«Chi cazzo è il dietista?»

Dopo un po’ di tempo, Luca Palumbo ritrova Matteo Furst, di cui raccontava le vicende da operatore sociale con i senza fissa dimora romani nel romanzo Un maledetto freddo cane. Ora lo ritrova: fa ancora l’operatore sociale ma questa volta in un centro per richiedenti asilo – Sprar – ed è ancora più sclerato (da Laspro 31 – febbraio 2015. Per abbonarti a Laspro clicca qui).

di Luca Palumbo

È un centro di accoglienza enorme, si intuisce subito che è un labirinto tortuoso, gelido e tetro. Sono riuscito a oltrepassare una vigilanza assonnata, mi hanno detto di raggiungere Matteo Furst, di fare quattro chiacchiere con questo operatore sociale scorbutico, perennemente sul piede di guerra con tutto e con tutti. Me l’hanno indicato con un sorrisetto sarcastico.

Illustrazione di Alex Lupei

Illustrazione di Alex Lupei

Non risponde nemmeno al mio saluto, mi dice in un borbottio di seguirlo in mensa. Sta aiutando un addetto al refettorio, un senegalese, a scaricare polibox pieni di cibo destinato ai rifugiati e ai richiedenti asilo politico del centro per la cena. Afferra i contenitori con rabbia, scaraventandoli rumorosamente sui carrelli. L’addetto senegalese lo osserva ridacchiando, poi guarda me perplesso. Non so come comportarmi esattamente, forse non dovevo venire. Accenno timidamente a Matteo Furst della recente tentata incursione nel centro da parte di un gruppo di estrema destra che da anni pretende la chiusura della struttura e l’allontanamento dal quartiere degli zammammeri (oscuro e controverso termine dialettale che nel centro in cui è ambientato questo pezzo alcuni utilizzano per definire i migranti duri di comprendonio e dai modi rozzi, ndr). Gli chiedo se i rifugiati del centro temono un altro attacco, una possibile escalation di razzismo. Lui lancia l’ultimo polibox in un carrello e mi fa bruscamente cenno di avvicinarmi. Scoperchia tre contenitori. Continua a leggere