La storia contemporanea scritta dalle donne (Rojava, Kurdistan) – pt. 2

di Patrizia Fiocchetti (qui la prima parte)

Al principio fu la Dea, Eshtar, ispiratrice della società matriarcale inclusiva e pacifica.
Al principio fu la Terra, i suoi frutti venivano raccolti e distribuiti dalle donne, le madri creatrici della vita, a tutti i membri del clan.
Al principio fu condivisione, assenza di barriere fisiche ed emotive, ogni membro della società svolgeva il proprio compito sulla base della necessità collettiva.
Al principio fu la pace, nulla c’era da conquistare. L’essenza di Eshtar impregnava il primo nucleo sociale umano e lo proteggeva perché Dea-Madre che tutto ha creato.
Poi venne l’alleanza tra il sacerdote e il guerriero esperto e la logica della proprietà prese il sopravvento sulla famiglia-società. Il patriarcato inventò l’economia del profitto e ne fece il proprio culto. Vennero posti i confini, la guerra divenne lo strumento che regolava i rapporti basati sull’uso della forza spogliata del proprio termine difensivo. I ruoli divennero specchio del potere; l’uomo costituì la gerarchia mentre la donna fu scippata di ogni status e reclusa tra le pareti domestiche.
Così nacque la schiavitù che non aveva colore di pelle, appartenenza religiosa o etnica. La donna fu il primo schiavo dell’umanità.

Prendere il kalashnykov e combattere è stato naturale, una scelta obbligata. Quando quelli del Daesh hanno sferrato il loro attacco a Kobane io ero pronta, intendo emotivamente, sapevo quale fosse il mio compito, era l’ennesima sfida contro il sistema patriarcale che affrontavo nella mia vita.
KurdistanGià, fin da quando ho avuto coscienza di me in quanto donna in una società come quella curda che ti reprime ed esclude, ho iniziato il mio percorso personale di resistenza. E non solo affrontando gli uomini della famiglia, mio padre che mi puniva e mio fratello che mi controllava o mia madre divisa tra la paura per il mio futuro e la difficoltà a comprendere una figlia “ribelle”. No, il nemico vero era radicato dentro me, nella mia mentalità plasmata da un’educazione in cui la donna era annullata, nutrita dal sistema sociale in cui mi muovevo, divenuto per me modello culturale, religioso, tradizionale.
Ma sono stata fortunata, il percorso di conoscenza era stato aperto da altre donne, non ho fatto altro che entrare in una delle accademie fondate dalle Yekitia Star (Unità Stella) e iniziare la formazione. Ho imparato tanto non solo dallo studio della storia universale o dei movimenti femministi, ma soprattutto dal confronto con le altre donne che venivano a raccontare la propria esperienza di violenza e di come ne fossero uscite. Tutto questo non è stato facile: affrontare me stessa riflessa nelle parole delle altre e toccare come fossi proprio io a tenere in vita quel sistema che mi schiavizzava, è stata la prova più dura e destabilizzante, ma necessaria a che acquisissi quella coscienza personale che mi ha permesso il riscatto della mia identità di donna. Così ho deciso di trasformarmi in un elemento attivo nel cambiamento radicale della condizione femminile e della società in cui vivevo. Continua a leggere

Palestina, obbligati a resistere – parte II

di Patrizia Fiocchetti

II parte (qui la prima)

Nabih Saleh: dove i bambini sono il prezzo della resistenza non violenta

Manal Tamimi del Comitato Popolare di Nabi Saleh

Manal Tamimi è membro del Comitato di resistenza popolare non violenta del villaggio di Nabih Saleh, 600 anime nella provincia di Ramallah.  È una donna piccola, dalla voce ferma e profonda. «La resistenza non violenta a Nabih Saleh è iniziata nel 2009 quando i coloni del vicino insediamento di Halamish hanno occupato la nostra sorgente d’acqua nella valle e quindi tutto il terreno che da lì portava alla colonia». Nabih Saleh si trova in Zona A ma, nonostante la sentenza della Corte Suprema israeliana del 1977 secondo la quale essendo la terra palestinese gli israeliani non potevano costruirvi, il governo Begin tolse l’impedimento e da allora sono ben 200 gli insediamenti grandi e piccoli sorti a infestare questa parte dei territori occupati.
«I coloni qui sono violenti e protetti da polizia e militari. Il primo nucleo degli insediamenti è sempre in un punto elevato, su una collina, poi si allargano a valle. Una sorta di dominazione fisica, che gli ha permesso di confiscare molte terre. Il territorio palestinese si estendeva qui per ben 3 mila acri, gli israeliani ce ne hanno tolti 1900».
Manal ci ha accolto nella sua casa, seduti in circolo intorno a lei ci mostra dei video, uno sulla prima manifestazione e poi via via altri che documentano la violenza a cui vengono sottoposti costantemente gli abitanti di Nabih Saleh. Continua a leggere

Palestina, obbligati a resistere

di Patrizia Fiocchetti

I parte

palestine_oslo_areas

Suddivisione dei Territori Occupati in base agli accordi di Oslo (fonte: United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs)

Il viaggio sulle strade che attraversano la West Bank, o meglio la tagliano rendendo impossibile capire quale sia l’effettiva estensione geografica dello stato palestinese, assume contorni tragici. Metro dopo metro, mentre l’autobus che trasporta il nostro gruppo giunto in terra di Palestina con Assopace, l’associazione guidata da Luisa Morgantini, avanza nella sua corsa all’interno dei territori occupati, ci si barcamena tra le continue e puntuali precisazioni su quale area di competenza stiamo attraversando, in ogni singolo momento. Zona A, amministrazione e sicurezza in mano all’Autorità Nazionale Palestinese: siamo alla periferia di Ramallah. Ma ecco, tutt’intorno è un fiorire di insediamenti di coloni che dall’alto delle colline si estendono verso il basso, occupando le valli in un parossismo di gru che solcano e offendono il paesaggio nel peggior stile da edilizia selvaggia. Invadono le terre dei palestinesi a est di quella che è la sede del loro governo: Adam, Kochav Ya’akov, Tel Zion, quest’ultima ormai ai confini di Qalandia, dove si trovano l’omonimo campo profughi e uno dei checkpoint militari assunti alla cronaca recente per le manifestazioni dei palestinesi contro lo spietato attacco militare alla striscia di Gaza. «Ma quella è zona C?» chiede qualcuno, amministrazione e sicurezza in mano agli israeliani e divieto assoluto ai palestinesi di edificare anche sulle terre di loro proprietà. Si desidera trovare una logica a ciò che di fatto è il piano sionista di invadere in modo capillare e sistematico quella terra che il disgraziato accordo di Oslo aveva comunque destinato allo Stato di Palestina. Continua a leggere