Il muro delle coscienze

Storie di ordinaria emergenza – Pordenone

di Patrizia Fiocchetti

Non c’è più nulla da dire. Analisi da fare e fatti da condividere. Racconti, storie non sono ormai sufficienti a muovere interesse, considerazione o semplice pietà. Le emozioni si infrangono contro lo spesso muro alzato dalle nostre coscienze.
Non è una questione di numeri, di fiumi di uomini e donne di ogni età e estrazione sociale che si ammassano privi di identità lungo limiti geografici ardui da superare come montagne innevate e mari in tempesta. Né di bambini immortalati senza vita sulle spiagge turche o greche, o addormentati con la testa sul marciapiede di una strada che porta verso una frontiera chiusa.
La commozione, il dolore sono fugaci sensazioni che colgono il telespettatore, il lettore occidentale per quanto accade a quegli esseri umani sradicati dalle proprie case, dalle loro terre a causa di guerre che non li riguardano, che non capiscono. Si avverte lo strazio degli altri lontano dal nostro difficile ma sicuro quotidiano.
Poi la realtà si trasforma in altro quando questa miseria, che definirei orrore si insinua nelle nostre città, nel nostro territorio forzando l’attenzione riluttante di ognuno. Ponendoci irrimediabilmente di fronte al dilemma dell’agire, del prendere posizione.

espresso

Foto di Cristina Mastandrea dal sito de L’Espresso

Nel numero 8 de L’Espresso del 25 febbraio scorso, c’è un reportage intitolato Noi, i ragazzi dello zoo di Roma. Leggerlo mi ha ghiacciato il sangue: minori immigrati di 13, 14 anni che abitano in cunicoli vicino alla stazione Termini e si prostituiscono per non morire di stenti. Accade qui, in uno degli snodi più affollati della capitale politica dell’Italia, da cui transitano ogni giorno migliaia di persone in movimento. Che però non hanno occhi per vedere.
Ed ecco esseri umani trasformarsi in fantasmi che riprendono vita solo per la soddisfazione di un piacere, questo sì deviato e miserabile. Nessuno sa, nessuno conosce. Quale morale, mi chiedo? Neanche più ci afferra il moto primario dell’indignazione per la sorte di questi sconosciuti, figli di padri e madri ignari dell’ignobile destino a cui li hanno mandati incontro pensando di salvarli?
Sono vittime di un genocidio che non è ascrivibile a uno spazio e un tempo circoscritto. Inizia sotto i bombardamenti dello stato o dall’azione terroristica dei jihadisti da cui si fugge, perché scelta altra non è data. Prosegue sulle rotte dei flussi migratori, via terra o via mare, dove si diventa ostaggi dei contrabbandieri di uomini, gente senza scrupoli che si arricchisce spaventosamente grazie alle leggi restrittive in materia di flussi d’ingresso legale messe in atto dai governi europei. Passa attraverso i manganelli della polizia greca o di quella bulgara, le baraccopoli improvvisate, le corse per riuscire a scampare ai controlli, la fame, il freddo. E se si sopravvive a tutto questo approdando in uno dei democratici paesi europei, termina nella spietata verità del rifiuto e della strada.

 

Pordenone, 18 febbraio. Ero andata in visita a due amici e mi sono ritrovata in un parco, al freddo a parlare con 15 ragazzi afghani che erano stati abbandonati da tutti, istituzioni e associazioni territoriali, fatto salvo per un gruppo esiguo di cittadini volenterosi riunitisi nella Rete Solidale Pordenone di cui la coppia di amici fa parte. Continua a leggere

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