter (la penna de I Soprano e The Wolf of Wall Street) per HBO (The Wire, Boardwalk Empire, Entourage, Il Trono di Spade). Racconta la crisi dell’industria discografica, ormai ridotta a un cimitero per elefanti, all’inizio degli anni ’70, dopo la seconda “invasione britannica” (Led Zeppelin, Cream, Jeff Beck Group) del mercato americano e la ricerca disperata delle major – attraverso le sue poche intelligenze – del nuovo evento. L’episodio pilota, un film della durata di quasi due ore, è scritto da Winter – uno dei migliori sceneggiatori oggi in circolazione – e girato magistralmente dal regista di Taxi Driver. La puntata si apre e si chiude con Richie Finestra, il visionario discografico italoamericano protagonista della serie, che imbocca – con il naso sgommato di bianco dalla cocaina – per sbaglio in un locale mentre suonano i New York Dolls, band che Finestra non conosce. Sulle note di Personality Crisis, l’architettura del mondo crolla davanti alle sue pupille dilatate. Richie è di nuovo estasiato come quando da giovane – tempi in cui lavorava come cameriere nei locali notturni – sentì la semplicità di due accordi e la potenza dei riff – altro che le seghe sparate a vuoto dalla chitarra di Jimmy Page – che scaturivano dalla Twang Machine di Bo Diddley. Finalmente il rock and roll ritornava alle origini. La mattina dopo, in ufficio, Finestra non firma il contratto per i diritti dei Led Zeppelin e invita, a ritmo di insulti, soci e dipendenti – pena il licenziamento – a scovare giovani band nelle strade e nei club malfamati del Lower East Side dove, in mezzo a drag queen, speed freak, prostitute e eroinomani sta per sbocciare il tulipano nero del punk. Per chi, dopo la visione di Vinyl, vuole approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro – considerato la bibbia del punk – Please Kill Me di Legs McNeil e Gillian McCain (Baldini & Castoldi).