Ritorno da Kobane, cuore della rivoluzione femminista – intervista a Carla Centioni

di Patrizia Fiocchetti

«Da dove posso iniziare a raccontare? Le sensazioni sono talmente tante che ho quasi difficoltà a restituirle. È come se volessi trattenerle per riuscire ad elaborarle dandogli il giusto tempo. Essermi trovata nel luogo dove si sta compiendo la prima rivoluzione femminista è di forte emozione».
Le parole descrivono benissimo quanto colgo dal volto e dai gesti di Carla Centioni, rientrata da un mese dalla sua missione a Kobane, capoluogo del Rojava, nel Kurdistan siriano, città simbolo della lotta contro il Daesh. Ci incontriamo nell’appartamento di un caro amico, Giancarlo Scotoni che l’ha accompagnata e ne ha atteso il ritorno a Erbil, in Iraq.
Carla Centioni è la presidente dell’associazione PonteDonna che si occupa di progetti rivolti alle donne vittime della violenza maschile. Ma Carla è anche un’attivista che porta la propria esperienza e sensibilità all’interno del movimento #Nonunadimeno. E anche una mia cara amica.13901440_598584550315455_4511675929860650029_nÈ un piacere parlare di questo tuo viaggio, finalmente. Un viaggio che ci ha colti un po’ tutti di sorpresa. Nel 2015 siamo partite insieme per Kobane ed è proprio in quell’occasione che ci siamo conosciute. Partivamo alla volta di questa città appena liberata. Credo per te sia stata una emozione forte tornarci a distanza di due anni esatti. Ritrovare una Kobane trasformata. Io ne conservo le immagini di distruzione e mi interessa chiederti prima di tutto, come hai ritrovato la città.
«Quando entrammo a Kobane agli inizi di marzo 2015, era passato appena un mese dalla liberazione dal Daesh. Circolavano solo i componenti dell’Unità di difesa popolare (Ypg) e di difesa delle donne (Ypj). Ricorderai le nostre camminate sui mucchi di macerie. Ho trovato una città trasformata e sì, ho provato una profonda emozione. Kobane si è ripopolata, quasi tutti gli abitanti sono rientrati, attualmente ci vivono 40.000 persone. A parte la zona scelta per un museo a cielo aperto a testimonianza della vittoria contro il Daesh, vicino la porta che segna il confine con la Turchia, il resto della città è un cantiere. Nel corso dell’incontro avuto con il sindaco di Kobane, Muro Huseyn, ho preso visione del progetto di ricostruzione della città. Lo ho accompagnato in una visita ad un quartiere di edilizia popolare di nuova costruzione: il 21 marzo in occasione del Nowruz (Capodanno per i popoli di alcune zone e paesi del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, che coincide con l’equinozio di primavera, nda) verrà consegnato ai figli dei combattenti uccisi». Continua a leggere

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La storia contemporanea scritta dalle donne (Rojava, Kurdistan) – pt. 2

di Patrizia Fiocchetti (qui la prima parte)

Al principio fu la Dea, Eshtar, ispiratrice della società matriarcale inclusiva e pacifica.
Al principio fu la Terra, i suoi frutti venivano raccolti e distribuiti dalle donne, le madri creatrici della vita, a tutti i membri del clan.
Al principio fu condivisione, assenza di barriere fisiche ed emotive, ogni membro della società svolgeva il proprio compito sulla base della necessità collettiva.
Al principio fu la pace, nulla c’era da conquistare. L’essenza di Eshtar impregnava il primo nucleo sociale umano e lo proteggeva perché Dea-Madre che tutto ha creato.
Poi venne l’alleanza tra il sacerdote e il guerriero esperto e la logica della proprietà prese il sopravvento sulla famiglia-società. Il patriarcato inventò l’economia del profitto e ne fece il proprio culto. Vennero posti i confini, la guerra divenne lo strumento che regolava i rapporti basati sull’uso della forza spogliata del proprio termine difensivo. I ruoli divennero specchio del potere; l’uomo costituì la gerarchia mentre la donna fu scippata di ogni status e reclusa tra le pareti domestiche.
Così nacque la schiavitù che non aveva colore di pelle, appartenenza religiosa o etnica. La donna fu il primo schiavo dell’umanità.

Prendere il kalashnykov e combattere è stato naturale, una scelta obbligata. Quando quelli del Daesh hanno sferrato il loro attacco a Kobane io ero pronta, intendo emotivamente, sapevo quale fosse il mio compito, era l’ennesima sfida contro il sistema patriarcale che affrontavo nella mia vita.
KurdistanGià, fin da quando ho avuto coscienza di me in quanto donna in una società come quella curda che ti reprime ed esclude, ho iniziato il mio percorso personale di resistenza. E non solo affrontando gli uomini della famiglia, mio padre che mi puniva e mio fratello che mi controllava o mia madre divisa tra la paura per il mio futuro e la difficoltà a comprendere una figlia “ribelle”. No, il nemico vero era radicato dentro me, nella mia mentalità plasmata da un’educazione in cui la donna era annullata, nutrita dal sistema sociale in cui mi muovevo, divenuto per me modello culturale, religioso, tradizionale.
Ma sono stata fortunata, il percorso di conoscenza era stato aperto da altre donne, non ho fatto altro che entrare in una delle accademie fondate dalle Yekitia Star (Unità Stella) e iniziare la formazione. Ho imparato tanto non solo dallo studio della storia universale o dei movimenti femministi, ma soprattutto dal confronto con le altre donne che venivano a raccontare la propria esperienza di violenza e di come ne fossero uscite. Tutto questo non è stato facile: affrontare me stessa riflessa nelle parole delle altre e toccare come fossi proprio io a tenere in vita quel sistema che mi schiavizzava, è stata la prova più dura e destabilizzante, ma necessaria a che acquisissi quella coscienza personale che mi ha permesso il riscatto della mia identità di donna. Così ho deciso di trasformarmi in un elemento attivo nel cambiamento radicale della condizione femminile e della società in cui vivevo. Continua a leggere

La storia contemporanea scritta dalle donne (Rojava, Kurdistan)

di Patrizia Fiocchetti (prima parte)

«Alle donne afgane di Rawa, alle donne della resistenza iraniana, a quelle del Rojava dobbiamo guardare. Noi non abbiamo fatto che applicare un modello escludente, così maschile, e guarda il risultato: ci troviamo nel ventunesimo secolo sempre più emarginate e sulla difensiva». «Abbiamo comunque tracciato un cammino nella storia del femminismo, e questo è innegabile. Certo, poi ci siamo perse a teorizzare l’azione e questo voler capire dove fossimo e cosa eravamo diventate, così autoreferenziale, ci ha bloccate». «No, occorre spingersi oltre. La questione di genere è innanzitutto politica e politico-economica. Dobbiamo uscire da una logica di arretramento, non basta più l’azione di aiuto alle donne vittime di violenza o la rivendicazione di diritti acquisiti che stiamo perdendo. Il confine va ampliato, lavorando sul contesto storico e su noi stesse». Stralci di dialogo tra noi componenti della staffetta donne sull’aereo diretto in Turchia, destinazione Rojava.
Noi che negli anni ’70 abbiamo fatto parte del movimento femminista o intrapreso strade di lotta anche pesanti da cui profondamente segnate, coviamo dentro un senso di fallimento storico che va oltre la sfera dell’attivismo politico. Ci facciamo i conti quotidianamente come lavoratrici, come madri, come esseri umani. Nostra la responsabilità, nostra la ricerca di una nuova strada.

Kobane 6 Marzo 2015 – Omaggio alle YPJ

Kurdistan 207

Kobane, 6 marzo 2015 – manifestazione delle donne

Ci muoviamo in formazione con le donne di Kobane, quelle rientrate dai campi profughi di Urfa, in Turchia, e quelle che la città non l’hanno mai abbandonata, lungo le strade polverose della parte ovest scandendo lo slogan simbolo di questo 8 marzo “Jin, Jiyan, Azadi”, Donna, vita, libertà. In mano sventolano bandiere tagliate a triangolo gialle e verdi sulle quali hanno ricamato le lettere “YPG” e “YPJ”. Siamo dirette alla base dell’Unità di protezione delle donne per rendere loro omaggio e ringraziarle del coraggio e determinazione mai venuti meno contro le milizie del Daesh (Isis). In realtà, in programma avevamo la visita al fronte orientale, circa 100 chilometri da Kobane dove i combattimenti si sono spostati. Ma la mattina stessa era stata annullata. «Gli scontri sono pesantissimi» ci aveva spiegato Siam, la rappresentante del governo del cantone «solo ieri sono rientrati i corpi di cinque combattenti, quattro ragazzi e una ragazza, uccisi due giorni fa. Troppo pericoloso». Continua a leggere

Inside Kobane – fotoreportage

Quattro attivisti italiani della Campagna Rojava Calling sono riusciti a passare la frontiera e hanno passato alcuni giorni nella città che reca ancora i segni della presenza dell’Isis, e dove nella devastazione già si fa strada la voglia di ricominciare.

collina-arin-mirkanAbbiamo preferito le immagini alle parole. Cinque giorni dentro Kobane sono abbastanza per scegliere un altro punto di vista sul mondo. Quello della rivoluzione possibile. Questo è il motivo per cui abbiamo paura della retorica e non riusciamo a immaginare un testo in grado di contenere tutto quello che abbiamo vissuto correndo oltre il filo spinato per oltrepassare quella maledetta frontiera, con luci e fucili dell’esercito turco puntati alla schiena. Se fosse un altro posto, un qualunque altro posto, quelle strade piene di macerie, cadaveri e resti umani, sarebbero la cosa più simile all’inferno che si può immaginare sulla terra. E invece la libertà, così difficile da immaginare realizzata per noi che abbiamo perso il sapore della conquista, ha trasformato quel disastro in nuove fondamenta. Sola come durante la guerra, Kobane lentamente si sta rialzando sulle proprie gambe e giorno dopo giorno raccoglie le migliaia di abitanti che aveva messo al sicuro a Suruç e che ora sono pronti a ricominciare dove il Daesh li aveva violentemente interrotti. Non siamo giornalisti. Siamo parte di un progetto collettivo, Rojava calling, che da mesi supporta e sostiene questa esperienza. Quello che raccontiamo è un tentativo di restituire la verità della Rojava anche attraverso l’atrocità del conflitto. Sappiamo che la densità e l’intensità degli incontri e delle esperienze che abbiamo vissuto in questi giorni sono state un privilegio che dobbiamo ai fratelli e alle sorelle che abbiamo lasciato oltre il confine e che ci hanno accompagnato istante dopo istante. Abbiamo battuto quartiere per quartiere la città distrutta, addentrandoci tra i passaggi segreti che i combattenti e le combattenti hanno aperto tra i palazzi per non esporsi mai ai cecchini dell’Isis. Quegli stessi varchi grazie ai quali metro dopo metro i compagni hanno riconquistato la città. Siamo saliti fino alla cima della collina che oggi porta il nome di Arin Mirkan sulla quale è stata issata l’immensa bandiera che ha sancito la liberazione. Abbiamo chiacchierato con i combattenti e le combattenti dello Ypg e Ypj di resistenza, pratiche rivoluzionarie, strategie di smantellamento della mentalità patriarcale, capitalismo e liberazione. Abbiamo assistito alla prima riunione ufficiale dei tre cantoni che hanno scelto quel teatro apocalittico per discutere insieme non solo della ricostruzione di Kobane, ma pure del futuro della rivoluzione del Rojava. Abbiamo attraversato il cuore di una città senza moneta, che durante la guerra non ha mai smesso di produrre pane e garantire sopravvivenza a chi era rimasto in città. Abbiamo lavorato fianco a fianco ai ragazzi del media center, quei ragazzi che durante la guerra sono rimasti dentro Kobane per raccontare al mondo quello che accadeva istante dopo istante. Ma soprattutto di questi giorni non scorderemo mai la ricchezza delle discussioni politiche fatte al calar della sera davanti a un chai con alcuni protagonisti di questa rivoluzione di cui abbiamo promesso di cancellare volti e nomi. Non dobbiamo dimenticare che Kobane, la Rojava, il confederalismo democratico sono il risultato di un esperimento praticato negli ultimi decenni da un’organizzazione, il Pkk, che oggi ancora viene accostata al terrorismo e costretta alla clandestinità. Tutte queste cose vanno tenute assieme perché Kobane non diventi solo una bandiera da sventolare ma una pratica che mira alla riproducibilità e alla moltiplicazione. Tutto il mondo è in debito con questa rivoluzione. Kobane, la sua gente e la sua resistenza sono patrimonio dell’umanità.carro armato2 Continua a leggere

Ozlem Tanrikulu: Noi curdi chiediamo il formale riconoscimento del modello di autonomia democratica del Rojava

di Patrizia Fiocchetti

Incontro Ozlem Tanrikulu, la Presidente di Uiki Onlus (Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia) il 28 gennaio alla Casa delle donne Lucha y Siesta in occasione della presentazione del libro Tutta la mia vita è stata una lotta di Sara | Sakine CansizSARA1, (I vol., ed. Mezopotamien Verlag), cofondatrice del movimento di liberazione curdo e del movimento delle donne curde, assassinata a Parigi il 9 gennaio 2013 insieme alle sue compagne Fidan Dogan e Leyla Saylemez. Ultimo dei suoi incontri romani, avviene all’indomani dell’annuncio della liberazione di Kobane.

Signora Tanrikulu, alla luce della ribalta mondiale raggiunta in questi giorni dal Rojava e dal suo modello di autonomia sociale grazie alla resistenza opposta dagli uomini e le donne curde a Kobane contro le forze dell’IS, le chiederei innanzitutto una sua riflessione sul significato del ruolo svolto dalle combattenti curde.
Quello che il mondo ha visto in questi ultimi mesi, la resistenza armata delle donne curde contro un nemico terrificante, la loro determinazione a difendere la propria terra fino a morire, è il frutto di un processo iniziato molti anni fa proprio da Sara (Sakine Cansiz) in campo politico, con la nomina di donne a posti chiave di rappresentanza all’interno del partito o dell’organizzazione di appartenenza. Ciò ha portato alla creazione di un contesto sociale in cui realizzare la rivoluzione delle donne. È stato necessario un radicale processo individuale, innanzitutto, e poi corale con lo studio e l’analisi della condizione femminile nella storia per arrivare a comprendere il motivo per cui noi donne siamo state ridotte in condizione di vera e propria schiavitù. In Medio Oriente non si gode del diritto di scelta sia nell’ambito del privato famigliare che nel contesto rappresentativo, ma la presa di coscienza delle motivazioni politiche e culturali che hanno condotto a questo stato delle cose ci ha permesso di compiere quel primo passo strategico verso un reale cambiamento. Combattere per la propria autodifesa e a salvaguardia del progetto realizzato nel Rojava fa parte di questo percorso, non ne è l’apice né l’aurora. Kobane è stata attaccata da un nemico brutale che ha sferrato nel cuore del Medio Oriente la propria azione distruttiva contro i valori rappresentativi della civiltà umana. Le uccisioni, le razzie, i rapimenti di ragazze poi vendute o stuprate senza distinzione di appartenenza religiosa o etnica di cui siamo stati testimoni non potevano lasciare indifferenti. Le donne curde, accanto agli uomini non dimentichiamolo, sono scese nel campo di battaglia e si sono misurate contro le forze dello Stato Islamico pronte a uccidere o morire. Il mondo le ha acclamate ma se non avessero avuto coscienza di sé, del sistema sociale che stanno costruendo e, d’altra parte, conoscenza profonda delle motivazioni che muovono gli invasori, non avrebbero mai imbracciato un’arma. Ci tengo a sottolineare nuovamente il punto essenziale da cogliere: è l’atto del decidere in sé. Battersi è stato un passo obbligato per le donne di Kobane. Continua a leggere

Ripartire da Kobane

Un gruppo di attivisti romani in viaggio al confine turco con la Rojava, per comprendere e raccontare la straordinaria resistenza del popolo curdo.

Kobanê

Nel mezzo del conflitto siriano, nelle tre principali aree curde del nord della Siria, uno straordinario esperimento di democrazia ha folgorato tutti gli amanti della libertà. Dopo aver espulso gli emissari di Assad, e nonostante l’inimicizia di gran parte dei vicini, la Rojava non solo sta mantenendo la sua indipendenza, ma sta portando avanti la sua “rivoluzione segreta”. I corpi titolari del potere decisionale sono le assemblee popolari, in ogni governatorato le cariche vengono assegnate con il rispetto tanto delle diverse etnie quanto dei generi, ci sono consigli dei giovani e delle donne. Proprio le donne, unite nelle brigate delle YPG, stanno guidando l’eroica resistenza di Kobane contro l’avanzata dello Stato Islamico. Al califfo Al-Baghdadi non deve andare giù che a fermare il suo esercito siano proprio le donne che lui vorrebbe vendere come merci nei mercati di Raqqa. Non deve andar giù nemmeno che una “città ribelle”, con un esercito popolare e male armato, stia resistendo da oramai due mesi, quando grandi città come Raqqa e Mosul sono cadute in meno di 24 ore. Abbiamo l’impressione che Kobane da sola stia scompigliando le carte dei grandi attori internazionali nella regione, in una partita che va ben al di là della sua sopravvivenza.

Se fino all’attacco dell’ISIS sul monte Sinjar il mondo aveva ignorato la Rojava, la notizia dell’eroico salvataggio di migliaia di yazidi intrappolati in Iraq (il 3 Agosto) è stata celebrata in tutto il Medio Oriente, mentre è stata taciuta o mistificata dai media occidentali. In seguito, quando gli aerei da guerra americani hanno cominciato lentamente ad intervenire lo hanno fatto con occasionali e simbolici bombardamenti. Sappiamo però che per fermare l’ISIS sarà necessario che le popolazioni locali inizino a sognare di poter prendere in mano il loro futuro: la storia irakena degli ultimi dieci anni ci insegna che non serviranno nuove crociate a stelle e strisce per portare democrazia.

In un Medio Oriente in cui la geopolitica occidentale traccia da secoli confini sulle mappe geografiche basandosi su divisioni etniche, linguistiche e religiose, considerate a torto irriducibili, si scopre che proprio in questa terra, dove per definizione i popoli saprebbero vivere solo sotto l’egida di regimi autoritari, donne e uomini possono cooperare dal basso per una democrazia radicale, egualitaria, laica e anticapitalista. Una democrazia in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo e “la padronanza dell’uomo sulla donna e sulla natura” sono abbandonati per cercare di spezzare il circolo della violenza creato dai diversi nazionalismi in competizione per il controllo dello stato-nazione. Scopriamo che se in una società il più forte coopera con il più debole per “fare rete” e non per dominare l’altro possiamo intravedere “il regno della libertà”. Con la Carta della Rojava si sta mettendo in discussione un modello di civilizzazione vecchio di millenni, fondato ben prima della nascita del capitalismo. La Rojava è un esperimento pericoloso perché potenzialmente universale.

Il confederalismo democratico contiene diverse innovazioni teoriche molto interessanti, prima fra tutte il federalismo bottom-up, la possibilità dei commons di organizzarsi dal basso. Il PKK ha infatti dichiarato di non perseguire più la creazione di uno Stato-nazione kurdo indipendente. Inspirato dall’utopia insita nell’ecologismo sociale, in Rojava sono sorte comunità auto-governate basate sui principi della democrazia diretta e capaci di mettere in comune anche al di là dei confini dello Stato-nazione. Nella visione di Ocalan, il movimento curdo potrà diventare un modello per un movimento mondiale verso la democrazia diretta, la cooperazione economica e la dissoluzione delle burocrazie statali.

Nella Rojava ci siamo riconosciuti, abbiamo ritrovato quel filo che unisce esperienze lontane e non, la Comune di Parigi, le comunità zapatiste, le piazze del 15M e Occupy. Abbiamo riascoltato le voci di quei visionari palestinesi per cui “la terza intifada sarà globale o non sarà affatto”. Per tutte queste ragioni abbiamo deciso di andare a Suruç, la città gemella di Kobane oltre il confine turco-siriano, per cercare le connessioni con la nostra storia e costruire un’opposizione comune all’austerity ed alla guerra. Sappiamo bene che la solidarietà internazionalista è inutile se non lottiamo nei nostri territori per liberare noi stessi dal sistema di sfruttamento e di dominio.

“Guerra e crisi”: mettere in discussione questo binomio significa reinventare modelli di coesistenza differenti, di integrazione non unilaterale, significa chiudere i tanti ghetti in cui finiscono i migranti in fuga dalla guerra quando sopravvivono alle tragiche traversate del Mediterraneo.

Andiamo anche per capire come viene affrontato l’arrivo di migliaia di profughi in un sistema di accoglienza autogestito ed in assenza della cooperazione internazionale. Andiamo alle porte dell’Europa per cercare di creare nuove connessioni e nuove prospettive con i movimenti euro mediterranei. Andiamo immaginando un nuovo movimento no war e lo vogliamo fare insieme alle tante delegazioni di cui si compone la staffetta.

Partiamo per Suruç con un gran desiderio di formazione politica e per continuare ad agire e sognare insieme a loro. Partiamo per rompere l’isolamento in cui il PKK è stretto da anni, per costringere le istituzioni europee a togliere il Partito dei lavoratori curdi dalle liste del terrorismo internazionale e ottenere il riconoscimento politico dei Cantoni della Rojava.

Viva la resistenza di Kobane!

Staffetta Romana per Kobane