Palestina, obbligati a resistere

di Patrizia Fiocchetti

I parte

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Suddivisione dei Territori Occupati in base agli accordi di Oslo (fonte: United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs)

Il viaggio sulle strade che attraversano la West Bank, o meglio la tagliano rendendo impossibile capire quale sia l’effettiva estensione geografica dello stato palestinese, assume contorni tragici. Metro dopo metro, mentre l’autobus che trasporta il nostro gruppo giunto in terra di Palestina con Assopace, l’associazione guidata da Luisa Morgantini, avanza nella sua corsa all’interno dei territori occupati, ci si barcamena tra le continue e puntuali precisazioni su quale area di competenza stiamo attraversando, in ogni singolo momento. Zona A, amministrazione e sicurezza in mano all’Autorità Nazionale Palestinese: siamo alla periferia di Ramallah. Ma ecco, tutt’intorno è un fiorire di insediamenti di coloni che dall’alto delle colline si estendono verso il basso, occupando le valli in un parossismo di gru che solcano e offendono il paesaggio nel peggior stile da edilizia selvaggia. Invadono le terre dei palestinesi a est di quella che è la sede del loro governo: Adam, Kochav Ya’akov, Tel Zion, quest’ultima ormai ai confini di Qalandia, dove si trovano l’omonimo campo profughi e uno dei checkpoint militari assunti alla cronaca recente per le manifestazioni dei palestinesi contro lo spietato attacco militare alla striscia di Gaza. «Ma quella è zona C?» chiede qualcuno, amministrazione e sicurezza in mano agli israeliani e divieto assoluto ai palestinesi di edificare anche sulle terre di loro proprietà. Si desidera trovare una logica a ciò che di fatto è il piano sionista di invadere in modo capillare e sistematico quella terra che il disgraziato accordo di Oslo aveva comunque destinato allo Stato di Palestina. Continua a leggere