Turchia dopo voto: il prezzo della stabilità

La Turchia decide di affidarsi alla mano forte del presidente Erdoǧan pur di evitare un altro periodo di instabilità e conflitti: ma diverse questioni rimangono aperte e il concentramento del potere nelle sue mani non aiuterà a risolverle.

di Serena Tarabini
AK Parti Genişletilmiş İl Başkanları ToplantısıDeprem: terremoto, era il termine più ricorrente nei quotidiani turchi usciti il giorno dopo la tornata elettorale del 1° novembre, il cui risultato ha sorpreso tutti. Prima delle elezioni c’erano più incognite sul dopo voto che sul voto stesso: tutti i sondaggi più attendibili mostravano che non ci sarebbero state sensibili variazioni rispetto al voto precedente, quindi si sarebbe potuto ripresentare l’impasse della coalizione impossibile, oppure, sempre in base alle previsioni, che l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, del presidente Erdoǧan) poteva prendere qualche voto in più e forse riuscire a convincere l’MHP (Partito del Movimento Nazionalista) a fare una coalizione di governo, ipotesi poco rosea ma possibile, in quanto la base del partito ultranazionalista cominciava a manifestare scontento per il rifiuto da parte dei vertici di partito di collaborare con l’AKP di Erdoǧan; un’altra ipotesi era che ne uscisse più indebolito, e allora avrebbe dovuto accettare di formare un’ampia coalizione e vedere il suo partito spaccarsi in due. Tutti scenari possibili e dal futuro molto incerto.
Di tutto le opzioni, si è realizzata la meno prevista, quella del ritorno di un partito unico al governo del paese. Continua a leggere

Turchia: il ritorno della politica

di Serena Tarabini

«Al sana yeni Türkiye!» – Prenditela la nuova Turchia! – : questo era uno dei titoli dei giornali dell’8 giugno, il giorno dopo il voto. Un invito che riprendeva ironicamente il mantra utilizzato da Erdoğan per questa campagna elettorale: «Vota per una nuova Turchia».

La prima pagina di Cumhuriyet dell'8 giugno 2015

La prima pagina di Cumhuriyet dell’8 giugno 2015

La frase campeggiava sulla prima pagina di Cumhuriyet, il quotidiano per il cui direttore il presidente Erdoğan in persona aveva evocato l’ergastolo la settimana prima, avendo il giornale pubblicato delle foto che ancora una volta provavano l’aiuto materiale in armi che la Turchia da tempo fornisce alle milizie dell’Isis, con la copertura dei servizi segreti. Continua a leggere

Terrorismo sull’informazione: ancora arresti di giornalisti in Turchia

di Serena Tarabini

Si tratta del’ultimo capitolo di una storia già nota. Uno scontro di poteri in corso da quando due ex alleati sono diventati acerrimi nemici. Fra gli arrestati eccellenti dell’impressionante operazione di polizia messa in campo dal governo turco nei confronti di giornalisti e rappresentanti dei media, ci sono Ekrem Dumanlı, il direttore di Zaman, uno dei principali quotidiani d’opposizione, e Hidayet Karaca, presidente del gruppo mediatico Samanyolu.

erdoganEntrambi gli importanti mezzi di informazione sono notoriamente vicini al movimento politico fondato da Fetullah Gulen, il potente imam che dal suo esilio negli Usa si contende con il presidente Erdoǧan il consenso dell’elettorato religioso. Dopo aver riportato insieme in auge il progetto di un Islam politico, divergenze di idee e parità di ambizione hanno fatto sì che fra i due iniziasse una guerra a bassa intensità esplosa con lo scandalo corruzione che lo scorso anno travolse il governo dell’allora premier Erdoǧan, che si difese con la teoria del complotto di stato ordito proprio da Gulen, il cui movimento oltre a fare capo a una rete di scuole religiose in tutto il Medioriente, influenza porzioni della magistratura e della polizia turca. Continua a leggere