#CyclingForPalestine – Day 16 Breve interludio che spiega perché mi sono messo in marcia

Il 16 febbraio è partito Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, il viaggio in bicicletta da Roma alla Palestina di Captain Tom No che Laspro segue nei suoi sviluppi. È  possibile sostenere Cycling for Palestine con un abbonamento speciale a Laspro da 20 euro (10 per la rivista, 10 per Cycling for Palestine).

di Captain Tom No

«Cos’è la bellezza mio fido Parsifal? Essa si nasconde di questi tempi, perché mai? E dove?»
«Ma essa è qui mio Capitano. Davanti ai tuoi stessi occhi. Tutta la bellezza del mondo è ora qui, in un solo spazio, in un solo momento, tra i più poveri, tra i più oppressi. Chi non riesce a vederla è perché non ha mai aperto gli occhi…»

AGOSTO 2014
E al terzo giorno in Palestina Captain No fece la sua scelta. Così è scritto.
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A Bi’lin incontriamo Mohammad, rappresentante di un comitato locale di resistenza non violenta. Lui è cristiano perché qui, in questa cittadina semi devastata, musulmani e cristiani vivono in pace e in pace pregano ognuno secondo il proprio credo. Magari si potesse anche lavorare in pace, macché.
Qui gli israeliani l’hanno proprio studiata fina, sentite qua: la politica di sviluppo dell’economia rurale, in base ai decreti risalenti al periodo ottomano, stabiliva che un terreno concesso e non coltivato per un medio periodo poteva essere sottratto al concessionario inetto e dato a un altro più volenteroso. Magari la normativa era un po’ più articolata ma non avendo io accesso ai documenti dell’epoca e non essendo io un contemporaneo del principe ottomano Amin accontentatevi di questa descrizione sommaria e non state lì tanto a menarla. Continua a leggere

Cycling for Palestine #1 – Dubbi prepartenza

Cycling for Palestine – seimila chilometri contro l’occupazione e l’islamofobia, è in procinto di partire nel suo viaggio con la sua buffa bici gialla con le bandiere della Palestina, ma come a volte accade prima di un’avventura, al capitan Tom No sale un po’ d’ansia. Magari passerà con le prime pedalate e le prime sudate. Ricordiamo che è possibile sostenere il viaggio (presentato qui), che verrà seguito da Laspro in tutte le sue tappe, con un abbonamento speciale alla rivista da 20 euro, di cui 10 per Cycling for Palestine.

di Captain Tom No

TIME BEFORE DEPARTURE: 01 DD – 16 HOURS

Gesù Cristo, ho appena realizzato quanto assurdo sia il mio piano. La verità è che il vostro si sta cagando addosso e non c’è nulla di male ad ammetterlo. Per rendere l’idea di quanto remota sia la possibilità che io possa entrare in Israele con una bici reclinata gialla, tronfio di un baule con su non una, ma ben due bandiere palestinesi, vi basti sapere che ieri a Ilan Pappè è stata negata la possibilità di intervenire sul tema Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi, grazie alle pressioni della comunità ebraica romana (la notizia non è ufficiale, tuttavia Pappè, docente all’Università britannica di Exeter, ha spiegato di «non avere le prove, ma di sospettare che l’ambasciata israeliana e la comunità ebraica in Italia siano dietro l’accaduto»); pappel’incontro si sarebbe svolto presso il Centro di Studi Italo-francesi dell’Università di Roma 3, tuttavia, molto probabilmente col solito e ultracollaudato pretesto dell’incitazione all’antisemitismo, la conferenza è andata a monte; e Pappè è uno storico israeliano (nato ad Haifa, 7 novembre 1954), ho detto tutto (intanto l’incontro è stato spostato al Centro Congressi di Via dei Frentani, lunedì 16 febbraio dalle 14 alle 18, vedi locandina a fianco, ndr).
Un incontro programmato da chissà quanto tempo è stato cancellato in extremis per “motivi tecnici”, causati magari della dabbenaggine dell’università romana; e questa, ove non sia del tutto succube della locale lobby sionista, quantomeno è complice dei consueti esercizi mistificatori della stessa, per cui, cito le parole dello stesso docente: «Parlare delle sofferenze dei palestinesi è considerato incitamento». Continua a leggere

Palestina, obbligati a resistere

di Patrizia Fiocchetti

I parte

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Suddivisione dei Territori Occupati in base agli accordi di Oslo (fonte: United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs)

Il viaggio sulle strade che attraversano la West Bank, o meglio la tagliano rendendo impossibile capire quale sia l’effettiva estensione geografica dello stato palestinese, assume contorni tragici. Metro dopo metro, mentre l’autobus che trasporta il nostro gruppo giunto in terra di Palestina con Assopace, l’associazione guidata da Luisa Morgantini, avanza nella sua corsa all’interno dei territori occupati, ci si barcamena tra le continue e puntuali precisazioni su quale area di competenza stiamo attraversando, in ogni singolo momento. Zona A, amministrazione e sicurezza in mano all’Autorità Nazionale Palestinese: siamo alla periferia di Ramallah. Ma ecco, tutt’intorno è un fiorire di insediamenti di coloni che dall’alto delle colline si estendono verso il basso, occupando le valli in un parossismo di gru che solcano e offendono il paesaggio nel peggior stile da edilizia selvaggia. Invadono le terre dei palestinesi a est di quella che è la sede del loro governo: Adam, Kochav Ya’akov, Tel Zion, quest’ultima ormai ai confini di Qalandia, dove si trovano l’omonimo campo profughi e uno dei checkpoint militari assunti alla cronaca recente per le manifestazioni dei palestinesi contro lo spietato attacco militare alla striscia di Gaza. «Ma quella è zona C?» chiede qualcuno, amministrazione e sicurezza in mano agli israeliani e divieto assoluto ai palestinesi di edificare anche sulle terre di loro proprietà. Si desidera trovare una logica a ciò che di fatto è il piano sionista di invadere in modo capillare e sistematico quella terra che il disgraziato accordo di Oslo aveva comunque destinato allo Stato di Palestina. Continua a leggere